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Il difficile momento dell'imprenditoria anche aretina.

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Il difficile momento dell'imprenditoria anche aretina.

Una miscela esplosiva di ostacoli.


Qualche giorno fa in una riflessione a tema economico per una  diversa testata giornalistica ho sfiorato argomenti che meritano un approfondimento. Nel nostro ambito locale, ricordando che le statistiche regionali riportano come il prodotto interno lordo provinciale per Arezzo risulti immutato fra gli 8,1 miliardi di euro del 2010 e gli 8,2 miliardi del 2017, sottolineavo come le importanti crisi aziendali che continuano ad aleggiare all'interno o agli immediati confini della nostra provincia siano destinate a far innalzare nuovamente il tasso di disoccupazione. 
La attuale proprietà dello storico stabilimento ex Pirelli di Figline Valdarno, la multinazionale belga Bekaert, intende portare in fondo il licenziamento di oltre 300 addetti per la delocalizzazione dello stabilimento in Romania. Al di là di quelli che possono essere eventuali profili di indebito aiuto governativo che verranno rilevati, è chiaro a tutti che il costo della produzione in Romania è inferiore a quello italiano. 
Ma non è soltanto il puro costo della manodopera, più probabilmente è anche quell'elefantiaca burocrazia che impone alle ditte italiane una serie di vincoli che in molti casi nulla a che vedere hanno con il benessere complessivo della nostra comunità: qualche giorno fa un amico imprenditore mi ha ricordato che razza di impegno economico e finanziario sia stato l'adeguamento alla normativa privacy per la sua azienda, il famigerato gdpr (spettacolare presa di fondelli, visto che le grandi corporation vendono i nostri dati impunemente). 
L'Italia non è in grado di attrarre investimenti esteri? Ma che sorpresa, la periodica incertezza del quadro normativo allontana qualunque idea di investimento nel nostro paese. Temo che molte aziende al momento in cui l'imprenditore decida di farsi da parte non riusciranno a superare la transizione, essere imprenditori in Italia è una missione. Al pari di situazioni già vissute, esiste la diffusa consapevolezza che, davanti ad un controllo delle autorità preposte, qualche problema e relativa sanzione emergeranno. Provvedimenti che richiederanno il ricorso a professionisti ed avvocati per la tutela dell'azienda contro multe che l'azienda dovrà pagare sull'unghia: e davanti alla rateizzazione concessa alla lega nord per quei 49 milioni€ di rimborsi elettorali sottratti, importo che verrà pagato senza interessi in comode rate della durata di 80 anni, diviene ogni volta più forte la voglia di tirare giù la saracinesca e di sottrarsi al meccanismo perverso che scarica sugli onesti le scorrettezze che lo Stato non riesce a correggere.
Perché una evasione dell'Iva per 36 miliardi annui ha doppia valenza per le imprese: all'aumento dei costi -sotto forma di burocrazia, imposte, tasse etc- si unisce la concorrenza sleale che può operare nel tuo stesso settore economico. Per gli onesti sentir parlare di condono -previdenziale piuttosto che amministrativo- è una coltellata alla schiena: sancisce la sconfitta di quegli imprenditori attenti e coscienziosi che, mugugnando e sacrificandosi, fanno fronte a tutte le richieste di uno Stato impazzito. 
Si è appena aperta la fiera orafa di Vicenza, qualche articolo di cronaca mette la foto del taglio del nastro: sorrido ai cattivi pensieri di quegli espositori che vedono proprio fra i presenti al taglio del nastro gli artefici di un quadro economico e normativo il cui destino è segnato. 
Certo esiste un problema sociologico ulteriore, il rifiuto da parte di tanti giovani di accettare un lavoro che richieda l'uso delle mani, forse quell'aggettivo picky per cui l'allora ministro Fornero fu criticata esprime davvero la difficoltà che tante aziende manifatturiere hanno nell'arruolare nuove leve. La conferma casuale mi viene da un conoscente che ha ricevuto una sola candidatura per il posto da meccanico di autovetture che offriva, quella di un giovane marocchino, bravo e che ha avuto quel lavoro. Poi ci sarà gente che si lamenta che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani: cazzate, penso a mio figlio medico fresco specialista chirurgico con il massimo dei voti che sta accettando un contratto da esterno a 150 km da casa per un corrispettivo netto che già sarebbe indegno per un magazziniere, figurarsi per chi ha 11 anni di studi universitari e con un bisturi ti salva la vita. Scusate lo sfogo, ma non è penalizzando chi vale e si impegna che l'Italia tornerà ad essere quella di qualche decina d'anni orsono: non può più essere la Cina d'Europa, altre nazioni hanno preso quel posto, ma non diverrà certo la Germania del recente passato. Molte valide teste si allontano dal nostro paese, le mani indispensabili al saper fare non sono italiane  e quindi non hanno quella tradizione innata, componente d'obbligo per far emergere un prodotto. Forse l'avranno nel futuro, ma è mia sensazione che il decadimento della società italiana non lascia spazio al recupero della manualità intelligente che ha permesso l'affermazione di tanti prodotti italiani nel mondo, dalle auto all'abbigliamento. Con ricchezza diffusa.
Dinamiche socio-culturali di imbarbarimento, basta vedere la fortuna di tal Ferragni, non hanno bisogno di teste pensanti: la scuola è vista come un inutile peso, sedi fatiscenti e genitori cafoni, verso cui non investire. Forse dovremo riportare in vita le scuole differenziali, all'incontrario però dove chi vuole e si fa il culo abbia una via d'uscita, almeno all'estero. Ed abbandonare l'Italia alla malavita, al declino delle infrastrutture, alla insipienza di una classe politica da operetta (senza offesa per Manon Lescaut): Rocco Casalino style.

 
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