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INTERVISTA A FRANCESCO BOTTI

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INTERVISTA A FRANCESCO BOTTI

Mercoledì 30 novembre (ore 21.30), Circolo Aurora (Piazza Sant’Agostino), Reading del racconto «Birbone» tratto da “DI CORSA, DI NASCOSTO” di Francesco Botti Con: Francesco Botti, Matteo Grotti, Leonardo Lambruschini.

 

 

Questo è un libro che racconta l’amore come in pochi ce lo hanno narrato. È l’amore che si vive “di nascosto” e “di corsa” per strappare tempo al tempo legittimo e per nascondersi al potenziale giudizio sociale… e se si sceglie consapevolmente di viverlo così può essere intrigante, trasgressivamente eccitante, divertente, rivitalizzante emotivamente. Ma si può invece essere costretti a nascondersi agli occhi degli altri (quando non a se stessi) e a consumare l’amore in fretta per non dover manifestare all’esterno la nostra stessa natura ed allora non è più una scelta, ma una privazione del proprio diritto ad “esserci”. Di corsa – allora – per darsi anche la sensazione di scappare dalla vergogna, dagli occhi dell’altro uguale ma diverso da te, per non soffermarsi troppo sulle emozioni e sugli affetti. Di nascosto – allora – per occultarsi alla derisione, al giudizio, al disprezzo, alla sensazione di essere “altro” da tutto il resto.

Sono 8 i racconti che, dentro questo libro, ci accompagnano a comprendere l’amore fra uomini, sono 8 le storie che fanno capolino da quelle pagine e che ci costringono a fare i conti con una realtà che la nostra stessa cultura ancora si rifiuta di narrare: gli uomini che amano gli uomini non assomigliano affatto a Platinette, non indossano monumentali parrucche, non si vestono come tendoni da circo, non si truccano come Moira Orfei, non gesticolano come un ventilatore a pale e soprattutto non sono per nulla interessati ad assomigliare alle donne!

Sono molti più  di 8 i protagonisti che si alternano sul palco delle pagine di questo libro e ci raccontano la loro storia, a volte ironica, a volte dolorosa, a volte straziante, a volte solare e vitale; tanti gli uomini che si trasmettono a noi per il loro bisogno di essere amati e di amare. E a Francesco va riconosciuta una dote rara e straordinaria insieme: in tutto il libro si avverte prepotente la sospensione del giudizio anche laddove – forse – nessuno di noi sarebbe capace di astenersi dal farlo. Nei due racconti “Birbone” e “Non ci si crede” ci sono protagonisti il cui comportamento suscita nel lettore una sorta di riprovazione etica; il loro comportamento lascia spazio al giudizio ed alla presunzione di condanna, quasi danno al lettore l’illusione spocchiosa di essere “migliore”. Ma Francesco vola sulle parole e tratteggia i personaggi negativi con un profondo rispetto; perché in fondo anche nei comportamenti negativi, alla fine, si legge la disperazione dei non amati o degli “evaporati” (come li chiama l’Autore), di tutti coloro che non previsti socialmente diventano non prevedibili nella rabbia del loro dolore. Ma dentro questo libro c’è anche la dolcezza della follia, la delicatezza del delirio che diventa genio, creatività, libertà dalle stringhe della “normalità”  e amore per la fragilità dell’uomo. E c’è la trasgressione, la scoperta del sesso e della sua appassionante verità, c’è la morte per troppa solitudine e la difficoltà di conciliare la finta morale con la propria personalità.

Ma ogni singolo racconto, ogni singolo finale ci lascia dentro il senso di speranza; la sensazione che anche se è innegabile che il bene ed il male esistono questi non sono due elementi da rintracciare dentro l’amore ma – se proprio vogliamo – nella sua mancanza o nella sua patologica interpretazione. «Meglio il bene del male. Ha ragione Dio». Meglio l’amore che la sua recitazione.

