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Che siano lecci o tigli, platani o bagolari, non ci private dell'ombra e dell'ossigeno delle foglie

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Che siano lecci o tigli, platani o bagolari, non ci private dell'ombra e dell'ossigeno delle foglie

Caro Direttore,

è un po' di giorni che volevo intervenire sull'argomento.

Su blog, giornali on-line e social vari, da me decisamente poco praticati se c'è argomento che mi vede però sempre sensibile e costantemente allertato è il taglio degli alberi.

Sono intervenuto qua e la sul platano delle poste, sui pini dell'Ipercoop, sui quercioli del Sellina, sulle norme del comune di Arezzo, sui boschi e sulle piante del mondo.

Eppure sia per gli alberi di piazza Guido Monaco così come per quelli dei giardini della Stazione non mi trovavo per quelli e non mi trovo per questi così in disaccordo con l'ipotesi di sostituzione di piante decisamente vecchie e non così in salute, troppo cresciute e attaccate da parassiti e forse nemmeno immaginate nei progetti iniziali in questa dimensione, tanto che hanno subito ripetute capitozzature per mantenerne la chioma in dimensioni non esuberanti.

I giardini della Stazione sono un'opera pubblica dei primi anni '30 realizzata dalla Municipalità, podestà Pier Ludovichi Occhini su progetto di Giuseppe Castellucci, per por fine al degrado che vedeva colà traffici d'ogni genere, mercimoni e combriccole che non contribuivano all'immagine che si voleva dare della città al forestiero che sbarcava dal treno e saliva verso la parte alta.

Non di meno si attendeva per il decennale della marcia su Roma il passaggio di importanti personalità che avrebbero così avuto di Arezzo un'impressione positiva e in linea coi proponimenti del governo di allora.

Pietro Porcinai fu interpellato, probabilmente, per la sola parte florovivaistica. Detto ciò va benissimo se ammantiamo di maggiore lustro i nostri giardini ma così, tanto per puntualizzare, sul sito ufficiale dell'architetto paesaggista (pietroporcinai.it), gestito dalla famiglia, di questi lavori non ve n'è menzione.

Avendo potuto condurre il restauro delle parti monumentali delle due fontane di piazza della Repubblica, con le riproduzioni in bronzo della Chimera di Arezzo, ho consultato la documentazione disponibile relativa a quegli interventi e ne propongo qui la sintesi:

in una lettera del 18 agosto 1931 Pietro Porcinai (1910 - 1986) scusandosi per il ritardo nella risposta, propone un preventivo per l'allestimento dei giardini e sospinge l'assunzione di un loro manutentore.

A ottobre di quell'anno l'ufficio tecnico del Comune trasmette alla giunta, per l'approvazione, la perizia di spesa dei lavori nel tratto tra Poggio del Sole e Bastioni di S. Spirito dove, tra le varie essenze proposte, figurano 112 esemplari di Tilia Americana.

Nel 1933 però la perizia supplettiva per il prolungamento dei lavori fino a via Margaritone contempla n. 26 Quercus Ilex (l'altro giorno li ho contati e sembrano sempre quelli).

Del 1934 è una richiesta del Comune di provvedere, da parte di un vivaio di Pistoia, alla sostituzione "in garanzia" di alcune piante morte dove figurano anche il leccio a cespuglio ben ramificato alla base alto m. 2,50 - 3.

Da foto conservate nell'archivio Fotoclub Chimera gli alberelli, sostenuti da tutori, paiono più lecci che tigli.

Insomma pare che, dopo un'iniziale idea di piantare tigli si sia propeso per i lecci, in numero totale di 138 piante.

Comunque ritengo che un progetto di restauro travalichi la semplicistica riproposizione di un momento del passato o addirittura della semplice ipotesi, sempre suscettibile di interpretazione ed opportunismo, velleità o equivoco. Oppure dovremmo rivoluzionare tutto per giungere a un impossibile atto primigenio o ancora mantenere tutto quanto così come a oggi ci è giunto.

