Prima Pagina | Cronaca | È morto a 98 anni, lontano da tutti, il Maestro Mario Bellucci, che diresse la Provincia di Arezzo per un decennio cruciale, fra il 1965 e il 1975

È morto a 98 anni, lontano da tutti, il Maestro Mario Bellucci, che diresse la Provincia di Arezzo per un decennio cruciale, fra il 1965 e il 1975

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È morto a 98 anni, lontano da tutti, il Maestro Mario Bellucci, che diresse la Provincia di Arezzo per un decennio cruciale, fra il 1965 e il 1975

 

Mario Bellucci diventò presidente della Provincia nella primavera del 1965, dopo il breve interregno di Andrea Guffanti che aveva ricoperto la carica in sostituzione di Aureliano Santini colto da una grave infermità.

Aretino, nato nel 1920, Bellucci si era diplomato nel 1939 presso l’Istituto magistrale. Dopo un breve incarico di Istitutore presso il Convitto Nazionale di Arezzo, partecipò alla II guerra mondiale come Ufficiale paracadutista.

Rientrato ad Arezzo dopo la Liberazione si iscrisse al P.C.I. ed iniziò la propria attività nell’apparato della federazione comunista aretina.

Nel 1946 ebbe il suo primo incarico pubblico come presidente dell’Ente Comunale di Assistenza e, successivamente di presidente dell’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori.

Per due anni fu vicesegretario del P.C.I. cittadino dopodiché ebbe incarichi direttivi nella Camera del Lavoro di Montevarchi e di Arezzo.

Nel 1953 fu candidato alle politiche nelle liste comuniste e nel 1954 rientrò nell’apparato della federazione del P.C.I. del quale divenne segretario provinciale nel 1960.

Negli anni Cinquanta fu più volte consigliere comunale di Arezzo dove, per qualche anno, fu capogruppo consiliare.

Nel 1965, divenne dunque presidente della Provincia e al termine dei suoi due mandati ricoprì la carica di Presidente della sezione aretina del Comitato Regionale di Controllo sugli atti degli Enti locali, l’istituto regionale che sostituì il controllo prefettizio della Giunta Provinciale Amministrativa.

Bellucci fu uno straordinario amministratore locale e, poiché ho avuto il privilegio di lavorare al suo fianco, lo ricordo con personale affetto e con le sue parole, che voglio riportare perché ne rappresentano il punto di vista politico ed umano su un importante periodo storico della nostra città e della provincia, fin da quando ne divenne presidente:

«L’amministrazione provinciale- mi disse il presidente Bellucci - era allora una istituzione prevalentemente burocratica, con pochi compiti d’istituto ed un distacco quasi totale dalla gente. Doveva provvedere all’assistenza ai malati di mente, alla manutenzione delle strade extracomunali, alla sorveglianza contro il bracconaggio, alla pesca, alla fornitura delle caserme per Carabinieri e Vigili del Fuoco, agli impianti di alcune scuole. Esercitava anche una certa sorveglianza sulle frodi alimentari e sull’inquinamento avvalendosi del Laboratorio d’Igiene, ma con scarsissimi poteri d’intervento.

Superati gli anni duri della ricostruzione, venivano intanto all’evidenza grossi problemi per la salute pubblica. L’Italia si avviava verso il boom economico e maturava l’esigenza di una presenza nuova dell’ente locale, ma né i comuni, né tantomeno la Provincia, contemplavano allora questi problemi tra i cosiddetti compiti d’istituto.

Sotto l’incalzare dei bisogni, la Giunta si mosse in modo originale e tempestivo: nel decennio ‘67-’75 nacquero nuove strutture come il Consorzio per la lotta contro i tumori, quello per la medicina scolastica, quello per l’assistenza agli spastici. La Provincia affrontava in questo modo problemi delicati ed urgenti per la gente e cercava di uscire dalle tradizionali ristrettezze burocratiche.

Fiore all’occhiello, per la Provincia di quel periodo, fu comunque l’impegno per la riforma dell’assistenza psichiatrica. Oggi, per fortuna, molti cittadini non provano e mi auguro che non debbano mai provare cosa fosse il manicomio prima della legge 180 e della riforma sanitaria: un luogo - come scrivemmo nelle nostre deliberazioni - di autentica tortura e di segregazione, incapace di curare e anzi, spesso, causa principale della cronicizzazione della malattia.

Contro questa realtà disumana l’Amministrazione provinciale si mosse con tutte le proprie energie e capacità di elaborazione e di mobilitazione; in quegli anni si raccolsero ad Arezzo, e vi portarono la loro passione, la loro intelligenza e la loro preparazione, i più bei nomi di scienziati impegnati in quel settore: quando furono abbattuti i muri del manicomio di Arezzo, fu un autentico momento storico.

