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FRANCINI (PDL): LA CITTADINANZA AUTOMATICA AI FIGLI DI IMMIGRATI, UN FALSO PROBLEMA

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FRANCINI (PDL): LA CITTADINANZA AUTOMATICA AI  FIGLI DI IMMIGRATI, UN FALSO PROBLEMA


Le parole del Presidente della Repubblica sulla cittadinanza ai figli di stranieri che nascono in Italia, hanno rinfocolato ad Arezzo un’aspirazione che sembra stare molto a cuore ai nostri amministratori che, con facile buonismo, vogliono farla passare come conquista di civiltà. In Italia, come è noto, vige lo ius sanguinis per cui ogni bambino, fino alla maggiore età, mantiene la cittadinanza dei genitori Altri paesi adottano, per motivazioni diverse, lo ius soli, ognuno è cittadino del paese dove nasce, in verità solo la Francia tra i paesi europei adotta pienamente questo criterio. Ho l’impressione però che questo dibattito ci faccia spesso dimenticare che tutti i minori presenti sul nostro territorio, qualsiasi cittadinanza essi abbiano, godono comunque  dei medesimi diritti. Giustamente, in qualunque condizione si trovino, vanno a scuola, vengono curati, vengono iscritti a società sportive o ad altre associazioni ludico-ricreative, senza alcuna discriminazione. E’ quindi falso e fuorviante far credere che la mancata cittadinanza automatica, sia un problema per i ragazzi stranieri. In secondo luogo la legge sulla cittadinanza del 1992 art. 14 (che tutti sembrano dimenticare ) prevede che i figli minori, di quanti acquistano la cittadinanza italiana, l’acquisiscano con i genitori ma che alla maggiore età potranno anche rinunciarvi. E’ un principio di grande civiltà che ribadisce un valore non solo liberale ma sacrosanto anche sotto l’aspetto etico, è la famiglia che rende partecipe il minore delle proprie scelte ma gli consente, una volta divenuto adulto, di compierne di proprie. Perché non dovrebbe valere per tutti? E’ la famiglia il luogo di maturazione e  di crescita della persona, in cui si forma la  consapevolezza di appartenere ad una comunità  e da cui scaturisce la scelta di farne parte definitivamente da adulto. Concedere la cittadinanza ai figli di persone che magari non vogliono diventare italiani, è un modo come un altro di interporsi al rapporto educativo all’interno delle famiglie stesse. Detto questo non mi nascondo la necessità di accelerare, in questo come in altri settori,  i tempi della burocrazia, questi si talvolta discriminatori. D’altra parte credo che se il dibattito in corso, anche se non l’annovero tra le urgenze del Paese, sarà sereno e privo di pregiudizi si potrà pensare a qualche proposta di accorciamento dei tempi di permanenza prima della cittadinanza, se dieci anni sono troppi si potranno anche accorciare, ma mai eliminare del tutto, pena la promozione di un provvedimento di caratura puramente ideologica.

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