Umberto Baldini proponeva un quesito intrigante relativo alla basilica di S. Pietro: se dovessimo scavare, recuperare, tornare all'origine ci troveremmo ad abbattere l'edificio di Bramante, Michelangelo, Bernini, per risalire alla tomba dell'Apostolo, forse due sassi uno sull'altro in mezzo a una sterpaglia incolta, col loro valore allora ma che hanno prodotto poi, per evoluzione e stratificazioni, quello che oggi ammiriamo a Roma.

Il ripristino di un'opera architettonica non può essere costretta entro confini dettati da elementi pure importanti come alcune o tante piante oggi sfuggite al controllo e oramai di complicata gestione, ma dovrebbe rispondere a criteri filologici di rispetto e riconoscimento dell'opera così da tramandarne il valore documentale mantenendo i segni del tempo vita (cfr Cerare Brandi, La teoria del Restauro).

Il restauro di un giardino storico poi, in quanto bene sottoposto a tutela e inserito nel contesto urbano di una città dagli indiscussi valori legati a storia, cultura e tradizione come è Arezzo, non può esimersi dal rispettare linee guida che sono state elaborate, muovendo dalla Venice Charter, nella così detta Carta di Firenze del 1981 che sicuramente saranno conosciute e applicate da chi sta progettando l'intervento.

Inoltre la città è organismo variegato, funzionale, vissuto dalle genti e permeato dalle attività e i piani regolatori ne accompagnano l'evoluzione ma l'unicità dei centri storici e delle immediate contiguità deve essere mantenuta e valorizzata nella caratteristica che ogni posto possiede, senza cedere a metriche uniformanti e alla fine svilenti.

Se poi i promessi tigli, pochi o tanti che siano, saranno in grado o meno di assorbire inquinanti non lo so ma il fatto è che in quei viali non dovrebbe passare il mondo del quale le povere querce Ilex si trovano ad assorbire i mefitici effluvi mentre il profumo dei fiori di tiglio in questi giorni è inebriante e lo spirito di chi passa nelle vicinanze non può che esserne positivamente influenzato.

Per tornare all'inizio e al vero motivo di questo intervento concludo con un appello: sicuramente la città non può essere una foresta incolta e i giardini restano opera umana. Però, che siano lecci o tigli, platani o bagolari, non ci private dell'ombra, dell'ossigeno delle foglie, degli uccelli che svolazzano, degli insetti che friniscono, del profumo dei fiori e della linfa che trasuda e un po' appiccica.

Semmai una richiesta: se il numero delle piante era di oltre un centinaio, casomai oggi se ne proponessero meno, a parte la domanda sul perché, per onestà intellettuale proporrei di non sbandierare più il nome del giovane agronomo fiorentino ma di assumersi la responsabilità col nome del progettista attuale che così potrà effigiarsi, in futuro, del proprio nome affiancato ai suoi giardini.

PS:

In questi giorni ho letto del progetto e visto una semplificata restituzione grafica, del nuovo allestimento della piazza di fronte alla stazione.

Ben venga ed era l'ora; qui mi interessa fare solo un cenno sullo spostamento del monumento ai Caduti delle guerre risorgimentali innalzato in piazza del Popolo il 20 settembre 1880, oggi dietro il palazzo delle Poste centrali.

Non ho nulla contro anche se mi spiace sempre un po' sfruttare elementi che nel passato avevano una loro ragione e collocazione, come fossero oggetti d'arredo. Così riscriviamo la storia e inganniamo chi è sprovvisto di conoscenze e capacità critica e dimostriamo la nostra inettitudine di creare oggi qualcosa di analogo e significativo.

L'appunto non è alla traslazione in quanto tale e sempre possibile, bensì sul fatto che un oggetto neoclassico, lì innalzato e inserito tra edifici se non coevi in stile venga posto in un ambito oramai vituperato e di difficile recupero tra una via caratterizzata da costruzioni degli anni '50 - 60, una stazione che già all'inizio presentava un'architettura elementare e i benzinai esso e shell che nonostante le nuove funzioni, denunciano pur sempre la loro modesta origine funzionale.

Pur tuttavia sperando in un progetto di alto spessore e sensibilità, riconoscerò il coraggio e intraprendenza di chi ha voluto questa nuova riqualificazione di un non luogo che, forse proprio dai tempi di Occhini e Castellucci (vabbè anche un po' di Porcinai), attende riscatto.

Tommaso Sensini 

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