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La guerra di Piero

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La guerra di Piero

Per più di 70 anni ad accudire la tomba del giovane partigiano ignoto, ci ha pensato la comunità di Giovi, che dal giorno della sua sepoltura si è sempre adoperata per tenere pulita la lapide e pagare la luce del cimitero e celebrare davanti alla sua tomba la ricorrenza del 25 aprile.

 

Oggi 25 aprile 2018, la Pro loco ha fatto scoprire una lapide alla stazione di Giovi, coperta con il tricolore

La storia di Pierino (al secolo Pietro Montagna) Classe 1925 e del fratello Teobaldo (il papà di Daniela nella foto). Vengono cresciuti dalla mamma, rimasta vedova a 28 anni: Pierino fa il meccanico ed allo scoppio della seconda guerra mondiale, è dispensato dal servizio militare. Nel frattempo si avvicina alle idee socialiste.

La Siechereits, la polizia speciale fascista, se ne accorge e minaccia la sua famiglia e così Pierino, per evitare guai, accetta di essere reclutato come volontario: da Campoferro, alle porte di di Voghera, viene trasferito a Novi Ligure in un battaglione. Il 10 marzo parte per Arezzo e scrive una lettera alla madre, molto agitato: nella sua testa c’è la lotta di Liberazione, infatti il 14 diserta e probabilmente si rifugia in casa di Oliviero Fusai, in attesa di partire per il Casentino per unirsi alla brigata “Pio Borri”. Non ci arriverà mai: il 18 scrive l’ultima lettera alla madre, poi il 19, mentre è sul treno insieme a Fusai, sulla tratta Arezzo-Stia, viene bloccato da due fascisti, “interrogato” nel vagone di prima classe e ucciso con due colpi di pistola. I fascisti vanno a festeggiare all’osteria l’uccisione di un «traditore».

Quando il treno si ferma alla stazione, il cadavere viene scaricato, ma non si può identificare perché non ha documenti. La gente del posto accorre alla stazione, il falegname costruisce una cassa ed altri organizzano il funerale. Viene seppellito nel cimitero di Giovi e di lui non si saprà più nulla fino al 2014.

A questo punto si fa carico della ricerca Roberto Carnesciali, ricercatore e appassionato di storia locale, intenzionato a scoprire l’identità dell’«Ignoto».

Rintraccia un trafiletto di giornale in cui si fa menzione ad un processo agli assassini (condannati a 16 anni di carcere) emerge che la vittima poteva essere «Pietro Montagna di Pavia».

Inizialmente la ricerca non ha successo, poi Carnesciali si focalizza su Santa Giuletta, dove è più diffuso il cognome Montagna, e ci va nel settembre 2016. La ricerca sembra non dare esito, fino a quando non mostra a Paolo Montagna, amico di Pierino, la foto del giovane sulla lapide del cimitero del Castello. «Ma l’è al Pierin» dice l’amico. È la svolta.

La prima telefonata a Daniela «Hanno trovato la tomba del Pierino» dice un cugino al telefono a Daniela, che ancora oggi si commuove raccontando l’episodio. La nipote, ultima componente di quel nucleo familiare, è incredula, ma capisce che, forse, si può fare finalmente luce sulla fine dello zio. Contatta Carnesciali e scende a Giovi la prima volta: qui alcuni anziani riconoscono nella foto il giovane senza vita alla stazione. Pietro Montagna potrebbe davvero essere l’«Ignoto».

Tutti gli indizi combaciano, ma serve una prova ufficiale, il test del Dna. Dopo molti ostacoli burocratici la Procura di Arezzo dà l’assenso. Il 19 aprile 2017 Daniela scende a Giovi con la cassetta delle spoglie del padre di Pierino, Giulio, e la consegna alla genetista dell’istituto “Careggi” di Firenze, che ha prelevato i campioni dalle ossa del giovane. «È stato il momento più doloroso» rivela Daniela. L’attesa per l’esito del test si protrae per tutta l’estate.

Fino a che… «È lui, è lui!».

Il 22 settembre la genetista telefona a Daniela comunicando l’esito positivo della comparazione dei campioni. Ora non ci sono più dubbi.

Daniela scende al cimitero di Giovi per la settima volta con una piccola lapide che riporta il nome e la foto di Pierino. È Carnesciali a deporla sulla tomba. Pierino può tornare a casa, a Santa Giuletta, dove una madre ha atteso inutilmente il suo ritorno. 

Stamani l’esposizione della lapide alla memoria, alla stazione di Giovi, il luogo dove fu ucciso. Tra le lacrime di tanti presenti, che ormai consideravano quel ragazzo morto a soli 19 anni, quel partigiano ignoto, come uno di famiglia.

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