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A proposito di liberatori, liberati ed ignavi

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A proposito di liberatori, liberati ed ignavi

 

Il 25 aprile non si poteva fare. Ho resistito tutto il giorno con l’indice sul tasto “invio”, ma alla fine le stupidaggini senza risposta rischiano di passare per buone. E allora ho deciso.

Penso, ma ci sarà qualcuno che consultando Wikipedia mi smentirà, di avere le credenziali per poter dire la mia.

Quando la Provincia di Arezzo (ed io per lei) pubblicava nel suo “Museo virtuale dell’antifascismo e della resistenza”, nel 2000, la documentazione sui War Cemetery di Indicatore e di Foiano della Chiana, quelli che oggi strombazzano sugli “eroi dimenticati” giocavano ancora con le figurine o strizzavano l’occhio al partito neofascista.

Oggi vanno in pompa magna a celebrare i “liberatori” senza sapere quasi niente di ciò che avvenne dalle nostre parti e dunque di ciò che vanno a celebrare.

Personalmente mi sono preso risibili contestazioni, offese e sberleffi quando ho raccontato il contributo dato alla resistenza aretina da centinaia di ragazzi stranieri scappati dai campi fascisti di Renicci e di Laterina e confluiti nelle formazioni partigiane. E dunque della massiccia presenza straniera nella resistenza aretina: militare e civile.

Quando ho raccontato le vicissitudini di sudafricani, neozelandesi, inglesi, americani, spagnoli, belgi, francesi scappati dal campo di Laterina e presi in carico dalla popolazione civile che li sfamò, li curò, li nascose, li rivestì e li avviò oltre le linee del fronte al ricongiungimento con le armate angloamericane, alcuni imbecilli, sempre supportati dal pozzo do scienza che considerano Wikipedia, me ne hanno detto di tutti i colori (Paolo Casalini lo sa). Loro invece non sanno che in quel lavoro contavo su ben altro supporto documentario: degli archivi inglesi e neozelandesi, di una vastissima letteratura internazionale, dei familiari di alcuni protagonisti (in Sudafrica), di Associazioni (quella dei Rangers negli Usa), di ricercatori e singoli testimoni: altrimenti da dove pensano che arrivasse, per esempio, il materiale documentario e fotografico fino ad allora sconosciuto?

Ho raccontato sulla stampa locale il ruolo svolto dai meravigliosi reparti neozelandesi per la liberazione di Arezzo, quando i britannici erano impantanati, al valico dell’Olmo, dall’imprevidenza dei loro comandi riguardo ad una reazione tedesca; quello delle diverse etnie indiane arruolate nei reparti britannici del Commonwealth, con la loro azione sull’Alpe di Catenaia; ho documentato il prodigio della “Scala di Giacobbe” che aprì agli Alleati una via di rifornimento dalla valle del Nestore a Palazzo del Pero ed ho anche lasciato (una volta “scoperta” la foto di re Giorgio d’Inghilterra che a Palazzo del Pero era venuto in incognito per vedere proprio quella meraviglia) che altri si appropriassero di quel racconto e imbandissero una ridicola mascherata  (erano forse i prodromi di “Back in time) con quattro o cinque tizi mascherati da soldati inglesi che presenziavano lo scoprimento di una targa alla presenza di un “picchetto” di civili in basco nero e odor di fascismo, che (magari inconsapevolmente) celebrava l’odiato re di Albione di un tempo.

Ho raccontato anche le piccole storie dei singoli, quelle finite in dramma e quelle del modesto contributo alla riconquista della libertà.

Allora, facciamo il punto, anche senza la pretesa di dare o togliere a nessuno la patente di “liberatore”.

