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Un grazie di cuore a coloro che stanno riqualificando Castelsecco

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Un grazie di cuore a coloro che stanno riqualificando Castelsecco

La città deve il giusto omaggio a un manipolo di "incoscienti" romantici che stanno recuperando un pezzo importante della storia aretina

 

Impegnato nella realizzazione di un libro fotografico che definirò "particolare", ieri mattina sono uscito di casa quando il sole chiedeva ancora un'oretta prima di fare capolino da dietro le pinete dello Scopetone. Ho raggiunto il colle di San Cornelio alle prime luci dell'alba e ho goduto di quel luogo in fresca solitudine. Io, la brezza, la luce giallo rosata che aumentava e un panorama a 360° sul nostro mondo (nostro di noi aretini). Da sopra la spianata che ha ospitato per secoli un tempio (forse non l'unico) e poi un campo coltivato, ho voltato lo sguardo verso l'Alpe di Poti, lo Scopetone, Lignano, Santa Firmina, Civitella della Chiana, le colline del Chianti e il Val D'Arno (perché si userà il maschile non lo so proprio, ma tant'è...), il Pratomagno, la depressione del Casentino e subito alla sua destra l'Alpe di Catenaia, le colline intorno alla Libbia. Subito sotto la chiesetta di San Cornelio però c'era Arezzo, distesa in attesa di essere svegliata dal primo sole di dicembre. Ho fatto in tempo a scattare qualche foto in faccia all'alba (una la vedete qui sopra) e a preparare il trippiede e la mia Canon EOS 5D mark II (un portento; costoso, ma un portento) prima che i raggi illuminassero il vecchio Duomo e si propagassero in fretta al resto del centro e poi alla città moderna.

Ho goduto della bellezza (nel senso più ampio possibile) di quel luogo per più di un'ora ritraendo Arezzo, gli olivi, un vecchio castagno dalle foglie rosse, l'alloro (con tanto di bacche) e un giovane leccio, un fungo di prato.

Lì, da solo, ho compreso bene perché i nostri antenati hanno scelto un luogo simile per insediarvi un centro di straordinario interesse religioso e culturale. Con un minimo di fantasia è facile immaginare il tempio ancora in piedi, troneggiante. Appena più in basso, sulla terrazza naturale sopra le mura, par di vedere il teatro con la sua scena in pietra, alle cui spalle si apre la piccola valle di Gragnone, quella che ospita il gioiello della pieve di Sant'Eugenia (è bello vedere come le mura possenti di Castelsecco e la piccola grande chiesa siano in contatto visivo). Lignano è il testimone migliore di quel che sto scrivendo.

Chissà quali eventi, quali "bassi" culturali hanno permesso lo smantellamento di buona parte dell'edificato sul colle di San Cornelio; in tempi recenti siamo stati capaci di ridurlo a postribolo all'aria aperta, a luogo triste e degradato, ma qualsiasi sciagurata offesa alla nostra storia non ha tolto niente alla meraviglia del sito, che rimane intatta.

Castelsecco è un luogo bello e suggestivo, quindi, indipendentemente dall'intervento umano; ma aveva bisogno di nuova vita, di rinascere agli occhi degli aretini per quello che è. Questo sta accadendo per merito di un manipolo di incoscienti romantici, guidati da quella vera forza della natura che è Grazia Tonioni. Il sito è oggi ripulito, la chiesetta restaurata e i sentieri riaperti; un recinto discreto delimita l'area del parco archeologico/naturalistico. C'è di nuovo vita lassù, e ci aiuta a raggiungerla una strada finalmente asfaltata.

In questo periodo, grazie anche alla generosità dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, si può godere di una mostra all'aperto di sculture monumentali in bronzo (di Amalia Ciardi Dupré, brava scultrice che ha anche realizzato il presepe allestito nella chiesetta Giusti e visitabile nei giorni di festa).

Non resta che ringraziare di cuore chi si sta impegnando perché Castelsecco recuperi l'amore degli aretini di oggi; chissà se quelli etruschi, che lassù hanno avvicinato il cielo, parlavano il nostro vernacolo. Di certo non dicevano "alò", che deriva dal francese e risale a un paio di secoli or sono.

E pensare che lassù, nemmeno tanto tempo fa, qualcuno avrebbe voluto costruire delle villette a schiera...

 

 

 

 

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