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Renzi: mille giorni al governo. La rottamazione che non c'è stata. (Parte seconda)

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Renzi: mille giorni al governo. La rottamazione che non c'è stata. (Parte seconda)

Mentre il popolo del PD acclamava il nuovo Messia, chi si era visto sfilare il partito dal boy scout di Rignano, preparava la riscossa. Riscossa che se al centro era guidata dai rottamati, nelle periferie era dotata di ben piu’ importanti strumenti di controllo del territorio. Alla fine la rivolta degli elettori, ha bastonato sia il nuovo Messia, sia i rottamati, sia coloro che ritenevano di poter controllare il territorio. In mezzo a questo pollaio di galletti che si pizzicavano, ha vinto la volpe che se li è pappati tutti.

La dimensione regionale. Non sfugga al dibattito in corso, l’assurda situazione regionale, con un presidente che sputa addosso alla sua stessa maggioranza, nella giusta convinzione che tanto da lì non lo sloggerà mai nessuno. Non si pensi che la contraddizione stridente non sia colta dalla base.

Se il ritornello di un partito che non sa parlare con la sua base, comincia ad essere una giaculatoria un po’ troppo abusata, lo è molto di meno nella sua dimensione regionale, avvertita da fasce sempre piu’ imponenti di cittadini come matrigna piu' che come unità intermediante la politica nazionale.

La sensazione circolante è quella di due Toscane: quella che conta, ovvero quella del Nord Est e del Nord Ovest e infine tutto quello che avanza insieme in un unico bugliolo. Non è una piacevole sensazione sentirsi degli avanzi. Tra gli avanzi, Arezzo ha provato pure la triste sensazione di esser trattata come uno scarto.

Non ha alcuna importanza che questo sia vero o no, che sia una balla o che sia la realtà: questo è ciò che gli aretini hanno percepito. E mai come in materia elettorale, la percezione è l’unica cosa che conta.

Non vorrei fare la Cassandra, ma immagino che anche per il Granduca stia per arrivare l'ora di salire sulla carrozza che mestamente lo riporterà a casa. E' quasi finita ormai la corsa anche per lui. Dubito molto che la sua LEU sarà in grado di dare segnali di esistenza in vita alle prossime consultazioni. Staremo a vedere. 

Certo è che un eventuale e probabile crollo della dimensione regionale coinvolgerà tutto il sistema: dalla sanità alle università, dalle partecipate agli ambiti territoriali, per terminare ai rapporti con il governo. Ci prepariamo a diventare una regione a trazione leghista. Un capolavoro direi. 

La dimensione locale. Il rapporto territoriale con i sindaci nei comuni della provincia ha invece toccato vertici di ineguagliabile contraddizione. Voglio solo citare l’ultimo accadimento in ordine temporale, ma solo perché di piu’ fresca memoria: a 60 giorni dal voto nazionale, i sindaci del PD sono stati sorpassati a sinistra dai comuni di destra sul voto dell’acqua. Una vicenda che ha fatto scompisciare dalle risate i competitor, che si sono domandati apertamente e perfino sulla stampa, se ci fossero tendenze suicide in questo partito.

Il PD ha prestato il fianco alle critiche piu’ indicibili, che arrivavano da destra e da sinistra. Al punto che c’era seriamente da chiedersi, se chi aveva organizzato questa orrenda manfrina, non fosse a libro paga di chi il PD lo voleva distrutto in nome del "tanto peggio tanto meglio".

Non voglio in questa critica politica, nemmeno entrare nel merito specifico della questione. E’ di difficile comprensione per gli addetti ai lavori, figuriamoci per un cittadino/elettore normale: ciò che arriva alla base invece, è che il PD vuole sostenere le tariffe piu’ alte d’Italia e la destra vuole abbassarle.

Non è vero? No, probabilmente non è vero e non sarà così. Ma quello che conta non è ciò che è vero o falso, ma ciò che arriva all’elettore.

Ciò che ai dirigenti formatisi nel periodo Natta/Occhetto/D’Alema sfugge, è che sta cambiando il concetto di democrazia rappresentativa e il suo rapporto con i media. Ciò che soltanto venti anni fa veniva discusso e concordato nel palazzo, con una sua dignità politica (non è questo il punto), adesso è sotto i riflettori continui degli strumenti di comunicazione e da questi viene intermediato a getto continuo. A volte in modo farlocco, spesso, anzi quasi sempre in modo superficiale, ma questo è.

La comunicazione non è piu’ in mano ai giornalisti ma all’esercito dei creduloni, che a volte però si dimostrano meno creduloni di quanto si immagini.    

Negli ultimi 5 anni il PD ha visto capitolare comuni importanti, a cominciare da quello di Arezzo, forse l’unico perso onorevolmente o almeno così apparentemente è stato. Il resto è stato sottoposto a giochi, giochetti, divisioni interni, lotte tra candidati, candidature impossibili, ripicche di correnti. Nessuno pensi che gli elettori siano ciechi e sordi.

