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Marco Gallorini: Perché chiude il Karemaski?

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Marco Gallorini: Perché chiude il Karemaski?

Perché vogliamo commettere un suicidio rituale! Dobbiamo liberare le nostre energie

 

Marco Picinotti da L'Orlandino

Tre anni e mezzo fa, a un gruppo di giovani aretini viene un'idea un po' folle…aprire un locale! E fin qui, direte voi...non sarebbero stati i primi! Ma in questo locale volevano vederci passare tutto il meglio della musica indie italiana (e non!)...mica gente a caso...! Ce ne parla Marco Gallorini...uno dei folli di cui sopra...

“Venivamo dall'esperienza del Copyleft Festival e anche da quella di Arezzo Wave, dove alcuni di noi hanno lavorato per anni. Un anno dopo che il festival abbandonò (o fu cacciato, a seconda dei punti di vista) Arezzo è capitata l'occasione di prendere in gestione uno spazio che provasse a riportare in città la scena indie contemporanea”

E vi siete lanciati…

“Ci siamo lanciati con tutta l'incoscienza della gioventù e del precariato esistenziale che spinge l'uomo verso imprese folli, senza l’aiuto di banche o di soggetti pubblici, abbiamo fondato un circolo Arci, che in tre anni al di là delle nostre aspettative, senza false modestie, è diventato uno dei punti di riferimento della scena indie nel centro Italia”

Un bilancio del Karemaki…

“Il bilancio è positivo: abbiamo tenuto botta, con tutte le difficoltà del proporre otto serate al mese di live in una realtà come Arezzo, senza tristi compromessi al ribasso come cover band di Vasco Rossi o robacce pop modello De Filippi. Dispiace solo che certi assessori ma soprattutto Licio Gelli non siano mai venuto a trovarci. Ma la vita - si sa - è fatta anche di dolori”

Lasciando perdere Licio…e considerando che chi fa musica è per lo meno ‘eclettico’…in questi 3 anni, ce ne saranno stati di episodi memorabili da raccontare…sarei curioso di conoscerne qualcuno...

“Nonostante le pareti sudino rock'n roll l'unico episodio davvero sopra le righe riguarda una band di cui non posso fare il nome che alle tre di notte decise di registrare un video sul palco del Karemaski durante il dj set. Apparirono dal nulla tutti e sette (grosso aiuto sull'identità della band!) tarantolati e seminudi con cameraman al seguito. E' tutto documentato, qualcuno sa, ma come’è d'uopo in questo paese il nome verrà svelato solo dopo la morte di Andreotti…”

Basta? Solo questo di ricordi?

“No…di ricordi piacevoli ce ne sono quanti ne vuoi: le spaghettate alle 4 del mattino coi musicisti, il lettino della foresteria condiviso con i Super Elastic, le “effusioni” artistiche nei camerini, certe discussioni accompagnate da (un discreto numero di) bicchieri di birra con gente come Pierpaolo Capovilla, Appino, Giulio Favero, Max Collini, Jukka Reverberi, Enrico Molteni, Maolo o con perfetti sconosciuti al grande pubblico come tecnici, backliner e via dicendo”

Da voi c’è passato, letteralmente, il popolo del rock…

“Un grande bagaglio di umanità e di punti di vista che riportano il quadro di un indie nostrano per nulla ripiegato su se stesso ma anzi riflessivo e lucidamente critico verso la contemporaneità. E poi concerti: quello dei The Silver Mt Zion, ad esempio, sono molto felice di averli portati ad Arezzo. E un concerto che deve ancora venire, uno degli ultimi tra l'altro, i Massimo Volume, per i quali nutro una venerazione direi paragonabile a quella di Emilio Fede per Berlusconi. Roba forte”

Da voi c’è passata sia la grande ‘scena’ italiana, ma anche quella aretina…di cui qualche giorno fa ce ne ha parlato David dei Cyclops, anche criticandola un po'...tu che mi dici a riguardo?

“Per me il termine ‘scena’ ha un significato positivo! Racchiude in se un sottinteso di relazioni, rapporti, confronti, ascolti. Su questo piano sono abbastanza deluso, tranne ottime eccezioni vedo poca voglia di confronto e poca curiosità musicale. Carenza di voglia di ascoltare ciò che già non si conosce, incapacità di ammettere i propri limiti, un difetto di umiltà che scade a volte nell'invidia assurda verso quei pochi progetti locali che hanno avuto un minimo di risalto mediatico 

Questa è una strigliata agli artisti di casa nostra?