La resistenza aretina era giovane (anagraficamente e per contingenze storiche, perché qui i tedeschi arrivarono presto e i fascisti che non erano scappati al nord erano particolarmente feroci, stigmatizzati perfino dai loro truci alleati tedeschi). Si trattava di una organizzazione debole, che aveva fra i principali punti del proprio programma quello dell’assistenza agli evasi dai campi, agli sbandati e ai renitenti alla leva. Scarsi collegamenti con le diverse formazioni che si costituivano, spesso senza alcuna esperienza di tipo militare (i responsabili militari erano al massimo sottotenenti, come Siro Rosseti o Ferdinando Caprini). I nuclei partigiani sorgevano come moto spontaneo, spesso le formazioni non si conoscevano nemmeno fra loro (il loro “inquadramento” di tipo militare somiglia molto ad un espediente inventato nel dopoguerra per favorire carriere militari ed accesso ai benefici pensionistici).

Dalla parte dei combattenti partigiani furono compiute imprese memorabili e furono commesse ingenuità ed errori. Dimostrati e tardivamente ammessi. Con qualche attenuante, vista la premessa, ma che non cancella gli esiti nefasti. Se fossero stati un esercito regolare, di certo qualche alto stratega avrebbe cinicamente stabilito che le vittime civili erano da considerare “perdite collaterali”. Personalmente non la penso così.

Dalla parte dei “liberatori” – perché nessuno lo ammette? – ne furono combinate di cotte e di crude.

In primo luogo i soldati alleati (che così erano stati istruiti) nutrivano per gli italiani un disprezzo non troppo diverso da quello dei tedeschi: del resto si consideravano esercito occupante. Prima di arrivare in Centro Italia, nonostante l’armistizio, continuavano a considerare nemici gli italiani. Non l’Esercito italiano, ma gli italiani in quanto tali, che prima dell’otto settembre erano tutti fascisti e che ora inneggiavano all’esercito alleato. Da qualche parte commisero, sulla popolazione civile, abusi tali e quali ai tedeschi. Nacque allora un neologismo: “marocchinate”. Vadano pure a cercarselo su Wikipedia quelli che non sanno niente di niente e sparlano su tutto.

In quei mesi drammatici la popolazione civile italiana si trovò presa fra due disprezzi e una debolezza: quello dei tedeschi (che consideravano gli italiani una etnia inferiore già prima dell’otto settembre e che ora li vedevano anche come traditori) e quello degli Alleati che continuavano a ritenerli infidi anche dopo l’armistizio, tanto che solo a dicembre del ’43 accettarono di aggregare un reparto del nuovo Esercito italiano nella 36a Divisione americana, non come unità a sé stante, ma sotto la gerarchia USA; la debolezza era proprio quell’embrione di esercito di liberazione, generoso ma senza capacità militare e quasi disarmato, che si opponeva ad uno degli eserciti più potenti e feroci del tempo.

Oppure gli odierni sbandieratori vadano a cercarsi le responsabilità (personalmente l’ho fatto e l’ho pubblicato) dei componenti del Long Range Desert Group e del capitano inglese Rowbottom nelle stragi tedesche della Fontaccia e dell’Orenaccio. Troveranno gli “eroi dimenticati”? O troveranno anche qui il tentativo di addossare la responsabilità sui partigiani locali? Di certo non troveranno nessuno che dirà che gli Alleati erano tutti irresponsabili come il capitano Rowbottom.

Questo è il punto sul quale è opportuno marcare una differenza: i reparti Alleati erano costituiti da militari che i governi USA e UK avevano “mandato” sul fronte italiano. Le sgangherate formazioni partigiane erano invece costituite da giovani (anche in età non militare), senza pratica, malamente armati e virtualmente senza comandi militari, che avevano “scelto” di combattere tedeschi e fascisti. Non è una differenza da poco.

E poi: la strategia militare degli Alleati prevedeva una lenta risalita dell’Italia, cosicché le armate tedesche rimanessero impegnate, distolte dall’obiettivo principale (che era lo sbarco in Normandia e l’attacco ai tedeschi da ovest, mentre da est erano sottoposti alla ormai inarrestabile avanzata sovietica) anche se il prezzo maggiore sarebbe stato pagato dalla popolazione civile.

