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Tornelli al tribunale ? Perché no

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Tornelli al tribunale ? Perché no

So che rischio molto parlando di queste cose, ma vorrei raccontare un fatto a me occorsomi di recente

 


Un po’ di tempo fa il ministro Brunetta (tra le tante scemenze qualcuna giusta la dice), dichiarò che avrebbe messo i tornelli ai tribunali per giudici e dipendenti pubblici.

Orbene se qualcuno è stato nel nostro tribunale nei giorni passati, si chiede con rammarico perché ancora Brunetta non abbia avuto il coraggio di mettere mano al problema. La sola presenza del referendum, sembrava avesse mobilitato l’intero Palazzo di Giustizia (ma a fare che?) e nessuno era più disponibile a fare alcunchè. La cosa strabiliante era che nonostante i 3 o 4cento dipendenti, l’intero palazzo sembrava più simile al deserto dei tartari.

Non che in altri momenti ci si ammazzi di lavoro: come scriveva Filippo Facci qualche mese fa, lo sanno tutti che i magistrati e dipendenti del ministero della Giustizia lavorano mediamente poco, che non di rado tizio «oggi non c’è», che caio «oggi lavora a casa», che sempronio «oggi non è venuto», che pochi si sobbarcano il lavoro di molti, che molti sono imboscati o fuori stanza: perché sono uomini e funzionari e dipendenti statali come gli altri, la differenza è che molti non timbrano il cartellino (e dici poco) e che in qualche caso si sentono eticamente superiori agli altri salariati pubblici. Cosicché i problemi sono sempre altrove: è colpa della «mancanza di risorse» se al pomeriggio in tribunale c’è il deserto dei tartari, è colpa della «cattiva organizzazione» se molti magistrati appongono fuori dalla porta gli orari di ricevimento come se fossero insegnanti delle medie, e se un avvocato cerca un fascicolo e però il pm l’ha portato a casa.

Il presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta, lo disse chiaramente in un libro di Massimo Martinelli: «Nei tribunali il problema principale è proprio questo, far lavorare e motivare i giudici; perché se la giustizia è al capolinea non è colpa solo di leggi farraginose, ma anche di molti colleghi che non lavorano a sufficienza». Ecco perché i parenti delle vittime di Viareggio dovrebbero farsi spiegare, dai magistrati, come abbiano fatto a non fissare neppure la prima udienza dopo due anni e mezzo; i terremotati dell’Aquila dovrebbero farsi spiegare se undici anni e otto mesi non siano più che sufficienti per definire un giudizio ed evitare la prescrizione; mentre i risparmiatori truffati dalla Parmalat dovrebbero farsi spiegare, pure, perché siano serviti sette anni per un primo grado sulla bancarotta. Già oggi vanno in prescrizione 450 processi al giorno: i magistrati non hanno nessuna responsabilità in tutto questo? E neppure i 51 giorni di ferie l’anno – record italiano – significano niente? Si saranno mai chiesti, i magistrati, perché la vecchia uscita del ministro Renato Brunetta sui tornelli a palazzo di Giustizia, in un sondaggio pubblicato dal Corriere nell’ottobre 2008, vide favorevole l’80 per cento dei votanti? Anche Giuliano Pisapia, sindaco a Milano, lo disse chiaramente: «Lavorano poco». Suggerì che si facesse come quel procuratore capo che ogni mattina bussava dai vari magistrati per dargli il buongiorno.

Tutto il resto, meno rilevante, va come sappiamo: sette anni per mandare in primo grado un processo per usura a Milano e un minimo di cinque anni nel resto d’Italia per un qualsiasi penale in primo grado. E’ per questi processi che manca la carta per le fotocopie, che Tizio è in malattia, che la segretaria è in maternità: le solite cose che secondo l’Associazione nazionale magistrati costituiscono i soli problemi «strutturali» che ci vedono in coda alle classifiche mondiali sulla giustizia. I nostri processi durano dieci volte più della Francia e cinquanta volte più della Gran Bretagna: forse è perché li facciamo meglio ?

Vincenzo Billi

 

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