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The tree of life di Terrence Malick

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The tree of life di Terrence Malick

 

 

 

Che si può dire di un film che ha in epigrafe una citazione di Giobbe, comincia mettendo in scena una vera e propria cosmogonia (il big bang, la nascita della vita sulla terra, i dinosauri...), prosegue alternando presente e ricordi del protagonista in un concatenarsi di piani temporali diversi e termina con una visione fantasmatica di quello che potrebbe essere il Paradiso? Che si può dire di un film dove le voci off si rivolgono a Dio interrogandolo sul senso dell'esistere, la colonna sonora allinea brani di Smetana, Brahms, Preisner, Berlioz e le parti propriamente “narrative” vengono inframmezzate a immagini di paesaggi naturali (vulcani, oceani, deserti, fondali marini...) in stile Koyaanisqatsi o – dicono i maligni – Superquark?

Nulla si può dire, o tutto. Si può sbuffare, lamentarsi, addirittura indignarsi per tanta sfacciataggine, tanta ambizione, tanto smisuratezza, tanta strenua indifferenza nei confronti dello spettatore che si ritrova catapultato per due ore e mezzo di fronte a qualcosa che va al di là delle certezze consolidate dello spettacolo cinematografico standard. Oppure si può gridare al capolavoro. Qui, un po' pilatescamente, si sospende il giudizio. Con la ferma consapevolezza che di fronte a opere complesse e “assolute” come The tree of life non ci si può esprimere a cuor leggero. Ci si limita a elencare qualche impressione, qualche punto fermo, qualche spunto di riflessione.

  1. Innanzitutto che si facciano ancora film così – e che questi film giungano nelle sale di tutto il mondo sponsorizzati dalla presenza di divi come Brad Pitt e Sean Penn – rappresenta, a prescindere da qualunque giudizio di valore, una notizia positiva. In mezzo a centinaia di pellicole improntate all'intrattenimento più facile senza altra pretesa che non sia l'incasso, The tree of life è tanto clamorosamente “d'arte”, tanto indifferente ai gusti del pubblico, tanto risolutamente ostico e difficile da meritare solo per questo un'ammirazione di natura, se non estetica, perlomeno “morale”. Nell'ultimo decennio forse solo INLAND EMPIRE di David Lynch si era avvicinato a questi livelli.

  2. Di fronte a sequenze come quelle della cosmogonia il pensiero corre a Kubrick, a Tarkovskij, a Godfrey Reggio o in alternativa ai documentari di Piero Angela, all'iconografia pubblicitaria, ai video musicali di MTV. Lo spettatore si trova a fare i conti con i propri parametri estetici, spinto a chiedersi se è lui che forse è troppo cinico e inaridito per riuscire a cogliere senza sorrisi ironici una ricerca tanto insistita della poesia, o se sia Malick a essere un alfiere smisurato del cattivo gusto, della naiveté che diventa kitsch, del poetico da quattro soldi. Il confine fra sublime e kitsch sta negli occhi di chi guarda.

  3. Percorso dall'inizio alla fine da una ricerca spasmodica di senso, The tree of life non è probabilmente un manifesto della destra teocon né un film che “sarebbe piaciuto a Hitler”, per usare le parole di una commentatrice del “Fatto Quotidiano” che non ha trovato niente di meglio da fare che stilare la classifica di chi, fra Malick e von Trier, sia più “nazista”. Fra i laici più ottusi si diffonde sempre di più questo ridicolo pregiudizio nei confronti di tutto ciò che si propone di indagare il territorio del metafisico, come se porsi domande di natura spirituale dovesse essere peculiarità dei soli credenti, meglio se fondamentalisti.

  4. Tanto più che l'opera di Malick è un'opera “aperta”. Non enuncia sicurezze assolute, si limita a porre domande e a suggerire – ma sempre in forma dubitativa, contraddittoria, incerta – risposte o frammenti di risposte. Non lo si può neanche definire “new age”, se si intende questo termine in senso spregiativo, come insieme di banalità spiritualistiche e “scorciatoie per l'Assoluto”. E' un film che mette in scena una ricerca che resta fondamentalmente irrisolta, come irrisolto è lo stato d'animo dello spettatore all'arrivo dei titoli di coda.

  5. Anche la struttura è “irrisolta”, distante anni luce dal cinema non solo americano, ma mondiale. La trama è quasi completamente disgregata in un'alternanza continua di passato e presente, con continue digressioni naturalistiche e un lungo “cuore” centrale incentrato sulla rievocazione dell'infanzia da parte del protagonista. E' una forma che ha poco a che vedere con la logica narrativa, molto con quella musicale: non tanto con la struttura ordinata e conseguenziale della sinfonia, quanto con quella, libera e frammentaria, della rapsodia.

  6. Minimi e massimi sistemi, gli anni cinquanta e la storia dell'umanità, il cosmo e il piedino di un neonato. La parte sta in relazione sineddotica con il tutto, l'infanzia dei tre fratelli che occupa la parte centrale del film vuole esprimere il senso non solo della loro vita intera, ma di tutta la vita sulla terra. Non si è mai visto un film (tranne appunto certe opere di David Lynch) che abbia avuto l'ardire di accostare così violentemente l'immenso più immenso e il minuscolo più minuscolo.

  7. Se le sequenze naturalistiche rischiano di apparire tanto belle quanto fredde, è il lungo troncone narrativo centrale a offrire il maggior numero di appigli allo spettatore. La storia di questi tre fratelli, i loro giochi in cortile con i bambini del vicinato, le loro peregrinazioni nei boschi, il rapporto tenero con la madre e quello molto più tumultuoso con il padre non rappresentano di per sé nulla di nuovo o originale. Eppure se ne intuisce, qui in maniera più facile che altrove, la portata paradigmatica. La grana pastosa e irreale della fotografia, i movimenti di macchina ora bruschi ora lenti ed avvolgenti, la musica, gli attori, tutto concorre a creare un quadro di incantevole bellezza che riesce a trasmettere, se non il senso della vita, almeno il senso dell'infanzia, dell'essere figli, fratelli, amici.

  8. Per noi spettatori atei e cinici un film che chiama continuamente in causa Dio e parla un linguaggio ostentatamente poetico può essere un'esperienza a dir poco difficile. Ma non si può chiudersi a riccio di fronte a quest'ostacolo e liquidare il tutto con una smorfia di fastidio. Il minimo che si può fare è porsi nei suoi confronti con un atteggiamento ricettivo ma senza la pretesa di abbracciarne l'immensità, di capire tutto e subito. Come si fa con le poesie. The tree of life è frutto di una densità di pensiero innegabilmente elevatissima, messa al servizio della più ovvio e più smisurata delle questioni: qual è il senso della vita? E anche se non si può (ancora) affermare con certezza se sia un'opera d'arte riuscita o meno, in ogni caso onore al merito.

 

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