Il primo obiettivo Alleato, nelle città via via conquistate (non liberate) era il disarmo delle formazioni partigiane e la costituzione di organi di governo locale (sottoposti al governatorato inglese) e, quasi ovunque, la nomina di autorità scelte fa i “notabili” del posto, al di là del fatto che fossero state compromesse o meno col fascismo. In Sicilia, per esempio, molti sindaci erano manifestamente collusi con la mafia ed erano scelti da ufficiali che gli strateghi statunitensi avevano selezionato fra gli italo-americani, meglio se di più o meno lontana provenienza siciliana.

Da noi non poterono sempre: qui c’erano già forme clandestine di opposizione e, in certa misura, pronte al governo delle città. In molti casi le trovarono già liberate ed agirono da esercito occupante.

I britannici e gli statunitensi ebbero i loro caduti, è innegabile e sarebbe una bestialità non riconoscerlo. Certificano la brutalità della guerra e delle strategie militari. Proviamo per loro (personalmente provo) sentimenti di rispetto e di gratitudine.

Vestirli dei panni dei “liberatori” è però un’operazione azzardata, quando non è una strumentale e forzata contrapposizione con il movimento di liberazione nazionale nelle sue variegate forme: ufficiali che avevano giurato fedeltà al re e che si ribellavano all’idea di spergiurare per aderire alla repubblica fantoccio di Salò; sbandati del regio esercito che dopo l’otto settembre erano tornati dal fronte e volevano farla finita con la guerra, i tedeschi e i fascisti; giovani renitenti alla leva repubblichina che si davano alla macchia; evasi dai campi fascisti di prigionia; ex confinati (questi politicizzati) rientrati a casa che volevano abbattere i regime. E poi i “politicizzati storici”: comunisti, anarchici, socialisti che guardavano al di là della liberazione; e cattolici di ascendenza Popolare. Quelli che erano politicizzati in partenza e quelli che lo diventarono strada facendo, che qualche volta diventavano egemoni e qualche volta no.

Questi facevano affidamento sulla generosità e sul fiancheggiamento della popolazione delle campagne.

Tutto intorno la “zona grigia”: quelli che non erano più col fascismo, ma non erano abbastanza “contro”, che non stavano né coi fascisti, né coi partigiani: né fascisti, né antifascisti; che aspettavano l’evolversi della situazione, sempre pronti a schierarsi dalla parte più congeniale ai loro, spesso miserabili, interessi.

È in quest’area silenziosa e attendista che mi viene da collocare gli sbandieratori di oggi, quelli che additano e che imputano, i neo-negazionisti che non riconoscono nemmeno che il loro diritto di parola e di azione è stato conquistato da quelle sgangherate formazioni partigiane, dal loro coraggio, dalla loro scelta di mettere in gioco la propria vita, anche dai loro errori (pagati, al di là dell’attenuante della loro buona fede, dal rimorso di una vita), con l’appoggio di eserciti che erano stati mandati qui con ben altri disegni strategici, che i singoli soldatini nemmeno si sognavano.

È facile dire oggi cosa era meglio e cosa peggio. Bisognava essere lì e decidere: o di qua, o di là.

Chi si schierò da un lato non è uguale a chi scelse l’altra parte, e nemmeno a chi preferì l’ignavia; così come non si può accettare di trasformare un esercito invasore in uno “liberatore”.

Una minoranza armata, sostenuta da vasti strati della popolazione, si assunse il compito di riscattare l’Italia dal baratro nella quale il fascismo l’aveva gettata.

Chi nega tutto questo è ancora impantanato nella “zona grigia” e, alla fine, rappresenta un serio pericolo – al quale è urgente far fronte – per la ormai fragile democrazia di questo Paese.

 

 

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