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Ogni cosa nasce nella storia ma nella storia prevale la contingenza rispetto alla causalità.

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Ogni cosa nasce nella storia ma nella storia prevale la contingenza rispetto alla causalità.

 

Tra la fine dell’8oo e la fine della prima guerra mondiale la finanza internazionale aveva già la sua globalizzazione, regolata dal regime del Gold Standard. Poi le conseguenze della guerra e lo strapotere dei regimi nazionali produsse protezionismo e in molti casi (in molti stati) iperinflazione e turbolenze incontrollabili. Nel casino si traccheggiò fra il ritorno al Gold Standard e goffi tentativi di strutturare un modello nuovo capace di garantire il libero scambio delle merci e dei capitali. (Una curiosità: quando Churchill ascoltava i consulenti economici diceva “mi sembra che parlino turco” .. non capiva niente di economia). La confusione durò a lungo sfociando nella grande depressione del ’33. Nel frattempo Keynes, grande sostenitore del libero scambio, cominciava a riflettere e a modificare il proprio pensiero sulla base di una duplice considerazione: in primo luogo l’evidenza di troppi concetti alternativi di politica economica Nazionale, difficili da veicolare verso una visione di vantaggi reciproci; secondo, gli interessi particolari del “suo” Regno Unito fin troppo sottoposto al potere economico e finanziario statunitense.

Nel ’44, Keynes insieme all’americano White e altri funzionari provenienti da 44 nazioni dettero vita ad un modello nuovo che prese il nome dalla località turistica del New Hampshire, Bretton Woods. Da li nacquero anche il FMI e la Banca Mondiale. “ Il compromesso delicato era l’elemento che dava vigore al nuovo regime: rendeva possibili livelli sufficientemente elevati di disciplina a livello internazionale e consentiva di fare progressi verso la liberalizzazione delle attività commerciali (…) lasciando tuttavia abbastanza spazio all’intervento di ciascun governo per soddisfare le esigenze sociali ed economiche a livello nazionale”. Inoltre anche Keynes spiegava che, in base all’accordo, tutti i governi possedevano il “diritto esplicito” di controllare in modo permanente qualsiasi movimento di capitali … “quella che una volta era definita un eresia, è ora avallata come ortodossia” disse.

Nei decenni che ci portano ai nostri giorni si affievolì  il “controllo” a vantaggio di una totale liberalizzazione dei flussi e con questo lo straordinario sviluppo del business dei servizi finanziari, sostenuto dai “centri” più importanti: Stati Uniti ed Inghilterra.

Il sunto potrebbe fermarsi qui, in quanto ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni a livello globale sta tutto in queste premesse. In sintesi estrema: Washington  Consensus … Reagan e Thatcher; innovazione finanziaria e “speculazione” conseguente; facilità all’indebitamento; miracoli della globalizzazione (Asia Orientale), sfruttamento e grandissima crescita (Cina), opportunità (per tutti), danni (per alcuni), successi (Brasile, India), Insuccessi (Europa), declino (U.S.A.).

Infine le domande: si può salvare l’economia mantenendo pervicacemente il legame con la globalizzazione; come si risolve l’inevitabile scontro fra politiche nazionali e iperglobalizzazione; quanto è compatibile l’iperglobalizzazione con la democrazia.

Questa sorta di trilemma è allo studio di tutti gli attori internazionali, governanti, politici, economisti e filosofi. Io tento superficialmente abbozzi di possibili risposte.

