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Parla l'architetto Godoli

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Parla l'architetto Godoli

Il responsabile degli allestimenti degli Uffizi spiega le sue scelte

Architetto Godoli, ormai agli Uffizi e non solo si parla di Teche –Godoli; ci vuole spiegare un po’ le caratteristiche di queste protezioni che lei ha elaborato?

R. Diciamo subito che queste teche rispondono ad un duplice scopo: da un lato quello di proteggere le opere d’arte, quindi considerato peraltro che siamo un po’ tutti funzionari della tutela, ovviamente il primo obiettivo è quello della conservazione e della tutela per l’appunto; all’interno di queste teche le opere sono molto più controllate e dal momento che sono in questi contenitori si realizza una sorta di scambio rallentato tra l’ambiente della sala –che è sempre pieno di pubblico- e l’ambiente in cui è conservata l’opera stessa, che inoltre è dotato di vetri antiriflesso, polarizzati, extra chiari di ultimissima generazione; dall’altro lato invece, quello visivo, funzionale, concernente la visione insomma, si realizza una sorta di richiamo diretto, cioè è come se il pubblico ne venisse attirato, trasportato all’interno dell’opera, e in qualche modo la visione venisse catturata; possiamo paragonare l’effetto, in un certo senso, a quanto avviene con una gemma preziosa incastonata in un anello che attira lo sguardo su di sé; noi, come Uffizi, senza voler apparire presuntuosi, posso dire che abbiamo studiato a lungo e messo in pratica questa modalità esecutiva per primi.

-Ecco, quindi l’originalità e il copyright, diciamo così, della scommessa, è vostro

R. Si senz’altro, l’invenzione è nostra, l’abbiamo messa a punto e realizzata noi, ma non parlerei affatto di scommessa, tanto è vero che la nostra realizzazione è stata in qualche misura ripresa alla Royal Academy di Londra con il Tondo Taddei che appare incorniciato allo stesso modo.

Ma come è nata l’idea ?; vi siete ispirati a qualche precedente ?

R. No, come ho detto, abbiamo ideato e realizzato questo apparato noi per primi. Partiamo però dal presupposto che una istallazione di questo tipo esclude ovviamente la presenza di cornici; si è sempre detto che le cornici sono importanti completamenti dell’opera d’arte pittorica ed è vero, senza dubbio; però un conto è se la cornice è originale, nata col dipinto, disegnata e realizzata appositamente per esso, cosa che assume un valore culturale che va salvaguardato perché ne esalta le radici storiche e ne completa il senso compositivo; in questo caso la cornice non si tocca, è evidente; altro è invece quando la cornice non è originale, è stata aggiunta in seguito e non rientra in alcun modo nel progetto complessivo della realizzazione di un dipinto; in questi casi – che per ovvi motivi sono i casi oggi prevalenti- le cornici non hanno alcuna radice storica e a questo punto il dipinto dev’esserne liberato; per questo abbiamo presentato le opere come fossero liberate appunto, seguendo un punto di vista purista –alla Carlo Scarpa, per capirci.

Tuttavia il Tondo Doni la cornice straordinaria ce l’ha ed invece anche in questo caso avete utilizzato la stessa sistemazione con la teca, che come sa ha provocato parecchie discussioni.

R. E certo, ma a parte le critiche, lì come si sa la cornice è di Francesco del Tasso, disegnata da Michelangelo, è ovvio che restasse, ma poi ci sono anche quelle dei Doni fatte mettere dai Granduchi di Lorena allorquando comprarono i ritratti dei Doni dalla famiglia; è ovvio che in questi casi le cornici sono parte di una vicenda storica che va rispettata. Ma per ritornare al discorso precedente, noi presentiamo le opere in un ambiente contemporaneo, che come è stato detto, credo a ragione, da Tomaso Montanari, è un ‘non luogo’ perché effettivamente, se si eccettua il pavimento, il resto è stato realizzato dopo la guerra, seguendo scelte e modalità post belliche per riparare i danni provocati dal conflitto; di conseguenza ci troviamo già in un ambiente neutro di per sé che è altro rispetto agli Uffizi; e questo ci fornisce l’occasione per verificare nuovi modelli di allestimento.

Le faccio notare che le critiche che hanno riguardato in particolare il modo come è stato presentato il Tondo Doni sono nate perché si è ritenuto, a torto o a ragione, che la teca, da molti definita un ‘oblò’, è apparsa invasiva ed eccessiva rispetto ai tradizionali canoni espositivi non così esagerati, se si può dire, che fanno parte della storia degli Uffizi; lei che ne pensa?

