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Nomine partecipate. Sindaco fai ciò che puoi, con ciò che hai, dove sei

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Nomine partecipate. Sindaco fai ciò che puoi, con ciò che hai, dove sei

Cito questa massima, che fu coniata dal presidente Franklin Delano Roosevelt, perché solo la statura politica di colui che la pronunciò, mi consente di rivolgermi così al nostro sindaco senza apparire insopportabilmente supponente.

 

 

Ormai le nomine delle partecipate son diventate il tabù della politica locale. Chiunque verrà nominato, sarà sottoposto ad una pioggia di critiche e spesso anche di maldicenze. E’ l’antipolitica, che ormai ci fa apparire marcio il sistema (e spesso lo è), ma facendoci correre un rischio molto più grande: restare acefali o peggio ancora, imbavati dalle chiacchiere dal parlatore di turno, che ci accompagnerebbe definitivamente alla rovina. Se qualcuno mi proponesse di diventare presidente di un CDA di una partecipata o di una controllata (state buoni è solo un’iperbole), non so se avrei il coraggio di accettare. Il risentimento verso i managers pubblici sta rasentando il parossismo. La loro vita privata si colora del rancore generalizzato che li travolge. Se è vero che spesso questi incarichi son serviti da stipendificio per funzionari zelanti o per trombati rampanti, è altrettanto vero che vi sono stati manager che hanno svolto con passione, dedizione ed onestà il loro lavoro.

Il problema è che i poteri di nomina del sindaco, sono ormai troppo spesso nelle mani dei partiti. Una nomina che dunque dovrebbe essere espressione della sovranità popolare, da cui discende il potere che la legge assegna ad un sindaco (peraltro molto grande) che è organo e rappresentante del potere esecutivo, è usurpata da segreterie sempre più invadenti e ingombranti. Solo così infatti, si può spiegare perché il nostro sindaco, avrebbe nominato alla presidenza della prima e più importante società a cui partecipa il nostro comune, un uomo (Paolo Brandi) che solo pochi mesi prima lo stilettava pesantemente e in forma personale dal pulpito del consiglio comunale di Castiglion Fiorentino. Non certo per la presenza di un rapporto fiduciario. Se questo rapporto c’era, bisognerebbe capire con chi era…

Il segnale che tanti cittadini si aspettano, è dunque un nuovo modo di intendere la politica delle nomine. Un nuovo modo che tenga conto dei meriti, dei titoli, delle qualità e delle capacità. E se poi c’entra anche del genere. Non ho grande memoria storica in materia, ma non mi sembra che una donna sia  mai stata nominata presidente di una partecipata. Che forse non abbiamo cittadine in grado di guidare mirabilmente un CdA di una SPA ? Non credo. Iniziamo allora ad abbattere i pregiudizi ottocenteschi. Ma iniziamo anche a valutare gli incarichi per ciò che sono e soprattutto a retribuirli per quanto impegnano. 

Se vogliamo combattere un’ antipolitica nichilista e distruttiva, dobbiamo reagire con la medicina della antipartitocrazia. Perché i partiti politici sono importanti, anzi essenziali alla vita dialettica del paese, ma bisogna evitare di consegnare loro poteri che la costituzione assegna agli organi dello stato che soli godono del mandato popolare per esercitarli.  Come ben ci spiega Annalisa Chirico, l’antipolitica e l’antipartitocrazia sono due cose diverse. La prima si nutre di apparenza, la seconda di sostanza. Alla prima basta essere demagogicamente convincente, suadente ma soprattutto e sopra ogni cosa annichilente. La seconda è pronta ad essere impopolare a costo di non essere antipopolare.

Assistiamo ad una vera calca sui banchi della prima. tutti, a destra come a sinistra, bramano l’ambita palma dell’“antipolitico dell’anno”. Profluvi di indignazione contro la spigola a buon mercato al ristorante del politicante, contro il ricambio di posate troppo costose, le auto blu ingolfanti e contro gli ingombranti parlamentari, che vanno dimezzati. Anzi, evirati. E così come in campo nazionale, anche in ambito locale è difficile evitare le critiche populiste da 2 euro al chilo, sparando addosso al malcapitato di turno. Il complottismo all’italiana che vede il torbido in ogni scelta, rischia di avvelenare l’acqua dei pozzi a cui si abbevera l’essenza stessa della democrazia. Il clima del sospetto, profuso a piene mani per abbattere l'avversario di turno, dimostra spesso una miopia assoluta. Ed è proprio la miopia ciò che oggi mi spaventa di più nella nostra classe dirigente. Abituati a vivere alla giornata, al tirare a campare fino a sera, nessuno ha la voglia o il coraggio di guardare dietro l'angolo. 

Ma se tra i presunti antipolitici c’è la calca, tra gli antipartitocratici non c’è quasi più nessuno. In una solitudine, che se solo venisse ripresa da tv e giornali, restituirebbe ai cittadini il diritto a una piena conoscenza. A quel punto sarebbe ancora possibile salvare la politica e sferrare un colpo, questo sì mortale, alla partitocrazia. Agli intrighi di palazzo. Ai veti e ai favori incrociati. Alla cicuta nel brindisi di auguri.

Mi perdoni caro sindaco l’ardire di questa mia lettera aperta, ma vorrei tanto che responsabilità e meriti per le scelte importanti che riguardano i cittadini che le hanno mostrato tanta fede, ricadessero su colui che unico è stato chiamato a rappresentarli. Senza sbavature nè tentennamenti.

Ad maiora

Paolo Casalini

 

 

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