La globalizzazione è un fatto e non una scelta; si può criticare in mille modi la sua genesi e il suo sviluppo ma se si cerca di produrre involutivamente un fatto nuovo si rischia di entrare nel buio autocratico della miseria. Siamo nella indispensabile costrizione di doverci mantenere nel regime di libero scambio di merci e capitali, quindi si salva l’economia solo dentro il modello globale ma riconsiderando il sistema nell’ottica del compromesso fra liberismo globale e regole globali. C’è, però, il problema dell’impossibilità di una governance globale in grado di agire efficacemente nella regolamentazione e nel controllo (l’esempio Europa è l’esperimento più avanzato al mondo, ma largamente fallimentare, di governance sovranazionale nato con grandi difetti d’origine, primo fra tutti il fatto che il primo vagito è stato monetario e non politico … scrissi molti anni fa e siamo nelle stesse condizioni oggi: “l’Europa politica è un progetto fermo nell’angar  delle utopie”).

La mancanza, forse è meglio dire l’impossibilità di una governance globale, data l’asimmetria degli interessi nazionali e persino dei “regimi” politici nazionali, produce una vera e propria aporia: sarebbe indispensabile ciò che è impossibile! Di nuovo quindi la strada è il compromesso e, purtroppo, il possibile futuro florilegio di accordi internazionali che seguirebbero ad ogni piè sospinto.

Infine, il rapporto fra Democrazia e iperglobalizzazione: vedo il pericolo che la democrazia possa perdere il confronto (con conseguenze per me catastrofiche sul piano dei diritti) a meno che non sappia rispolverare i motivi morali che la ispirarono. A meno che il confronto politico negli stati nazione (ovunque) dismetta caratteristiche deleterie frutto della storia e dell’epoca.

Non più Potere ma Responsabilità, non più cooptazione secondo fedeltà ma selezione per merito e lealtà, non più menzogne e fiorentinismi, demagogia e propaganda, non più caste ma classe dirigente competente. Governare per il bene del popolo … sul serio. Il popolo può fare la sua parte: studiando e ribellandosi al malcostume e all’ingiustizia.

Venendo agli annunci di Premier e Ministro dell’economia.

Solo una delle misure annunciate può avere eco in una possibile “tranquillizzazione” dei mercati ma ci sono delle perplessità. Mi riferisco all’anticipazione dell’obbiettivo di pareggio: è una misura di carattere politico, suggerita e non imposta dall’Europa alla quale poteva andar bene anche così com’era in manovra, che dissimula una doppia possibilità, o il governo non crede di poter giungere al termine del mandato o intende costringere le opposizioni all’assenso, in nome dell’interesse nazionale, sulle misure concrete (lacrime e sangue e qualcuno paventa persino un prelievo forzoso che sarebbe disastroso per l’economia reale) che seguiranno, togliendogli argomenti utili per la futura campagna elettorale … quindi ancora politica interna, ancora un fiorentinismo.

Il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale sarebbe una rivoluzione di portata epocale .. ma non si farà. Occorrerebbe un altro articolo per definire lo scangeo che produrrebbe. Comunque avrebbe senso soltanto se tale obbligo fosse accompagnato, sempre nella stessa legge, dalla puntuale precisazione della percentuale di Spesa Pubblica sul PIL nazionale. Immaginate l’obbligo di pareggio con la spesa pubblica che, per ipotesi arrivi a sfiorare il 55% … significherebbe un indispensabile aumento della pressione fiscale di almeno 4 punti percentuali! Immaginate il riverbero di tale norma costituzionale sui conti delle regioni e delle amministrazioni locali. Tale principio è in vigore in Germania .. ma da noi?

Tutto permesso tranne ciò che è vietato è un mantra di ogni liberale convinto. Ci piace ma .. non prendeteci più per il culo, perfavore!

Interessante sarà valutare le misure concrete e le determinazioni che si assumeranno per la riforma del mercato del lavoro … è una storia tutta da scrivere .. vedremo.

Per concludere … il governo ha battuto un colpo ma è un piccolo colpo … il Premier non ne può più .. e un deputato aretino si lamenta per dover fare tournèe in giro per sagre paesane .. poi scrive anzi farfuglia sconclusionate tesi complottistiche e fa ridere i polli. Questa è e resta per ora l’Italia.

Thevenot

 

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