“Guarda…talvolta mi è capitato di vedere ragazzi due o tre settimane di fila al locale, solo per chiedermi di suonare! Suonare, per poi sparire fino all'anno successivo. Mi chiedo il senso del loro rapporto con la musica, le motivazioni. Gestire questo spazio mi ha fatto scoprire una costante: i migliori artisti sono persone in continua evoluzione, ricerca, persone molto interessate a giudizi terzi, spesso addirittura eccessivamente insicure”

Quindi…in questo senso…scommessa perduta…

“Ho questa idea, forse troppo romantica, del suonare in quanto percorso di vita, nuovi orizzonti che si aprono, trasmissione agli altri di messaggi, cambiamento, reazione allo stato presente. Il rock non può essere reazionario, è un controsenso. Anche se robaccia da alta classifica pare dimostrare esattamente l'opposto. Non è così, fortunatamente esiste un altro mondo, molto più affascinante e complesso, oltre gli schermi televisivi e le radio commerciali”

Ancora non capisco cosa manchi alla ‘scena’…

“Serve ascoltare band estranee al territorio, band mai sentite, gli altri musicisti, gli addetti ai lavori, mettersi in discussione. Karemaski è stata un'occasione di ascolto che poteva essere meglio sfruttata. La “scena” per come la intendo io insomma deve ancora compiere molti passi, mi pare ridotta a una decina di band davvero mature, per il resto c'è molto da lavorare”

Quali sono questa decina di band?

“Chiaramente questa è una domanda a cui posso rispondere soggettivamente! Posso dirti cosa mi incuriosisce di più al momento: tra i gruppi più giovani direi Cyclops, Voluntears, tra i progetti più adulti Andrea Chimenti, Alessandro Fiori, TYFTDM e Paolo Benvegnù. Altri gruppi interessanti per motivi diversi Buli, Motor, Soul Killa e altri tre o quattro band i cui nomi non mi vengono in mente adesso... ho da sempre un drammatico problema con i nomi delle band! Tuttavia il più sorprendente è di certo chiuso in un garage e dopo aver letto questa intervista mi porterà un demo straordinario che ascolteremo di fronte ad una buona birra. Te l'ho detto, ho una visione romantica della musica!”

Cambio di nuovo discorso: cosa ha voluto dire l'apertura di un locale come il Karemaski per Arezzo?

“Ha portato una possibilità nuova e mancante fino a tre anni fa, quella di godere di un tipo di offerta musicale ai tempi non presente in città. Senza dare giudizi di valore né fare paragoni con altri tipi d’intrattenimento notturno, credo che con il circolo abbiamo colmato un vuoto culturale in termini di proposta che era doveroso offrire alla città. Il numero di soci registrati nei tre anni, nel complesso diverse migliaia, è la risposta a un bisogno reale che era necessario soddisfare. Un vuoto che come ti dicevo affonda le proprie radici nella perdita di Arezzo Wave o di locali come il vecchio Storyville, Deviazioni Sonore a Talzano, ecc”

In cosa siete stati unici…anche rispetto agli ultimi locali che hai nominato?

“Rispetto a quest’ultimi progetti di club la nostra forza, la marcia in più, credo sia stata la grande rete creata, le numerose collaborazioni con le associazioni e i singoli che ci hanno avvicinato nel tempo, nel complesso una quindicina di diverse realtà. Accomunati dalla passione per la musica e l'arte in genere, dal rispetto per chi ti circonda (in tre anni praticamente nessuna rissa, non abbiamo quasi mai necessità di servizio di sicurezza) e per certi valori fondamentali. Un clima che chi ha vissuto il nostro spazio spero abbia apprezzato”

E allora...domanda difficile...perché chiudete?

“Perchè siamo dei grandi estimatori dei Wu Ming (Karemaski è un nome collettivo, un'identità da riempire) e come fecero i Luter Blisset a loro tempo, compiamo anche noi un suicidio rituale, il ‘seppuku’ dei film giappo per intenderci. Un modo per liberare energie e reindirizzarle in direzioni diverse. Posto che Karemaski sia stato il nostro Q (il paragone è pretenzioso) la speranza è quella di scrivere altri romanzi di una certa utilità, altre belle pagine cambiando nome, progetto e direzione, mantenendo intatta una certa visione del fare cultura e soprattuto della cultura di relazione”

Cultura di relazione? Cosa significa?

“Un modo di porsi ragionato e dialettico, cercato con costanza, un approccio divenuto nel tempo un punto di forza del progetto. Abbiamo tanti veri nuovi amici dopo tre anni e siamo sempre più convinti del fatto che i percorsi debbano essere affrontati accogliendo chi nel cammino ha voglia di seguirti e possibilità di migliorarti, mantenendo però una propria coerenza progettuale”

Facciamo un gioco d’immaginazione: cosa vorresti rimanesse nella testa delle persone quando ripenseranno al Karemaski?

