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La follia italiana dei contratti a tempo determinato e le vergognose selezioni italiane

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La follia italiana dei contratti a tempo determinato e le vergognose selezioni italiane

La richiesta di titoli di studio esorbitanti rispetto alla mansione, è la rappresentazione di un paese sull’orlo del collasso, in mano a burocrati che si muovono impunemente sul filo della legge.

 

Gli occupati a tempo determinato nel terzo trimestre del 2017 risultano pari a 2 milioni 784mila. Si tratta del livello più alto dall'inizio della serie, avviata nel quarto trimestre del 1992. Quindi si tocca il valore massimo da almeno 24 anni. Nell'ultimo trimestre questi contratti crescono del 3,9% su base congiunturale e del 13,4% su base annua. Nessuno o quasi procede ormai ad assunzioni a tempo indeterminato. Dopo il terzo anno, si preferisce ricominciare daccapo con un’altra assunzione. In questa dinamica di precarietà, a soffrire è proprio il paese che non decolla piu'.

I consumi non crescono, la gente non investe nel futuro, le famiglie non aumentano, i figli non nascono, i giovani non si emancipano. Questa è la situazione peggiore possibile. Meglio allora contratti di lavoro veramente liberi all'americana, dove il termine non esiste e nessuno si sente costretto a licenziarti prima della scadenza dei tre anni, per non essere costretto a trasformare un contratto, nato come precario, a tempo indeterminato. La formula italiana è un compromesso che ci sta portando nel baratro, nel silenzio complice dei sindacati, che hanno aggredito solo gli innocui voucher e che si preoccupano soprattutto di difendere chi ha meno bisogno di essere difeso.  

Le Poste Italiane hanno annunciato un piano di assunzioni rigorosamente a tempo determinato, grazie agli incentivi che hanno permesso di mandare in pensione qualche migliaio di dipendenti, trasformando così il lavoro stabile, in lavoro precario. Questa fantastica operazione è resa possibile grazie al denaro dei contribuenti, ma attenzione: per fare i postini, rigorosamente a tempo determinato, è richiesta la laurea triennale... Con la terza media si può guidare una nazione, ma non il motovelocipede del postino!

In questa Italia sbagliata, manco la ministra dell'istruzione avrebbe i titoli per fare la postina. O viceversa, abbiamo una ministra dell'istruzione che non potrebbe fare neppure la postina. Come si gira la frittata, è bruciacchiata! 

Evidentemente le nostre università sono considerate proprio poco dai burocrati delle poste, che immaginano che i loro postini a tempo determinato, saranno chiamati a dirimere questioni amministrative rilevanti, connaturate alla consegna delle lettere.

Se tanto mi da tanto, alla prossima selezione sarà richiesta laurea magistrale meglio se con master post universitario.

Le università dovranno dunque attrezzarsi con appositi corsi triennali: "La guida del motovelocipede, il controllo dei cani nervosi e la consegna delle lettere".

La verità è che oltre delle qualifiche, si sta abusando anche dei contratti a termine. Se vogliamo lasciare invariati metodi e durata, dobbiamo fare in modo che i contratti a termini costino di piu’ e permettano anche di guadagnare di piu’. Finchè queste forme di precariato avranno la stessa incidenza sul costo del lavoro (o addirittura inferiore) rispetto a quello stabilizzato, continueremo ad incentivare la precarietà. Nessuno, evidentemente, vuole rendersi conto che se il contratto a termine costa meno, sia come cuneo che come fee per la fine del rapporto e che se le imprese navigano ancora in una ripresa nebbiosa ed incerta, tale da disincentivare impegni a lungo termine, i contratti stabili continueranno a languire. Ed è vero anche il contrario: in un paese tirato avanti da precari del lavoro, anche la ripresa sarà sempre nebbiosa ed incerta! Sembra impossibile, eppure ci sono amministrazioni pubbliche che da anni utilizzano solo contratti a termine. A cominciare dalla scuola: il caposaldo della formazione delle future generazioni. Capoluoghi di provincia che assumono solo vigili urbani o funzionari pubblici in forma precarizzata, a scapito della professionalità, della qualificazione e del servizio al cittadino, senza peraltro ottenere alcun risparmio di natura economica.

“Sappiamo che la qualità di questi posti di lavoro è sempre esposta al rischio della precarietà – dichiarò Gentiloni a fine 2017 - quindi lo sforzo per rimettere in moto i consumi, le imprese, le potenzialità non solo del nostro export ma del nostro mercato interno è fondamentale».

A cosa stava pensando il governo? A ridurre la durata massima possibile: da 36 a 24 mesi! Una risata ci seppellirà. 

Un’idea che non scalfirebbe minimamente l’attuale flusso delle assunzioni, perché non rende per nulla il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti maggiormente conveniente, né sul piano economico, né su quello della programmazione, visto che non incide minimamente sulle due grandi motivazioni che inducono le imprese a privilegiare le forme flessibili. Anzi, forse peggiorerebbe ancor di piu’ la situazione, aumentando la precarietà che avrebbe un termine ancor piu’ breve: le idee sono qualificanti non solo se realmente servono a qualcosa, ma soprattutto se non fanno danni collaterali. Questo è, purtroppo, il caso dell’eventuale accorciamento a 24 mesi dei contratti a termine.

Cari ragazzi andate via da questo paese di folli, in cui si riesce a far apparire una truffa sociale a spese dei contribuenti, come una opportunità. 

Vi meritate di piu'! 

 

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