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Filippo e Dario: un dramma privato che diventa pubblico e un sistema giudiziario minorile borbonico

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Filippo e Dario: un dramma privato che diventa pubblico e un sistema giudiziario minorile borbonico

La legislazione italiana in materia può essere soltanto definita "borbonica" a cominciare dalla stessa esistenza dei tribunali dei minori. Nel mondo infatti, ci si sta orientando verso la nascita del tribunale della famiglia dentro a ciascun tribunale ordinario, perché affronti tutti i problemi, sia dei minori che della famiglia, in un unico contesto.

 

L’ennesima storia familiare italiana che rimbalza di bocca in bocca, poi sui social network e sulla stampa sino a diventare un caso televisivo con l’ingresso a “Chi l’ha visto”.

È una storia che vede protagonista, un ragazzino di 14 anni ed un fratello di 17 di cui al momento i familiari non hanno piu’ notizie. Allontanati dalla famiglia per volontà di un giudice che li ha affidati ad una casa famiglia.

Il ragazzo piu' piccolo fu prelevato da scuola dalla forza pubblica (avrebbe potuto esserci anche l’assistenza della USL psichiatrica, ma questa non era mai stata interpellata). Prelevato da scuola da un gruppo di agenti piombato dal nulla per prelevarlo e portarlo lontano, in esecuzione di un ordine del tribunale

Non è difficile immaginare gli stati d’animo del ragazzo nel vedersi arrivare gli agenti in classe, subendo un innegabile stess, provando paura e smarrimento, in una scuola presidiata in ogni suo accesso. Inutili i tentativi di ammorbidire la situazione non utilizzando divise o auto contrassegnate.

E’ stato prelevato dalla scuola in cui è cresciuto e dove tutti lo conoscono. Quei momenti gli resteranno sicuramente impressi nella mente a lungo. Una scuola sotto assedio, un bambino strappato all’improvviso dal banco e dalla sua vita.

Ma il bambino non ci sta e forte della complicità del fratello appena piu’ grande, si dà alla macchia. Passano molti mesi, ma pare che solo oggi si cominci ad essere preoccupati. La notizia viene fatta filtrare alla stampa fino a barcare in TV: "Ragazzi tornate, la zia è disposta a riprendervi."

Il padre lancia un appello ai suoi figli, Filippo e Dario, di 17 e 14 anni, scappati ormai otto mesi fa dalla comunità alla quale erano stati affidati dopo la separazione dei genitori.

La zia, sorella della mamma sarebbe disposta ad accoglierli come era successo in passato. Però manca l'ordinanza del tribunale dei minorenni, al quale potrebbero servire anche dei  mesi per prendere una qualsiasi decisione.

E i due restano alla macchia. Nascosti, restano in giro come cani randagi ed anche se venissero scovati dalla polizia, non si saprebbe dove collocarli. Servirebbe un nuovo provvedimento che assegni i ragazzi ad un luogo e a persone ritenute idonee e affidabili, con una soluzione accettata dai ragazzi. Ma quando arriverà?

La situazione relativa agli allontanamenti dalle famiglie in Italia è drammaticamente incredibile: 39.000 minori prelevati e allontanati. E mancando una qualsiasi tipo di statistica in tempo reale, la cifra è probabilmente arrotondata con difetto. In Germania e in Francia, dove il numero degli abitanti è decisamente più elevato che in Italia, il dato degli affidi si ferma rispettivamente a 8.000 e a 7.700.

In Italia comuni e aziende sanitarie locali pagano per ciascun minorenne affidato una retta minima giornaliera di 200/300 euro (ma spesso si arriva a superare i 400) e per questo c’è chi solleva il terribile sospetto che dietro al fenomeno affidi si nasconda un colossale business della sofferenza minorile, in troppi casi basato su perizie «addomesticate», se non su veri e propri illeciti.

A denunciarlo su PANORAMA è la Federcontribuenti, che stima in 2 miliardi di euro la spesa pubblica annua destinata a sostenere gli affidamenti di minorenni. «È un’anomalia troppo grave perché possa essere ignorata da politici e magistrati penali» protesta Marco Paccagnella, che della Federcontribuenti è presidente.

Perché nei casi dove non c’è sofferenza psicologica, ma solo indigenza e miseria sociale, non intervenire destinando una frazione, anche piccola, della somma che spendiamo in case famiglia, al sostegno diretto di questi minori?

L’attuale procedura consente al Tribunale per i Minorenni di decretare la sospensione della potestà genitoriale ad uno o entrambi i genitori, dietro segnalazione di un qualunque operatore scolastico, sanitario, sociale.