“Vorrei che Karemaski non fosse identificato solo con me, con il direttivo che lo ha gestito (oltre a me Hermann Salvadori, Leonardo Pancioni, David Carboni, Marco Rondoni, Gianni Randellini, Daniele Cassai) o con i vari staff che hanno organizzato serate. Karemaski è stato e deve rimanere l'esempio di un modo di relazionarsi curioso ed aperto, senza preclusioni, in costante ascolto. Dopo tre anni, con quasi 360 serate abbiamo percorso tutto il giro, è ora di iniziarne uno nuovo, così a maggio Karemaski, tra le altre santo e imbonitore, sparpaglierà i propri discepoli”

E quali saranno i progetti futuri di questi discepoli sparsi?

“Facciamo gli archeologi, i tour operator, i muratori, i facchini, i redattori, i cuochi, quello che c'è da fare per campare... personalmente da poche settimane ho fondato con tre amici una società di organizzazione eventi, booking, label e servizi alla musica in generale. Il fulcro dei miei e dei nostri futuri progetti ruoterà intorno a questa struttura, ‘Woodworm’. Abbiamo in cantiere due festival estivi sul territorio in collaborazione con altri soggetti, la gestione della storica label ‘Sons of Vesta’, l'apertura di una nuova etichetta, produzioni discografiche, nuove collaborazioni e un bel po' di cose che per scaramanzia ancora non si dicono. Anche perché i soci già mi rimproverano che parlo troppo”

Alla luce del dibattito sulla cultura che l'Orlandino sta cercando di tirare su…dai un tuo parere sulla cosa! A che punto è la cultura ad Arezzo?

“Neo-on ha dimostrato un fermento culturale non scontato, la politica ha dimostrato la scarsa capacità di coglierlo e valorizzarlo. E guarda che non parlo di soldi, a noi in certi momenti di difficoltà, specie nei primi tempi, sarebbe bastata davvero una pacca sulla spalla, un dire “bravi! avanti così! state facendo un bel lavoro”. Non voglio aprire adesso polemiche che non ho aperto a tempo debito, ma certi fatti della politica accaduti in questi tre anni me li porterò dentro a lungo con amarezza”

E cosa ti auspichi da ora in avanti? Ci sono le elezioni...

“Guardo al futuro con ottimismo, spero che le elezioni amministrative mettano in luce soggetti giovani e preparati, che peraltro Arezzo possiede e che da parte di chi opera nel settore cultura e politiche giovanili continui il percorso già in essere di collaborazione, laddove possibile e di apertura alle novità. L'errore più grande sarebbe quello di costituire un sistema chiuso a nuovi interlocutori, in pieno stile italiano. Non voglio che un giorno un ragazzo mi guardi dicendo “questi stronzi non ti fanno fare nulla”, come io ho pensato di certa gente in passato. Speriamo di farcela”

Arriviamo alle domande che faccio sempre: i punti di forza della nostra città!

“Il territorio. E' meraviglioso, ogni tanto mentre guido mi capita di fissare lo sguardo verso l'Appennino e pensare alla fortuna immensa di essere nato in un luogo così affascinante per natura, storia, bellezza artistica ed architettonica. E poi il cibo, i prodotti tipici, i vini. In questo ringrazio progetti come Le Strade del Vino che mi hanno aiutato capire e riscoprire l'importanza e la bellezza assoluta di tutto ciò e la mia famiglia, che da piccolo mi portava a potare gli ulivi o a coltivare ortaggi. Queste esperienze te le porti dietro per anni, magari a una certa età le dimentichi, ma le hai dentro e ti capita di riscoprirle prima o poi, che sia per una albergo che è un cazzotto in un occhio al paesaggio, per una fabbrica che lentamente uccide gli abitanti che le stanno intorno, per delle scale mobili orribili. Un impegno per il futuro che sento forte è provare a fare molto di più, anche attraverso progetti culturali, per contribuire a conservare al meglio questo patrimonio”

Non c’è che dire…abbiamo delle grandi radici…(‘il territorio’ è il punto di forza che più o meno tutti mi dicono, tutti quelli che intervisto)!

“Rido quando sento certi politicanti parlare di attacco alle radici, le radici ce le distruggiamo da soli, spesso inconsciamente perché nemmeno sappiamo dove sono, non le coltiviamo e queste muoiono. Le radici sono la base su cui si fonda l'albero, su su fino ai rami, ai nuovi germogli, è salire sul ramo più alto che ti permette di guardare lontano. Conoscere le proprie radici per me è possibilità di conoscere oltre la visuale consueta, così da incontrare il prossimo senza paura o preclusioni. Non conosco nessuno che non sia affascinato dal vedere oltre il monte, al di là, pensa all'Ulisse dantesco che supera le Colonne d'Ercole e perisce, l'importanza della conoscenza che non deve avere limiti. Chi ti vuol limitare nella conoscenza ti vuole anche controllare, costringerti a “viver come bruti”!”

