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Cantarelli: cronaca di una morte annunciata. Ma è tutto il “Made in Italy” ormai alla canna del gas

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Cantarelli: cronaca di una morte annunciata. Ma è tutto il “Made in Italy” ormai alla canna del gas




Mentre scrivo queste righe, non posso non ritornare ai miei ricordi di uomo e alla mia storia professionale, quando da imprenditore guidavo una azienda analoga seppur molto piu’ piccola ma concorrente a Cantarelli, con una settantina di dipendenti in Italia, centossessanta all’estero e un indotto piu’ o meno equivalente. Un’azienda che pagava (in vecchia valuta) 100 milioni di lire ogni mese di stipendi solo in Italia e altrettanto versava nelle casse pubbliche nelle varie forme previste. Una media azienda che si è arresa dopo l’11 settembre, quando l’intera produzione invernale destinata agli USA e stoccata in un magazzino sulla 34’ strada, fu appena sfiorata dal dramma, ma irrimediabilmente compromessa dalla polvere impregnata di kerosene. Una vita fa!  

La crisi con cui stiamo facendo i conti oggi è arrivata in realtà nella seconda metà degli anni ’90, quando la caduta della cortina di ferro prima e il rocambolesco sviluppo del capitalismo cinese poi, ha reso chiaro a tutti che stavamo per assistere al tracollo di un sistema. Il primo vero colpo arrivò a cavallo tra il 95 e il 96, quando la concorrenza estera (Romania e Nord Africa), che stava entrando in Italia in modo sempre piu’ massiccio e da qui ripartiva verso i tradizionali mercati internazionali, stava per mandare i nostri prodotti, e quindi le nostre aziende, fuori mercato.

Anche se non mi fossi trovato in mezzo alla tragedia mondiale delle Torri Gemelle, era per me già evidentissimo che il destino era segnato. L’11 settembre ha solo accellerato una fine ineluttabile.

Sono gli anni in cui hanno chiuso i grandi giganti del mercato, ad Arezzo la Lebole, la Mimmina, la Bianchi, l'Inthema, ma ricordiamo che Marzotto ha chiuso subito dopo anche gli stabilimenti di Valdagno, mentre l’Eni già da anni cercava di uscire disperatamente dal settore. Per ultima si è arresa la Mabro di Grosseto, altro grande marchio internazionale. A ruota alle confezioni la stessa sorte è toccata al tessile. Quello pratese si è arreso subito e totalmente, ma da lì a poco ha alzato bandiera bianca anche il polo biellese, celebre nel mondo per una qualità forse ineguagliabile.

Ma il problema non è la chiusura degli stabilimenti grandi o piccoli che siano, la crisi è strutturale e se la osserviamo in un’ottica di lungo periodo, la situazione è ben piu’ drammatica di come appare: è tragica.  Alcuni esempi per comprendere, partendo dal basso: un abito da uomo, sul tipo di quelli prodotti da Cantarelli, esce dalle linee del taglio sotto forma di 240 pezzi diversi che devono essere assemblati. Ciascuno di questi singoli pezzi, è in grado di modificare profondamente il risultato finale, così come tutti i materiali e le tecniche di montaggio che verranno utilizzate.

Esistono fasi di cucito, talmente complesse e delicate (esempio l’attaccatura della manica alla spalla) che il personale non può ritenersi sufficientemente addestrato prima dei 12 mesi di lavoro. Se l’automazione robotizzata delle linee di taglio ha deprofessionalizzato i tagliatori, non altrettanto si può dire del resto della produzione. Un caporeparto addirittura, deve conoscere tutte le fasi e ciò significa un’esperienza almeno decennale.

Il responsabile della qualità è normalmente un sarto, uno che ha cominciato a 15 anni o anche prima, a prendere in mano le forbici, l’ago e il filo: deve essere in grado di creare un modello, tagliare e cucire un abito, dalla prima all’ultima fase. Significa almeno 30 anni di esperienza. Una esperienza che non si impara a scuola, che non si tramette oralmente e neppure studiando.  

Uno stilista (vero) infine, è un sarto che ai 30 anni di esperienza di cui sopra, aggiunge la sua personale creatività, il gusto, la capacità di innovare, creare un modello, imporre uno stile. Questa è la storia di tutti i nostri grandi marchi, a partire dal piu’ importante, da quel Giorgio Armani che nella seconda metà del secolo scorso è stato imitato, osservato, copiato, studiato: Armani è stata la moda nel mondo, ma… ha 84 anni! A rimorchio di questi grandi maestri, son saliti una ciurma di cialtroni che vendono a peso d’oro magliette di cotonaccio (spesso manco puro) importate a 20 dollari il quintale e su cui imprimono al massimo le loro inziali.

Il vero dramma che sta affrontando il Made in Italy (e sappiamo bene quanto ciò influisca nella bilancia dei pagamenti con l’estero) è la progressiva perdita di know how. Tra pochi anni non ci sarà piu’ nessuno o quasi, in grado di industrializzare i prodotti che hanno posizionato l’Italia al vertice dell’eleganza. Chi sarà in grado di prendere il posto di questi maestri del lavoro e della passione? A chi potranno trasmettere il loro sapere, la loro esperienza, la loro tradizione, se non c’è piu’ nessuno pronto ad impugnare quel testimone?

Le industrie Cantarelli, hanno confezionato abiti qualitativamente posizionabili tra i primi produttori globali, ma se le svuoto dalle professionalità che le hanno create, sono quattro muri con un tetto e una camionata di vecchie macchine da cucire: il nulla!

Per fare un esempio: se negli stabilimenti della Ferrari, cessasse la produzione di auto supersportive e si cominciassero a realizzare motozappe, il marchio non avrebbe piu’ il valore di un trilione di dollari, tanto oggi è quotato, ma poche migliaia di euro, anche se le motozappe fossero super!   E per fare una azienda come la Ferrari, non bastano i soldi, servono esperienze stratificate nei decenni. Se gli stabilimenti Ferrari valgono un trilione di dollari, gli stessi stabilimenti senza le persone che sanno realizzare quelle auto cosa valgono? Il peso del ferro che contengono!

E’ per questo che le offerte per Cantarelli paiono non commisurate al valore del marchio che rappresentano. Chi è ormai in grado di far vivere ancora quel marchio? Morto Raniero che le ha create, chi può onestamente oggi ritenersi in grado di prendere in mano quel testimone?

E’ l’insieme delle conoscenze, delle professionalità, delle capacità di creare, innovare, migliorare, che rende un marchio importante a livello globale. La stessa cosa dicasi per il mondo della moda. I nostri sarti, cresciuti consumandosi gli occhi infilando l’ago, hanno imposto nel mondo uno stile, lo hanno reso unico e hanno creato ricchezza per sé ma soprattutto per il nostro paese.

Ecco il vero dramma di cui il caso Cantarelli è solo un piccolo tassello paradigmatico: tra nemmeno 20 anni il "Made in Italy" così come lo conosciamo (e che diciamolo, ci rende anche orgogliosi) non esisterà piu’!

Viva l’Italia.

 
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