Francesco, essendo nato, ha sicuramente un anno di nascita, un’età ed un luogo che l’havisto nascere… ma  sono dati relativamente poco  importanti rispetto al fatto che Francesco esiste.  Ha studiato e si è diplomato a Milano (alla Scuola di Arte Drammatica “Paolo Grassi”) e dal 1990 è attivo come attore teatrale. La sua biografia artistica è ricca e particolarmente e variegata e per la lettura completa rimando alla sua pagina web (Francesco Botti.)  Ad Arezzo lavora con l’Associazione Nausika per la Scuola di Narrazioni “Arturo Bandini”   nelle produzioni di teatro\letteratura;

 è docente nei percorsi di lettura e scrittura creativa, formatore nei percorsi di alfabetizzazione, comunicazione ed orientamento attraverso le metodologie narrative (Associazione Nausika).  Nel 2002 – con Gianni Bruschi – fonda l’associazione Terìaca che ha lo scopo di rivalutare la musica e la danza popolare tradizionale del bacino del Mediterraneo ponendo le basi per incontri e collaborazioni internazionali (Terìaca).A Maggio del 2011 esordisce come scrittore con la raccolta di racconti “Di Corsa di

 Nascosto” edito da Guanda e ad Ottobre di quest’anno Francesco vince  il «Premio Letterario Minerva» (Giugliano – Napoli), quello che annualmente premia, attraverso i voti di una giuria popolare composta anche da giovani adolescenti, le migliori opere letterarie di impegno civile. Intervistato da “La Nazione” in merito al Premio dichiara: «[…]  la cosa che mi ha reso più felice sono stati i commenti dei ragazzi del liceo che hanno capito come nel libro io volessi esplorare l’amore tra maschi con ottica diversa, trattando l’omosessualità con normalità. Hanno dimostrato come siano più avanti sull’argomento rispetto alle nostre generazioni».

INTERVISTA

Laura – Ho una domanda che suonerà banale. Ma penso che i lettori abbiano anche bisogno di scoprire chi si nasconde dietro un libro. Qual è il legame tra la scrittura e la recitazione?

FRANCESCO – Grazie Laura, per questa intervista. La recitazione e la scrittura sono due attività iniziate dopo il Liceo e proseguite a compenso l'una dell'altra per me. Ricordo che la scrittura spesso si è espressa nelle pause lavorative teatrali, in quei mesi senza spettacoli in cui mi sentivo destabilizzato. E non solo dal punto di vista economico quanto di esercizio della creatività. Il teatro e la scrittura si appartengono e si integrano nella speranza di creare prodotti di qualità per l'utenza.

Laura – Come sono nate dentro di te le storie del tuo libro? Ci racconti i tuoi momenti di ispirazione ed il tuo modo di scrivere?

FRANCESCO – Alcuni racconti erano già scritti da almeno una decina di anni e non ricordo di preciso l'ispirazione. Seguo un impulso, uno stato d'animo che si decifra man mano che la scrittura procede. Immagini, impressioni, ma anche semplicemente luoghi speciali perché ispiratori di storie.

Il titolo “Di corsa, di nascosto” è l'ambiente entro il quale si muovono personaggi che vivono sensazioni compatibili alla condizione di fuga e occultamento di sé, ma anche di cadaveri come nel caso di  Daniela. Mi piacciono le storie che sembrano, ma poi riservano sorprese. Mi diverte allungare gli attimi e perlustrare a fondo l'animo umano, la sua eroica imperfezione.

Laura – Ho già detto  nella recensione che, leggendo il tuo libro, la prima e la più forte sensazione che ho provato è quella di  “sospensione del giudizio”. I personaggi non si presentano mai all’analisi del lettore per ciò che hanno fatto o per ciò che faranno ma semplicemente per ciò che sono e per le emozioni che ci raccontano. Mi viene da immaginare che anche lo scrittore, in fondo, sia un uomo che preferisce esercitare la curiosità sull’altro piuttosto che il giudizio. O no?

FRANCESCO – Magari... Diciamo che è la tendenza. Nel racconto “Birbone” c'è sicuramente un tentativo di sospendere il giudizio. Per quanto mi riguarda cerco assolutamente di evitarlo. Anche se mi scopro a giudicare proprio quando non lo credo. Ed è sempre più facile vedere gli altri che giudicano piuttosto che se stessi. Sono contento di rendermene conto e di perseguire una prospettiva che tenda a escludere il giudizio, la colpa e prevaricazione, ma tutti cadiamo nell'errore. Sarebbe come pensare di non sbagliare mai. Basta che non si abbiano velleità correttive.

