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Vietato parlar male di Garibaldi

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Vietato parlar male di Garibaldi

 

 

 

 

 

Nello squalificato e sconcertante panorama offerto dalla classe politica italiana, dal capo del governo a quello dell’opposizione, così come dall’ultimo sottosegretario, al capo carismatico dei giustizialisti, dentro e fuori il palazzo, nell’ultimo decennio del secondo millennio e nel primo del terzo, il Partito Repubblicano Italiano rappresenta le uniche pagine di storia che il Paese possa vantare; nel pieno dei festeggiamenti del centocinquantesimo anniversario della sua unità nazionale.

Ci sono voluti centododici anni, dopo la sua unità, affinché il dettato, auspicato da Melchiorre Gioia e da Giuseppe Mazzini, divenisse realtà.

Lo stesso Mazzini aveva, in più di un’occasione, accantonato il suo progetto, anteponendovi l’esigenza unitaria; ancorché perseguitato e condannato dai giudici piemontesi, fiorentini e romani, considerava la riunificazione politica dell’intero stivale il primo e principale obiettivo del risorgimento italiano.

Il generale Garibaldi aveva messo da parte i trascorsi mazziniani pervasi dall’ideologia repubblicana; dovette in seguito ricredersi, però, allorchè si accorse che gli orpelli a lui offerti dalla monarchia e dal governo dell’Italia unita, erano poca cosa, di fronte al muro politico contro il sbatteva ogni qual volta avanzava un progetto di legge, per i suoi soldati, per le donne, l’ambiente, gli animali domestici, i contadini, gli operai.

Amareggiato e deluso, scontento di quella Italia, a lui estranea, si ritirò a Caprera fino alla morte. Giuseppe Mazzini era morto,  poco prima, sì, nel suolo italiano, ma sotto falso nome e disperatamente isolato.

In pieno 2011, obbligati dalle circostanze ai festeggiamenti unitari nazionali, i rappresentanti istituzionali degli italiani, ad ogni livello, siano stato o regioni, province e comuni, in moltissimi casi hanno optato per concerti, mostre di quadri e foto, rievocazioni suggestive della società contadina e operaia, concerti di bande ed esibizioni di comici e ballerine; cose belle e toccanti quanto si voglia, purchè fosse evitato di toccare  tasti spiacevoli, come il connubio della “casta” con gli “affaristi”, o le beghe di campanile degli uomini nordisti in camicia verde, o i tanti malesseri del mezzogiorno.

Pochi, pochissimi, gli esempi di memoria storica; con oltretevere che prima  ha tentato di contrastare e sminuire le celebrazioni dello stato laico e democratico,  poi, una volta constatata la voglia dei fedeli di non trascurare questa occasione, intervenire a gamba tesa, dichiarando di esserne stata uno tra i principali e positivi protagonisti.

“Vietato parlar male di Garibaldi” era un famoso assioma sostenuto dallo stato tra il 1890 e il 1920.

Con il senno di poi, molti sono stati gli storici che hanno convenuto il diffondersi di questo principio con l’esigenza di evitare di parlarne, poiché  l’apparato statale aveva a che fare con il “non possumus”.

Oggi restiamo in molti a sostenere che nei nostri primi centocinquantanni, nonostante la piemontesizzazione della sovranità nazionale, la mancata soluzione dei problemi economici del meridione, lo sfruttamento padronale della classe industriale e alto borghese sugli operai ed i contadini, nonostante il fascismo e due guerre intercontinentali, i periodi politici meglio gestiti siano stati quelli che vanno dal 1900 al 1914 e quello che va dal 1946 al 1962.

Agli albori del ventesimo secolo il governo della cosa pubblica, nazionale e locale, era gestito da partiti politici laici, tendenzialmente di sinistra moderata, i quali, con i cattolici fuori dalla stanza dei bottoni, erano molto più attenti alle cause sociali interne, che alle politiche dei rapporti internazionali, mutati, per nostra fortuna, grazie agli interventisti antimperialisti.

Veniamo ai giorni nostri, dove siamo costretti ad assistere all’indecoroso spettacolo del presidente del consiglio assediato da una opposizione coerente nel volerlo destituire per  comportamenti contrari alla pubblica morale e non attraverso democratiche elezioni.

Da sempre le femmine sono state causa della perdita del potere maschile; Salomè, Betsabea, Dalida, Elena, Cleopatra, e tanti altri numerosi esempi di femmine, fatali a generali, imperatori, primi ministri, che su quei letti hanno perso la dignità…. e il potere.

Intanto  il tempo delle vacche magre si allunga, il prodotto interno lordo si assottiglia, il deficit pubblico aumenta e il potere di acquisto  dei ( tar…) tassati diminuisce.

Mentre molti lombardi rievocano con giubilo la prima crociata e molti siciliani rivogliono i Borbone, i giovani perdono il lavoro e gli anziani passano la giornata guardando stupefatti Magalli e la Venier.

Se la casta politica si confeziona fior di prebende, amministratori di aziende che licenziano gli operai guadagnano fortune da superenalotto al mese.

E tra tutti questi giri di walzer, mentre l’orchestra suona a tutto volume la sua assordante musica, nessuna misura viene intrapresa per porre rimedio a questo……….casino.

 

Renato Traquandi  www.sentierirepubblicani.it

  

 

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