Solo che le cose, in Italia, si fanno «all’italiana»: la legge di riforma psichiatrica si doveva fare, ma prima si dovevano creare nel territorio le strutture alternative al ricovero manicomiale, che furono invece lasciate alla buona volontà degli enti locali, con le finanze disastrose e appena sufficienti a fronteggiare i normali compiti di istituto. I problemi dei malati di mente finirono per riversarsi anche sulle famiglie, creando talvolta situazioni drammatiche. Per quanto ci riguarda scegliemmo di agire anche per sopperire alle carenze dello stato e, forse, non sempre siamo riusciti a coprire tutti i bisogni.

Anche nel campo dell’economia la nostra amministrazione fece in quegli anni buone cose: intanto istituì in organico la Ripartizione per la Programmazione economica, che ci consentì di assumere valide iniziative di studio e di elaborazione negli importanti settori dell’uso delle acque irrigue, della zootecnia, di quella struttura nuova che avrebbero dovuto essere i comprensori.

Ma naturalmente anche i cosiddetti “compiti di istituto” potevano essere assolti in modo originale: voglio fare un esempio per tutti: il Piano di depolverizzazione della viabilità provinciale: mille chilometri di strade provinciali interamente asfaltate. Uno sforzo ciclopico al quale facemmo fronte anche in una prospettiva che guardava al futuro.

Come si può dedurre da quanto detto, la Provincia di Arezzo, si trasformò ed una conseguenza indubbiamente interessante di questo allargarsi della Provincia nel territorio, furono i dibattiti dei bilanci preventivi con i sindaci: un modo per armonizzare il più possibile le scelte provinciali con quelle dei singoli comuni. Ci fu un Prefetto, uno solo per la verità, che cercò di annullare questo originale momento di democrazia reale, ma con scarsi risultati.

Questo fervore di idee e attività non poteva lasciare insensibili le minoranze consiliari, costituite da tre gruppi, uno solo dei quali - quello della democrazia cristiana - con una forte presenza numerica. Presidente del gruppo - un po’ il mio antagonista, divenne in quegli anni il dott. Renato Chianucci, che mi piace ricordare come avversario non settario, obiettivo, sensibile ai problemi della popolazione, essendo stato egli stesso un amministratore come sindaco di Chiusi della Verna. Se dovessi condensare in una sola parola il mio ricordo del capogruppo D.C. dovrei usare una parola fuori moda, che sembra ormai uscita dal linguaggio della politica di oggi, ma sono sicuro che non farei della retorica: direi “un galantuomo”.

Insomma si venne gradualmente ad instaurare tra quel gruppo e la Giunta un clima di collaborazione fattiva, pur nel rispetto dei rispettivi ruoli di maggioranza e di opposizione, quello che oggi verrebbe magari chiamato - in modo spregiativo- “consociativismo” e che fu invece un esempio di correttezza e di operatività. Nelle scelte fondamentali, che riguardavano tutta la comunità provinciale, il gruppo D.C. era pienamente coinvolto e partecipe, con il proprio punto di vista, le proprie proposte, le proprie osservazioni. Anche in questo caso faccio un esempio: quando decidemmo di non costruire il nuovo manicomio e di avviare una nuova politica psichiatrica nella nostra provincia, ci fu un grande dibattito in Consiglio provinciale, ma l’unico voto contrario fu quello del consigliere del M.S.I.

Che poi non si trattasse di consociativismo è mostrato dagli eventi della primavera 1970 quando, con la scissione del P.S.I., un consigliere di maggioranza decise di lasciare il gruppo socialista e di collocarsi automaticamente all’opposizione: venne così a mancare alla giunta la necessaria maggioranza assoluta necessaria per l’approvazione del bilancio preventivo. Coerentemente il gruppo D.C. votò contro l’atto fondamentale, politico della maggioranza PCI-PSI e fu la crisi.

Alla testa dell’Amministrazione provinciale fu inviato un Commissario, l’ex Prefetto di Arezzo Bevivino, che garantì per alcuni mesi l’ordinaria amministrazione. Un lasso di tempo che, praticamente, coincise con la campagna elettorale per il rinnovo dei consigli comunali, provinciali e per la prima elezione del Consiglio regionale. Non ci fu quasi, dunque, soluzione di continuità nella gestione democratica della Provincia di Arezzo e la maggioranza di sinistra, rafforzata dal voto, riprese il proprio lavoro e, di nuovo, leali rapporti con l’opposizione democratica.

Forse, raccontando queste cose mi lascio un po’ andare e carico gli avvenimenti di un’enfasi che può stupire, ma questo era il clima e realmente si lavorava alla ricerca delle cose che univano il consiglio piuttosto che quelle che lo dividevano. Anche in questo caso, per concludere, un esempio: fra il ’69 e il 75 il nostro paese ha vissuto uno dei più violenti attacchi terroristici alle istituzioni e non esito a definire esemplare il comportamento, sempre tenacemente democratico, della Provincia di Arezzo: della giunta di sinistra e del più rappresentativo gruppo dell’opposizione».

 

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