La curiosità per me è quasi una patologia. Da sempre. E investe tutti i settori dell'osservazione. Caratterizza il fondamento del teatro quanto quello della scrittura. Sono a caccia di stupore nella vita che provo a restituire ogni volta nel lavoro.

Laura – Come ogni lettore tendo a voler vedere nel tuo libro qualcosa che tu – forse – non hai mai pensato di voler trasmettere. In ognuno degli 8 racconti c’è una emozione che predomina profondamente su tutte le altre: c’è il disgusto, la tristezza che uccide, la compassione che diventa amore, la sorpresa…in uno (precisamente in “Se Dio vuole”) predomina la paura di suscitare negli altri una emozione. La paura di essere disprezzati per ciò che si è e per ciò che si ama. Vorresti raccontarci quanto paga una persona che cresce con la paura di essere disprezzato?

FRANCESCO –Abbiamo tutti prezzi da pagare. E tutti paghiamo. La paura è una piccola morte. Ogni volta il corpo va in apnea. Cresciamo tutti con paure più o meno grandi, con tutta una serie di ostacoli da superare per la propria realizzazione personale.

Esattamente in “Se Dio Vuole” c'è il tentativo di illustrare chi disprezza coloro che amano individui dello stesso sesso. Si parla degli anni ottanta. Ancora oggi esiste il dileggio pubblico e la risatina di scherno.  Non so se nascano dal disprezzo o dalla disperazione personale, ma sono forme meno pericolose di quando il disprezzo si maschera attraverso il termine “tolleranza”.

Laura – Un altro filo conduttore del tuo libro è il tema della mancanza d’amore, il non sentirsi qualcuno perché “non amati da qualcuno” che da ragione del dolore, della rabbia, del bisogno di riscatto, della ricerca compulsiva verso l’amore stesso fino a divenire malattia. Quanto costa ad un gruppo umano la sottovalutazione del bisogno di amore?

FRANCESCO – La mancanza d'amore è solitudine. L'isolamento crea danni neuro-tossici. Riguarda un po' tutti i gruppi umani. Riguardo agli amori omosessuali c'è stato uno scotto da pagare. Ed esiste tuttora. Credo che la soluzione siano la conoscenza e la condivisione in modo che non si creino più i gruppi umani. Quindi anche reazioni di vittimismo o omofobia interiorizzata. Soltanto attraverso un'ampia condivisione un essere umano si rende conto di non essere l'unico ad essere discriminato e può quindi avviare soluzioni di convivenza e produttività.

A questo si aggiunge un abuso del termine amore che lo ha fatto diventare tutto e niente. Si pensi alla deformazione culturale di considerarlo come necessariamente doloroso. L'amore è una forza proprio perché gratuito come la morte. Forse comprenderei nel termine amore il mondo delle relazioni umane. I retti rapporti umani (che è una frase che ho sentito e rende l'idea). Tutti i gruppi umani in questo momento sono testimoni di un radicale cambiamento.

Laura – Continuo ad essere convinta, rileggendo il tuo libro per la seconda volta, che sia profondamente ingiusto che venga definito come un libro che parla di relazioni omosessuali. È un libro sull’amore, anzi sulla “normalità” dell’amore. Cosa manca alla nostra cultura per superare questa profonda resistenza morale nei confronti di uno dei tanti orientamenti affettivi.

FRANCESCO – L'informazione e il pudore. Sembra una contraddizione. C'è confusione quando si parla di identità e orientamento e manca il pudore di considerare i legami affettivi come personali e legittimi, appartenenti ad una sfera privata poco definibile. Citando Franco Buffoni apparteniamo ad una società etero-patriarcale. Resiste la società del maschio alfa, del potere. Se c'è discriminazione verso certi orientamenti affettivi dipende dalla disparità tra maschile e femminile.

Laura – Se ti fosse data la possibilità di ripensare il tuo libro e di aggiungere un personaggio, che storia ci racconterebbe?

FRANCESCO – Con la stessa struttura e lo stesso titolo mi piacerebbe scriverne un altro che fosse dal punto di vista femminile.

