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Secondo Claudio Strinati il “Ritratto di Marcello Provenzale” sarebbe di mano del Caravaggio e raffigurerebbe Bartolomeo Manfredi

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Secondo Claudio Strinati il “Ritratto di Marcello Provenzale” sarebbe di mano del Caravaggio e raffigurerebbe Bartolomeo Manfredi

Arezzo 12 ottobre 2018. Era stata preannunciata una ‘sorpresa’ alla preview per la stampa della davvero splendida mostra “Milo Manara biografo di Caravaggio”, che inaugura oggi alla Galleria Comunale d’Arte Contemporanea (piazza san Francesco, 4) e la sorpresa c’è stata.

 

Claudio Strinati, chiamato dagli organizzatori ad illustrare l’evento, cioè le quasi 100 tavole con le quali l’artista veronese racconta il grande maestro del Seicento e la sua esistenza avventurosa, ha presentato un dipinto -tirato fuori dai depositi della Galleria Borghese- che era conosciuto come “Ritratto di Marcello Provenzale”, assegnato alla mano di un maestro della ritrattistica primo seicentesca, cioè Ottavio Leoni, peraltro amico di Caravaggio. Ma le cose evidentemente stanno in modo diverso.

Si sa che Claudio Strinati, oltre ad essere uno dei maggiori esperti internazionali ed inesausto studioso della vita e dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio, al quale ha dedicato esposizioni, per il quale ha promosso convegni e favorito ricerche, è solitamente molto cauto nelle attribuzioni, soprattutto quando queste concernono nomi di altissima rilevanza. E tuttavia in questa circostanza, esaminata la straordinaria qualità del dipinto, l’altissimo livello esecutivo, il tipico effetto luministico e il gioco chiaroscurale ha potuto attribuire il “Ritratto” proprio al grande genio lombardo, il quale, a suo parere, avrebbe effigiato non Marcello Provenzale, bensì un suo sodale ed amico, vale a dire quel Bartolomeo Manfredi che dell’opera del Merisi fu effettivamente tra i più efficaci interpreti e perfino divulgatore, tanto che le fonti antiche individuarono nella sua pratica artistica una vera e propria lezione di metodo, che ebbe l’effetto di richiamare a Roma –allora autentica capitale delle arti-  un numero incredibile di artisti da ogni parte d’Europa.

Cosa accadde in quegli anni  e quali furono gli effetti di quegli eccezionali rivolgimenti artistici promossi dalla prorompente maniera di Caravaggio lo raccontano bene le fonti d’epoca, “ … i vecchi pittori -racconta lo storico Giovan Pietro Bellori- rimanevano sbigottiti per quello novello studio di natura, né cessavano di sgridare il Caravaggio e la sua maniera ...”, mentre al contrario “... presi dalla novità, i giovani concorrevano a lui e celebravano lui solo come unico imitatore della natura”.

Bartolomeo Manfredi (Ostiano –CR- 1582 - Roma, 1622) fu tra questi giovani certamente tra i più pronti a penetrare l’essenza della rivoluzione caravaggesca tanto da poter suggerire egli stesso, una volta scomparso il Merisi nel luglio del 1610, una modalità compositiva che venne definita “Manfrediana Methodus” (Il termine in effetti cominciò ad affermarsi in seguito ad un resoconto dello storico e biografo tedesco, oltre che artista, Joachim von Sandrart, dedicato alla vita e alle opere del pittore fiammingo Gerard Seghers (Anversa 1591 -1651) dove si faceva cenno alla “Bartholomeo Manfredi Manier”).

Fu in quell’ambiente, dunque, che sarebbe maturata la realizzazione del ritratto che Caravaggio avrebbe realizzato del suo amico e che Strinati, nella presentazione fatta alla stampa, ha collegato con molto acume agli eccellenti disegni con cui Milo Manara ha ripercorso la vita del pittore lombardo; in effetti lo studioso ha spiegato come l’esposizione debba concentrarsi sul tema dell’amicizia laddove l’incrocio delle due vicende, quella di Manara e quella di Merisi effettivamente presentano delle assonanze perfino conturbanti: l’artista veneto ha raffigurato Caravaggio con i tratti fisionomici di Andrea Pazienza, un suo stretto amico artista purtroppo scomparso divulgandone il ricordo attraverso la raffigurazione, proprio come Caravaggio avrebbe fatto ritraendo il suo giovane amico Manfredi il quale poi, scomparso il maestro, ne divulgò  a sua volta l’alfabeto pittorico.

Se tutto questo può essere accettato e apprezzato come frutto di un’analisi che è stata esauriente ed acuta oltre che affascinante e coinvolgente, tuttavia resta ovviamente il problema attributivo e non è un problema da poco dal momento che entra in ballo il nome di Caravaggio. Occorre dire in effetti che non tutto è chiaramente documentato riguardo alla vita di Bartolomeo Manfredi, né è proprio chiaro quando arrivò a Roma, anche perché la prima data certa che prova la sua presenza nella città eterna è quella che compare in una citazione del tribunale criminale risalente al 28 marzo 1607, mentre è a tutti noto che già alla fine del maggio dell’anno prima Michelangelo Merisi era fuggito da Roma in seguito all’omicidio di Ranuccio Tomassoni. Vero è che di un tal “Bartolomeo pittore” parlano altre cronache dell’epoca, sempre in tema di fatti criminosi (anche Manfredi non era certo uno stinco di santo).

Gli addetti ai lavori dunque conoscono bene i limiti che rendono particolarmente ostica l’indagine sul pittore di Ostiano a causa proprio  della reticenza, per dir così, delle fonti e dei documenti; vero è che potrebbe essere lui quel “Bartolomeo” registrato come garzone al servizio del Merisi, ma non esistono prove certe al riguardo, né questo sarebbe sufficiente a dimostrare la assoluta pertinenza del ritratto che gli sarebbe stato dedicato. Va aggiunto però che la fama e la considerazione internazionale di cui gode Claudio Strinati suggeriscono di avere sempre la massima attenzione intorno a quello che propone. D’altra parte egli è ben consapevole che il percorso attributivo è appena agli inizi, tanto è vero che –d’accordo con gli organizzatori e con il Sindaco di Arezzo- demanda ad un convegno in corso di preparazione e in cui saranno coinvolti esperti e studiosi dell’opera del genio milanese, la discussione e l’approfondimento della sua intuizione. La quale, osservando bene il dipinto come non era stato possibile fino ad ora e come abbiamo fatto insieme con gli altri presenti, a cominciare dal Sindaco Alessandro Ghinelli, dal co-curatore della mostra dedicata a Milo Manara, Claudio Curcio, e dall’architetto Barbetti che ha organizzato l’evento, appare assolutamente legittima e legittimata dalla eccezionale resa pittorica, da ritenersi degna della mano di un Maestro come Caravaggio.

Ma questo è il parere di quanti assistevano all’evento; per tutti l’appuntamento è al prossimo convegno di studi.

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