R. Rispetto tutte le opinioni, ma occorrerebbe sempre tenere in considerazione l’ambiente, perché tutto è in relazione all’ambiente ed in un ambiente del genere, in una sala come quella che l’avrebbe contenuta non si poteva non tener conto delle varie necessità, quella della conservazione, della tutela ma – in particolare per il Tondo Doni – anche quella della fruizione migliore possibile, e pur considerando la grandezza dell’opera, crediamo che l’uso della teca ne abbia senz’altro accresciuto la visibilità e la fruizione. Ma immaginiamo di poter togliere la teca dall’opera, naturalmente una volta risolti i problemi di conservazione; cosa abbiamo? Delle staffe, i bordi del vetro, e così, via, insomma qualcosa di estremamente invasivo; inoltre in questa stessa sala abbiamo adottato delle soluzioni intermedie, per così dire, con opere su pannelli, per avere un’idea più precisa di quanto questi apparati siano utili e di possibile uso. Tuttavia l’idea dell’allestimento perseguita dal Direttore Schmidt è molto efficace e ci consente di liberare spazi, tanto è vero che, come si può vedere, adesso non abbiamo più transenne; tenga presente che in una stanza come questa sala Leonardo, le transenne avrebbero occupato qualche decina di metri quadrati, che sarebbero stati tolti al pavimento, cioè al libero camminamento, quindi al pubblico, e non si ha idea di quanto pubblico entra quotidianamente qui; certo: ci sarà bisogno di maggior manutenzione …

Ma è vero che lei si è ispirato a Brunelleschi, in particolare al tamburo della cupola di santa Maria del Fiore, per la teca del Tondo Doni?

R. Ma in realtà diciamo piuttosto che le mie sono forme pure e però certo ed è vero che il tamburo della cupola è un riferimento che certamente troviamo spesso nella storia dell’architettura; se pensiamo ai fori del tamburo, agli occhi del tamburo, certamente quello è un richiamo; quello che posso dire, a proposito di ‘oblò’, come è stata chiamata la teca del Tondo Doni, è che non appena disegnata mi è venuto spontaneo dire ‘sembra proprio una bella lavatrice’!

Ah, insomma non hanno tutti i torti coloro che ci hanno ironicamente visto quel riferimento !

R. Ma si, non è certo un problema che poi si facciano i riferimenti che si vogliono fare.

Senta sulla prossime iniziative che cosa ci dice; cosa avete ora in cantiere?

R. Le prossime iniziative riguardano il piano inferiore; stiamo lavorando intorno alla risistemazione delle opere del manierismo fiorentino e veneto in particolare.

Insomma, mi pare si possa dire che siamo in una logica di completa revisione rispetto alla conduzione-Natali degli Uffizi? E così?

R. Beh si, devo ammettere che noi architetti ci troviamo più vicini al modo di pensare di Eike Schmidt, ed anzi posso affermare che se è vero che rispetto alle nuove normative sulla tutela del territorio, sull’organizzazioni delle soprintendenze ecc. ho diversi dubbi e preoccupazioni, penso invece che il fatto di avere degli stranieri alla testa di determinate importanti strutture museali ha aperto certamente nuove strade e nuove opportunità di crescita; credo si tratti di una questione di apertura mentale che ha interessato un po’ tutti. Riflettiamo su come anche i miei colleghi pensavano all’allestimento delle collezioni, ad esempio, esclusivamente secondo una logica certamente diligente ma che rifletteva un modo superato di concepire il museo; penso invece a come opera in questo senso l’attuale Direttore Schmidt, il quale da mattina a sera controlla il comportamento del pubblico, guarda come si muove, ne verifica tutti i percorsi possibili; di conseguenza che accade? Accade ad esempio che la sistemazione di queste sale viene rivista ed organizzata precisamene in funzione degli itinerari, cosicché, ad esempio, ora si passa da Leonardo a Raffaello e a Michelangelo senza uscire e rientrare nei vari spazi, senza che il pubblico si scontri per entrare in un ambiente ed uscire dal medesimo; sono piccole cose? In verità sono elementi essenziali per una buona conduzione e fruizione degli spazi.

Le faccio un’ultima domanda; che accadrà però se, come sembra (ma non è affatto scontato) Eike Schmidt decida di dar corso alla nuova avventura al Kuntistorisches di Vienna?

R. Non so, non posso dirlo con certezza, certo, noi speriamo che resti anche perché un incarico di così grande impegno e con compiti di notevole responsabilità richiederebbe un lasso di tempo superiore a quello dei quattro anni previsto dalla normativa; del resto c’è ancora tanto da fare, a cominciare dal completamento dei lavori al corridoio vasariano che certamente però non potranno essere finiti entro il 2019 con lui presente; che posso dire? Posso ripetere quello che ha affermato lui stesso rispondendo alle vostre domande: ”Mai dire mai!”

P d L      Firenze luglio 2018

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