Laura – In alcune parti del tuo libro io ho avvertito una sorta di nostalgia che diventa in alcuni dei tuoi racconti quasi un monito:  la decadenza di una cultura che mistifica pur di uniformare, l’allontanarsi sempre di più dalla ricerca di “senso” e la superficialità dei giudizi di una cultura che consuma anche le opinioni.  Se ho capito la visione dello scrittore vorresti esprimerci il  tuo punto di vista, quello dell’uomo dietro lo scrittore?

FRANCESCO – Cercherò di tradurre una sensazione che probabilmente si legge nel libro e appartiene anche a me. Sono nato in un periodo storico dove la velocità è aumentata. I racconti della mia nonna rischiavano di perdersi nella memoria, tra le nuove tecnologie e il successo come valore. Nostalgia verso un passato che mi è stato raccontato come ricco di bellezza e valori, ma anche ottimismo incosciente verso un futuro decisamente impegnativo.

Laura – Ci consigli un libro? Uno di quei libri che ti hanno raccontato qualcosa che prima non conoscevi.

FRANCESCO –Sto leggendo i libri di Irene Nemirovskj. Come ogni volta che scopro un Autore mi viene da dire che è il migliore.

Laura – Adesso un piccolo gioco, che ho fatto con ogni Autore intervistato: "C'era una luce strana quella mattina, come se facesse fatica a superare un immaginario ostacolo...". Continua tu!

FRANCESCO - «C'era una luce strana quella mattina, come se facesse fatica a superare un immaginario ostacolo. Milano alle 7.00 di domenica mattina era deserta. Christian aspettava infreddolito all'incrocio tra viale Bligny e via Ripamonti. Per non arrivare tardi all'appuntamento si era svegliato alle 5.00. Sostava sul marciapiede con le mani sulle tasche del giubbotto e il viso coperto a metà da una sciarpa di lana rossa. La penna a biro  stretta nella mano sinistra, come un'arma. Il tram numero 24 arrivò placido, frenò e aprì le sue porte. Scese un uomo con la barba e il cappello di sceriffo. La stella sul gilet, gli stivali e il cinturone con le pistole. Una specie di messicano abbronzato nel freddo gelido di gennaio. Si girò subito verso Christian e s'incamminò verso di lui a passo spedito e guardandosi intorno. Sulla mano destra aveva la valigetta verde. Christian ebbe un tuffo al cuore. Non voleva crederci. L'uomo avrà avuto una sessantina di anni, basso, paffuto sul viso. Man mano che si avvicinava ne riconosceva i tratti del viso. Era impressionante la somiglianza. Attraversò la strada e si levò il cappello

“Buongiorno!” disse porgendo la mano a Christian.

“Buongiorno a lei” fece il ragazzo.

“Parola d'ordine?” fece lo sceriffo.

“C'era una luce strana quella mattina, come se facesse fatica a superare un immaginario ostacolo.” rispose Christian.

Il tipo sorrise. I suoi denti erano a punta. Christian fece un paio di passi indietro. “Le mie congratulazioni!” s'inchinò lo sceriffo. “Grazie a lei Salt Lake City è salva” aggiunse con ammirazione. Christian chiese se c'era da firmare qualcosa. Lo sceriffo fece di no con la testa e sorrise cordiale. Poi tornò verso la fermata del tram.

Christian attese un momento e poi s'incamminò verso casa incredulo. La premiazione al gioco di ruolo al quale aveva partecipato via internet si era veramente svolta come da regolamento. Lo sceriffo Gaumont che combatteva gli zombie era venuto a consegnargli il premio. Un soggiorno di una settimana a Salt Lake City per due persone. Aereo, albergo, tutto compreso. Christian si fermò all'inizio di via Salasco e aprì la valigetta. C'era il biglietto del viaggio e tutto quello che occorreva. Sorrise e ripeté dentro di sé la frase di inizio del videogioco: “C'era una luce strana quella mattina, come se facesse fatica a superare un immaginario ostacolo”»

Laura – Voglio ringraziarti per la tua disponibilità ma anche e soprattutto per le tue parole scritte, per quelle pensate e trasmesse nel comportamento e per quelle espresse con coraggio nella vita di tutti i giorni. E poi per essere capace di amare…

 

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