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Marchionne è morto. Riflessioni dell’uomo sull’uomo

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Marchionne è morto. Riflessioni dell’uomo sull’uomo

Scrivo da ex imprenditore e da cittadino. Da chi conosce la sofferenza e il tormento per scelte a volte drammatiche ma ineluttabili. Da chi considera (e lo dico finalmente con un senso di grande liberazione) un colossale imbecille chi nella vita, pur non avendo mai sperimentato la tribolazione di queste scelte, si permette di giudicare e condannare chi queste scelte le ha dovute fare.

 

 

 

 

«Il perseguimento del mero profitto scevro da responsabilità morale – disse alla premiazione della Rotman European Trading Competition, alla Luiss di Roma – non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine... Creare le condizioni per un cambiamento virtuoso è la sfida del nostro tempo».

Alcune parti del discorso pronunciato da Sergio Marchionne agli studenti del Politecnico di Torino nel maggio del 2008

"Quello che intendo dire a voi ragazzi è che il rispetto per gli altri deve rimanere un valore essenziale in tutto quello che farete.

È l’unica cosa che ci rende davvero persone. Rispetto per gli altri significa soprattutto rispetto per le diversità. Il progresso dipende in gran parte da quanto saremo in grado di costruire una società pluralista e multiculturale. Tutto questo richiede una grande apertura mentale.  

Credo che ci siano due modi per affrontare le sfide di un’epoca globale. Il primo è quello di restare concentrati su se stessi.  

Di pensare che la propria cultura e le proprie convinzioni siano le uniche valide.

Di credere che la verità e la ragione stiano sempre da una stessa parte.

Di arrogare a sé il diritto di insegnare agli altri.

Il secondo atteggiamento, invece, è quello di chi ascolta. Di chi è consapevole che esistono altri valori e altre culture e che ci sono tradizioni e aspettative differenti. Questo, ovviamente, nel rispetto delle regole e dell’ordine sociale, che sono elementi necessari in ogni comunità. 

Si tratta di due strade molto diverse.

La prima è più semplice e più rassicurante.

La seconda è senza dubbio più laboriosa, perché richiede di porsi molte domande e di farsi venire tanti dubbi. L’una non porta a nulla se non al conflitto, l’altra apre una prospettiva di crescita collettiva. L’una ti rende straniero, l’altra cittadino del mondo.  

Cari studenti, le prospettive che abbiamo di fronte sono quanto mai aperte. La forza del libero mercato in un’economia globale è fuori discussione. Nessuno di noi può frenare o alterare il funzionamento dei mercati. E non credo neppure sia auspicabile. Questo campo aperto è la garanzia per tutti di combattere ad armi pari. È l’unica strada per avere accesso a cose che non abbiamo mai avuto prima.

Ma l’efficienza non è - e non può essere - l’unico elemento che regola la vita. Ci sono problemi più grandi, ai quali il mercato non è in grado di dare soluzione. E non credo riuscirà mai a farlo. […]

Ci sono altre parti del mondo in cui la situazione è troppo sbilanciata, in cui la povertà e la mancanza di potere economico delle classi sociali richiedono un intervento strutturale. Questi problemi chiamano in causa un aspetto più profondo, quello della responsabilità morale del nostro operato.  

Nel 1999 Nelson Mandela, allora Presidente della Repubblica del Sud Africa, fu invitato a parlare al World Economic Forum di Davos sugli effetti della globalizzazione. Ho avuto la fortuna di essere tra coloro che lo hanno ascoltato. Nel suo discorso, Mandela toccò alcuni tra i temi più spinosi con i quali tutti noi abbiamo a che fare. Ne ho fatto riferimento in altre occasioni, perché credo che sia questa la vera sfida dell’umanità.  

Vale la pena citarlo di nuovo: «È mai possibile che la globalizzazione porti benefici solo ai potenti, a chi ha in mano le sorti della finanza, della speculazione, degli investimenti, delle imprese? È possibile che non abbia nulla da offrire agli uomini, alle donne e ai bambini che vengono devastati dalla violenza della povertà? E ora capirete perché quest’uomo ormai vecchio, quasi al tramonto della propria vita pubblica e alle soglie del nuovo secolo, al quale avete concesso il privilegio di prendere commiato da voi, abbia sollevato questi aspetti così concreti di questioni ancora irrisolte».  

Ho parlato di questo apertamente nel passato con altri, ma ne parlo con voi, in questa occasione, perché siete giovani e avete in mano il futuro. Ne parlo oggi con voi perché chi ha la responsabilità di gestire un’azienda globale ha il dovere di allargare la propria mente e guardare al di là delle mura di un ufficio. Ne parlo con voi perché il vostro impegno va oltre un semplice dovere professionale.

C’è una realtà che non possiamo dimenticare. Tutto ciò richiede di prendere coscienza che non potranno mai esserci mercati razionali, sviluppo e benessere se gran parte della nostra società non ha nulla da mettere in gioco al di fuori della propria vita. Talvolta mi chiedo se abbiamo modelli mentali così rigidi che - anche di fronte a chiari segnali di minaccia dal mercato - continuiamo a restare indifferenti nel nostro benessere e non proviamo disagio di fronte a chi non ha nulla. Trovare una soluzione ai problemi sollevati da Mandela significa trovare una soluzione alla gestione del libero mercato.  

Abbiamo il dovere di contribuire a colmare questo divario. Abbiamo il dovere di riparare le conseguenze che derivano dal funzionamento dei mercati. Ognuno nel suo piccolo. Questo è un impegno che riguarda tutti. Specialmente voi, che avete il domani da costruire. È una grossa responsabilità ed è la sfida più alta che possiamo e dobbiamo affrontare.  

Ma sono le grandi sfide che danno un significato più profondo a quello che siamo". 

Sergio Marchionne non era un uomo dello stato. Il suo obiettivo non era l’interesse pubblico ma solo quello di salvare una azienda fallita, che si portava in eredità 32mila miliardi di lire di debiti (16 miliardi di euro) e una perdita annua di bilancio di mille miliardi di lire (mezzo miliardo di euro).

Oggi il gruppo genera 3.5 miliardi di utile e quel debito che pesava come un macigno sull’azienda, è stato cancellato completamente con l’ultima trimestrale.

Proprio quella che non ha fatto in tempo a presentare.

I quattordici anni di Marchionne alla Fiat-Fca sono stati una corsa per riguadagnare la competitvità e contro gli ostacoli che condannano il Paese alla bassa crescita.

Quando Fca decise di spostare le sedi dall’Italia molti si strapparono le vesti. Pochissimi invece, si posero una domanda: cosa dovrebbe fare l’Italia per attirare imprese, come fanno altri paesi dell’Unione europea? O, più semplicemente, cosa non fare per evitare che quelle italiane traslochino o chiudano? 

La risposta che fosse andata bene a Fca, avrebbe fatto bene anche a tutto il resto dell’Italia.

Addio Sergio, per un cosa certamente sarai ricordato: “Missione compiuta”  

 

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