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L'infinito con poesia

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L'infinito con poesia

IL FANTASMA D’INIZIO MILLENNIO

DA LUNGO TEMPO FANTASTICAVA

SULLA WESTFALIA.

 

Un fantasma che non solo abbia la pelle olivastra, ma debba anche compiere le sue terrorizzanti imprese notturne in qualche solatio borgo mediterraneo, magari aspettando la classica mezzanotte, tanto per aumentare le sue non eccessive probabilità di successo, è un fantasma sfortunato. Quale miglior sorte, quella toccata all’ectoplasma alto e magro, con la pelle d'un pallido colore lunare, che si aggira in paesaggi nebbiosi, visibile e invisibile, tra gli argentei tronchi delle betulle! Non a caso i fantasmi sono più diffusi nelle terre del Nord, sempre rischiarate da luci incerte, dove ogni oggetto perde la concretezza di quei contorni così nettamente scolpiti dal sole perpendicolare dei paesi del Sud come si vedono disegnati sulle pareti di casa: dall’Asia Minore all’Africa, percorrendo tutto l’alfabeto dall’A fino a un Oh! megagalattico, infinito, deserto! Proprio deserto vero: dislessico, disabile, disgrafico, disconnesso, eppure ancora leggibile: “De Africa”… Precipitevolissimevolmente. Ci sorpassa. Come la sorte singolarmente vissuta ci sorpassa sulla corsia di una vita parallela, esterna.

  Chi sorte?...

Nessuno esce più di casa?...

Ma possibile!...

È nato un problema?

Chi lo risolve?...

Chi ci riesce?

Proprio nelle sfavorevoli condizioni mediterranee, lavorava da secoli un fantasma, costretto a tentare d'impaurire la gente pur non riuscendo a superare, quando s'ergeva in tutta la sua statura, la misura d'un metro e settanta. Non stupisce che rari fossero i successi: la gente attribuiva le apparizioni alle allucinazioni dovute al caldo che per tutto il giorno la tormenta e ora, volendo godersi ancora in pace quella poca brezza che spira incerta, è pronta a inventarsi una giustificazione plausibile per qualunque incredibile fenomeno dovesse manifestarsi.

Stanco di questa vita desolata, passata a condurre un gioco che non valeva la proverbiale candela, prese il coraggio a due mani – sempre che i fantasmi abbiano le mani – e chiese udienza a Satana in persona. Sapeva bene che la cosa non era semplice, ma era certo che, a norma del regolamento, l'udienza gli sarebbe stata concessa. Sotto quest'aspetto l'Inferno è più democratico del Paradiso! La questione era di vedere quanto tempo sarebbe stato necessario per espletare tutta la lunga serie di interrogatori e adempimenti necessari, per accertarsi delle vere intenzioni e dell'ammissibilità della richiesta. Se chiunque avesse avuto il ghiribizzo di far domande, non importa se assennate o stupide, fosse stato automaticamente ricevuto da Satana, a lui non sarebbe bastato il tempo per far altro, pur avendo a disposizione l'eternità. La burocrazia e le sue regole erano un filtro necessario, ma era certo che la richiesta sarebbe stata presa in considerazione, dal momento che il problema degli spettri che operano nei paesi solatii è un problema d'interesse generale, non riducibile a una questione personale. Anche per se stesso intendeva chiedere qualcosa: voleva esser trasferito in terre più favorevoli alla sua professione e, siccome sapeva che sarebbe stato impossibile ottenere un castello in Scozia o in Danimarca – non si arriva nei posti più ambiti senza raccomandazione – si sarebbe accontentato della Germania. Da lungo tempo, fantasticava sulla Westfalia dove mai era stato neppure da vivo, ma di cui aveva sentito parlar bene da alcuni colleghi; niente, comunque, poteva esser peggiore del paesello dove, ormai da troppo tempo, l'amministrazione centrale l'aveva abbandonato. Il suo lungo e mai macchiato stato di servizio, anche se non nobilitato da grandi successi, rendeva più che legittima la richiesta.