Quando saremmo fatti per viver di virtute e conoscenza…e invece?

“E invece esiste l’ignoranza di una fetta molto vasta di popolazione, di tutte le età. Non mi pare infatti un fenomeno generazionale quanto piuttosto territoriale. E per ignoranza non voglio significare l'opposto di nozionismo, non parlo della mancanza di alta scolarizzazione insomma. Mi riferisco alla capacità di riflessione profonda sul proprio io e su ciò che circonda il proprio io. Incapacità di riflessione, di amore per il prossimo, di curiosità per il diverso. Mi pare una società molto chiusa, modernamente reazionaria, se capisci cosa intendo...”

Questo immagino che sia il nostro punto di debolezza…

“Mi fanno sorridere certi adolescenti che vivono la loro ribellione nel devasto di droghe, alcool, poco interesse per lo studio, bullismo, machismo, ecc. Viviamo un tempo in cui il più grande gesto di ribellione è informarsi, conoscere, capire, non accontentarsi mai di punti di vista derivativi ma costruirsi con paziente dedizione una propria originale visione del mondo. A volte nei bar, in strada senti pronunciare delle frasi che fanno male, ti fanno vergognare ed imbarazzare di essere uomo. Provo davvero rabbia per la superficialità, non l'ho mai sopportata!”

Qualche altro ‘vizio’ della nostra città?

“Il machismo, la cultura dell'apparire, la furberia, i poteri nascosti come mafie, massonerie, la percezione di una rete di favori, scambi e interessi incrociati che attraversano la società particolarmente nei suoi livelli più alti e che solo chi non vuol vedere non vede. Dicono che ad Arezzo si stia bene, ed è così, la qualità della vita è molto più alta della maggioranza delle città del mondo, ma questo ci dovrebbe bastare?”

Non dovrebbe…no…

“Vorrei più cultura, più apertura mentale, più curiosità, più amore per la bellezza, più onestà. E tutto inizia da noi, siamo noi il modello, non possiamo chiedere quello che non pratichiamo nella quotidianità. Sforziamoci tutti di più”

Sforzati a darmi una risposta, un’idea…anche provocatoria…per cambiare le cose…!

“Un ricambio politico forte, guidato da meritocrazia. Servono amministratori competenti, capaci ciascuno nel proprio settore, serve una visione moderna della città, idee di lungo periodo, idee in sistema tra loro attraverso i vari assessorati, le categorie economiche, il terzo settore, l'associazionismo, ecc. Così come noi associazioni abbiamo sofferto non poco la presenza di assessori che ci sono stati di pochissimo aiuto, se non d'intralcio, questo è successo anche in altri segmenti di società civile. Anni persi, occasioni sprecate. Per colpa di gente che poi si riempie la bocca di “risposta alla crisi” e retoriche del genere. E con questo non intendo dire che tutta la classe politica è da buttare, sarebbe qualunquista, ma un ricambio forte si, questo mi pare necessario”

Ma come innescarlo?

“Continuo (e dopo quindici anni di berlusconismo capirai la fortezza della dedizione) a credere fortemente nelle istituzioni e nell'idea che a governarci debbano essere soggetti virtuosi e non coloro che si costruiscono una carriera politica da pazienti yes man o grazie a giochi di potere marci e squallidi. In questo invito tutti ad avere più coraggio, il coraggio del confronto, il coraggio della coerenza con le proprie idee, tra la parola e l'azione”

E noi? Chi fa cultura da dove dovrebbe iniziare?

“Nel nostro settore a volte si preferisce tacere perché si teme che il politico di turno non ci finanzierà o ci ostacolerà in qualche modo. Ma quando fai così replichi nel tuo piccolo un sistema che nella tua mente o a parole dici di combattere. Non andrebbe mai girata la testa dall'altra parte, per di più se si agisce mossi da finalità e pretese culturali, così si tradiscono tristemente i propri intenti. Karemaski ha vissuto tre anni senza finanziamenti e il progetto non termina certo per debiti. Ci vuole una grande coerenza, o perlomeno tendere a essa, ricercarla ogni giorno. Pian piano chi ti sta intorno capisce, ti convinci che ce la puoi fare senza compromessi al ribasso che uccidono la bellezza e il senso di ciò che fai. In mezzo a questo ci sono poi gli errori, le incomprensioni, le valutazioni affrettate, ma se hai in testa una tua coerenza d’ideali anche gli errori ti rafforzano e ne esci più forte”

Cos’è fare cultura?

“Immagina il far cultura come tenere lo sguardo puntato in avanti, i piedi nel presente, la mente memore del passato con il suo carico d’insegnamenti ed errori. Ecco, alziamo lo sguardo, gettiamolo molto più lontano di così. E facciamolo ascoltando del sano e incazzato rock'n roll….”

Sono tutt'orecchie...

 

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