Qualunque comportamento o atteggiamento anche verbale al di fuori della “norma” – chiusura caratteriale, difficoltà ad interagire con i coetanei, eccessiva aggressività, momentanea inappetenza, linguaggio sboccato, precoce gestualità sessualmente connotata, lamentazioni per rimproveri ricevuti – oppure un aspetto esteriore troppo grasso o troppo esile, può essere interpretato come sintomo di disagio causato da abusi sessuali, maltrattamenti o trascuratezza subiti in famiglia Quando tale “sospetto” si affaccia nella mente degli anzidetti operatori, essi, per legge, sono tenuti a segnalare il caso al Tribunale per i Minorenni senza l’obbligo di verifica preventiva oggettiva: si va a naso! 

Nei casi di separazione/divorzio conflittuale la segnalazione è effettuata perlopiù dal genitore affidatario (nel 93% la madre) che, su consiglio di consulenti legali senza scrupoli, utilizza l’apparato giudiziario per far allontanare l’altro genitore dalla vita del figlio, al fine di gestire gli affetti di quest’ultimo in maniera esclusiva e/o per consumare vendette.

Se e quando emerge l’infondatezza della segnalazione e l’intento strumentale, spesso anche questo genitore viene considerato “inadeguato” e privato della potestà, senza peraltro il reintegro e la riabilitazione di quello ingiustamente accusato.

La sospensione può essere decretata senza alcuna previa consultazione o controesame del genitore “sospetto” di abusi sessuali, maltrattamenti, trascuratezza abbandonica e consiste nell’allontanamento coatto del/i figlio/i da uno o entrambi i genitori; in quest’ultimo caso la prole viene forzosamente prelevata dall’abitazione o da scuola e collocata presso un Istituto di Accoglienza.

Gli Assistenti Sociali subentrano nella totale gestione del minore, spesso senza fornire adeguate informazioni ai genitori cui viene talora concesso un “diritto di visita” settimanale. Molti hanno perso i contatti per anni con i loro figli, istituzionalizzati in altre città o in luoghi di cui non viene fornita localizzazione.

Generalmente il decreto di sospensione emesso dal Tribunale è provvisorio: ciò non consente ai genitori di ricorrere in Appello. Tale provvisorietà può protrarsi per diversi anni, nel corso dei quali non esiste alcuna possibilità di contraddittorio e difesa dalle accuse che hanno determinato il provvedimento. Non vengono accolte prove a discarico, non vengono sentiti testimoni: valgono esclusivamente le insindacabili relazioni degli assistenti sociali e le perizie dei consulenti psichiatrici, perlopiù adeguate alle aspettative del magistrato che ha conferito l’incarico .

Quando infine il Tribunale per i Minorenni prende una decisione, il minore ha le seguenti possibilità: o le iniziali segnalazioni si rivelano infondate e rientra in famiglia psicologicamente massacrato, oppure la sua famiglia viene dichiarata inadeguata dagli “esperti” e posto in stato di adottabilità. Da quel momento perderà ogni contatto con i suoi genitori e se nessuno lo adotta resterà in Istituto fino alla maggiore età. Oppure passerà da una famiglia affidataria all’altra come un pacco postale, senza che nessun Tribunale tenga conto dei legami affettivi nel frattempo instaurati.

Ad oggi sono collocati presso gli Istituti di Accoglienza Italiani circa 40.000 minori. Di cui un terzo figli di genitori separati/divorziati. Per ciascuno minore il Comune di appartenenza, contribuisce versando una quota di 100-300 EURO giornaliere, per un totale complessivo annuale che va da un minimo di uno ad un massimo di due miliardi di euro a carico della collettività (fonte Osservatorio Nazionale Famiglie Separate – Gesef)

Dal varo della legge 285 del 1997 che stanzia annualmente centinaia di miliardi per garantire e tutelare i diritti dell’infanzia, si sono moltiplicati in quantità industriale i Centri di Accoglienza per Minori, i Centri di Trattamento per il Disagio Minorile, i Centri per la Mediazione Familiare, finanziati appunto con detti fondi pubblici.

Per vigilare su minori presunti “disagiati”, l’apparato dei Servizi Sociali Territoriali ha assorbito negli ultimi anni decine di migliaia di operatori, formati professionalmente e retribuiti con fondi pubblici, che non avrebbero altrimenti ottenuto alcuna collocazione nel pubblico impiego.

Un esercito di avvocati e di psicologi, che non troverebbero altrimenti spazio sul mercato del lavoro professionale già saturo, traggono dalle conseguenze giudiziarie della conflittualità tra ex coniugi e del disagio minorile una inesauribile fonte di prosperoso guadagno.

La conflittualità tra ex coniugi abilmente alimentata e il disagio minorile abilmente mistificato legittimano la crescente e devastante intrusività della magistratura nella sfera più intima di un essere umano: gli affetti familiari. Con procedure di dubbia costituzionalità che ottengono il pubblico consenso grazie all’allarmistico ed ossessivo clima di pericolo volutamente creato intorno alla fascia minorile. Una tensione sociale che, ben lungi dal garantire la reale tutela dei minori da qualsivoglia pericolo, ha invece prodotto nell’ultimo anno ottanta tragedie di omicidio/suicidio.

 

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