Nei tempi necessari, più lunghi delle peggiori previsioni, si compì la trafila di inchieste, richieste di documentazione suppletiva e chiarimenti per cose già di per sé chiarissime a tutti. Così, dopo cinquantatré anni,  venne consegnata al tenace ectoplasma dalla pelle scura una lettera dell'Ufficio Personale, tassa a carico, in cui gli si comunicava che Satana era in quel periodo estremamente occupato, per cui, non poteva concedergli l'udienza richiesta, ma che, comunque, conosceva perfettamente il problema dei fantasmi destinati ai paesi mediterranei. Non si era mai ritenuto utile intervenire, perché da quelle terre giungevano sempre lunghe schiere di dannati, sempre superiori a quanto succedeva nei paesi del Nord e ciò avveniva nonostante il fatto che le leggi delle chiese locali permettessero in qualunque momento, compreso il punto di morte, di dichiararsi pentiti e, perciò stesso, essere accolti in Paradiso. Evidentemente, la gente si dimenticava di sfruttare questa possibilità, occupata com'era ad aggrapparsi alla vita che se ne andava. Infine, per ciò che riguardava la domanda di trasferimento, preso atto del suo stato di servizio, si riteneva di dover concedere, con effetto immediato, il trasferimento in una cittadina della Westfalia del Nord, come da richiesta. Seguivano le usuali formule di saluto e uno scarabocchio illeggibile.

Dopo aver riletto la lettera per tre volte di seguito, quasi incredulo d'esser stato soddisfatto, il nostro eroe si affrettò a preparare le valige e subito partì per la nuova destinazione, così a lungo sognata. Durante il viaggio, fantasticava su ciò che avrebbe fatto non appena arrivato. Richiamava alla mente quali fossero stati i trucchi da lui messi in atto, a cui era arriso un minimo di successo. Si riprometteva di rifarli tutti in rapida successione, in modo che a nessuno potesse sfuggire l'arrivo di un nuovo fantasma, degli altri più terribile.

Giunto a destinazione, decise d'agire la notte stessa, tralasciando l'elementare norma di prudenza che imponeva di visitare attentamente i luoghi prima di passare all'azione: ma troppa era l'ansia di mettersi ai lavoro – un lavoro di soddisfazione, finalmente! – e poi non era fantasma da poco tempo e la sua lunga esperienza lo avrebbe certo messo al sicuro da ogni rischio.

Così, al calare della sera, al comparire delle prime nebbie, signore della notte, che danzando avvolgono ogni cosa nei loro veli leggeri, si mise in agguato dietro il portone cadente di uno stabile di periferia. Rimase a lungo con l'orecchio teso e, finalmente, sentì che qualcuno si stava avvicinando. Dovevano essere in quattro, a giudicare dal rumore dei passi. Parlavano con voce alta e ridevano di continuo con fare sguaiato. Quando il fantasma ritenne che le sue vittime non distassero più di tre o quattro metri, saltò fuori dal nascondiglio lanciando quello che, nelle sue intenzioni, doveva essere l'urlo più agghiacciante mai udito da quelle parti ma che, forse per colpa dell'umidità a cui la sua gola non era abituata, ovvero, per una inattesa emozione, emise un rantolo. I quattro si bloccarono in mezzo alla strada. Calzavano grossi scarponi. Erano vestiti con pantaloni di pelle nera e giubbotti tempestati di lucide svastiche di metallo. Non portavano cappelli. Anzi, le loro teste luccicavano per l’assenza della chioma. “Un'epidemia di alopecia!” ebbe appena il tempo di pensare, prima che quegli individui, gridando: “Morte al turco!”, gli si gettassero addosso e cominciassero a colpirlo senza pietà con mazze e grosse catene. Invano, rimpianse allora il suo paesello, dove non riusciva a spaventare neppure le vecchiette più beghine, ma dove nessuno lo bastonava dolorosamente, quasi volesse vederlo morto una seconda volta.

 

… Ma è vero che, però, dopo un po’,

qualcuno lo rianimò!

– È lui?... Non è lui?...

Nel cumbrugliume che c’è di mezzo

appare un nero statuario

di circa cinque piedi e mezzo

e un altro piede d’ebano

africano al netto…

«Se ritorno, voglio essere pane appena uscito dal forno!», pare avesse detto. E stava sempre lì, prossimo a ogni forno, che amava come se stesso:

«Per sentire il profumo di casa», diceva.

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