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CACCIA: QUANDO L'OBIEZIONE (DI COSCIENZA) NON E' PIU' UNA VIRTU'

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CACCIA: QUANDO L'OBIEZIONE (DI COSCIENZA) NON E' PIU' UNA VIRTU'

 

Prendo spunto da un fatto di cronaca locale: parlo della dipendente comunale, la quale ha chiesto, in nome delle sue convinzioni animaliste, di essere sollevata dall'incarico di rilasciare i tesserini venatori ai cacciatori: omettendo cosi' un incarico cui avrebbe dovuto attendere nell'esercizio delle proprie mansioni. Ne e' sorta una discussione a livello locale molto animata, che ha riportato in auge un tema di scontro ormai molto risalente. Chi scrive ci tiene subito a precisare che non appartiene alla Parrocchia 'anticaccia', anche se comprende l'avversione per la caccia degli animalisti, la cui cultura segna comunque un'indubbio progresso di umanita' e civilta'. Con riguardo al comportamento della dipendente comunale e alla sua obiezione di coscienza alla caccia, credo si debbano svolgere alcune considerazioni. Innanzitutto, nessuno nega il diritto della Sig.ra, che ritenga disagevole e fonte di conflitti interiori l'ufficio cui e' preposta, di fare domanda di trasferimento o di assegnazione ad altro ufficio. Crediamo, però, che la domanda non possa godere di una corsia agevolata, come ad esempio nel caso del Medico che rifiuti l'aborto o il veterinario la vivisezione, per la netta diversità della situazione. Preposta, infatti, all'Ufficio Licenze di caccia, la Sig.ra si limita ad emettere un'autorizzazione statale, dopo un vaglio di "onorabilità" del richiedente, che di per sè è neutro: il cacciatore teoricamente potrebbe non usufruirne o usufruirne in misura limitata. Configurare una responsabilità del Dipendente Comunale in "concorso in omicidio" degli animali, come la Medesima sostiene, è un'esagerazione, almeno questa è la mia opinione. Personalmente, sono convinto che in questo caso non si versi in un'ipotesi di obiezione di coscienza paragonabile a quelle già regolate dall'ordinamento, come per il servizio militare, l'aborto, la vivisezione e la sperimentazione animale. In questi casi,  infatti, il medico, il militare, il veterinario, se non sollevassero obiezione, si renderebbero responsabili di atti cui la loro coscienza ripugnerebbe. Ma attenzione: l'obiezione di coscienza riguarda scelte proprie, non coinvolge gli altri. Tanto per intenderci, un Primario di ginecologia antiabortista di SSN non puo' impedire ai medici del reparto di operare in interruzioni volontarie di gravidanza, vietando di fatto il servizio: incorrerebbe in sanzioni disciplinari. Una cosa e' l'obiezione di coscienza; altra cosa è il sabotaggio di atti amministrativi dovuti: come il rilascio della licenza di caccia. Così nelle leggi vigenti, l'obiettore al servizio militare, ad esempio, pur esonerato dalle esercitazioni armate, può sempre essere richiamato in guerra (sia pure in compiti compatibili con il suo status); se ciò non fosse possibile, l'obiezione diverrebbe sabotaggio. Addirittura il Medico antiabortista obiettore di coscienza è tenuto a superare la sua obiezione ed essere comandato in un'interruzione volontaria di gravidanza in casi di emergenza. Questo significa che la tutela della coscienza individuale (la Corte Costituzionale è maestra in questo) cede sempre il passo quando sono per così dire "in ballo" doveri di solidarietà pubblici. In questo senso, il contegno della dipendente comunale aretina se è umanamente comprensibile, non può configurare ostacolare quei concittadini che si dedicassero alla caccia. Del resto, diversamente argomentando, ne andrebbe dei sacrosanti diritti costituzionali: se un dipendente pubblico giura fedelta' alla Costituzione, deve essere conseguente ed e' miope e cocciuto integralismo ideologico sostenere il contrario.

 

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