Sull’area vasta invece il caos regna sovrano. Prima la vicenda dei rifiuti, con un bando di gara che ancora grida vendetta e poi condita da arresti e scandali, poi l’affidamento dei servizi di trasporto che ancora non s’è capito chi ha vinto, quindi la vicenda dell’acqua con lo spettacolo indecoroso che tutti abbiamo visto. In ultimo la vicenda della TIA. Non è tanto il PD che non sa parlare al suo popolo, è il suo popolo che non riesce piu’ a capire cosa sta facendo il PD. Non è piu’ una questione di dialogo, ma di interpretazione dei fatti.

Inseriti per forza in un’area vasta che vede gli aretini periferici a tutto, si è riusciti solo a mostrare il triste spettacolo di una classe dirigente che una volta l’anno si mette intorno a qualche poltrona e “al via” si precipita ad occuparne una.

Quanto ciò sia vero o falso non conta. Questo è ciò che elettori vedono dall’esterno: le stesse persone che saltellano dai rifiuti all’acqua, dal gas ai trasporti e spesso in entrambi i consigli in vesti diverse.

E’ questo sistema di potere, radicato territorialmente, che gli elettori contestano prima di tutto ed è proprio questo ciò che il popolo del PD si aspettava che fosse rottamato e che invece è palesemente ancora sotto gli occhi di tutti: a questi livelli la rottamazione non è mai arrivata.

Il popolo del PD, ammesso che si possa ancora usare questo termine, si aspettava certamente che dopo aver rottamato i vertici del partito, il rinnovamento seguisse a cascata anche la base. Invece è accaduto che: 1)  i rottamandi si son presto riciclati rottamatori, 2) i rottamatori non sono stati capaci di gestire il trapasso. Probabilmente per mancanza di una classe dirigente diffusa in grado di poter intervenire. Spesso entrambe le cose assieme.

Si è continuato a far finta di non vedere e ci sarà sicuramente chi rifiuterà di aprire gli occhi anche adesso, che Renzi ha fallito non per eccesso di rottamazione, ma per non averla sostanzialmente fatta.  Per aver illuso un popolo, il suo popolo, che sarebbe riuscito a cambiare le cose ed invece non è avvenuto: sostanzialmente non è cambiato nulla.

Perché in fondo è pure comprensibile che quando si governa un territorio per 70 anni consecutivamente, nasca e si sviluppi una rete che controllandone i gangli riesca a muoversi sullo sfondo della politica, condizionandola dall’interno. Nessun partito ne è esente, né ora né in futuro. 

La dimostrazione è in Lombardia e Veneto, dove le stesse cose avvengono con partiti diversi. Anche qui si stratta di capire dove e quando avverrà il punto di rottura con l’elettorato.  

Attenzione, il problema che noi vediamo è una medaglia che ha anche il suo rovescio: se desideriamo che ad entrare nelle stanze dei bottoni siano persone preparate e di livello, magari professionisti esperti e capaci e non solo dipendenti e pensionati, è poi normale che dopo un decennio di vita pubblica dobbiamo preoccuparci di quello che faranno. Se si chiede ad un professionista di mandare all’aria la sua attività professionale per occuparsi della cosa pubblica, è difficile che al termine del suo mandato, magari decennale, questo sia in grado di ricominciare da zero, ricostruendo una attività ormai smantellata e recuperando clienti che nel frattempo han cambiato professionista.

Il rovescio della medaglia dunque, è che ad una politica sottopagata, toccherà in sorte una classe dirigente impreparata e raffazzonata. Una tragedia, se ci pensiamo bene.

Ma ormai non ha piu’ nessuna importanza: è suonata la campana.

Il tempo è finito. Il tessuto di potere territoriale del PD è ormai saltato ed è solo una questione di mesi la sua definitiva rottamazione. Qualcuno dovrà cominciare a cercarsi un lavoro vero. Sarà bene che utilizzi la sua attuale posizione per riuscire a riciclarsi all’esterno del perimetro della politica tradizionale.  

Se non fosse chiaro ciò che dico, basterà attendere 24 mesi e non sarà difficile immaginare che la frana non si fermerà, ma sarà anzi destinata a travolgere un intero sistema. Dalla dimensione regionale a quella locale.  Stiamo per assistere al crollo di un potere territoriale che si è perpetuato per 70 anni.

A nulla serve che l’ex segretario mandi segnali di fumo attraverso i quotidiani locali: il suo successore non ha manco fatto in tempo a mettersi a sedere che già lo si vorrebbe rendere responsabile di tutto quello che è accaduto negli ultimi decenni.

In ultimo una piccola riflessione di merito: ho letto, o almeno così ho creduto di intuire perché il testo non era chiarissimo e si prestava al facile equivoco, che si riterrebbe Marco Donati colpevole di non aver tenuta abbastanza alta la bandiera del PD. O forse viceversa. Ripeto, sarà stata la stanchezza mia, ma non era chiarissimo il senso. Ma alla fine ha poca importanza.

Voglio ricordare che Marco Donati non era il candidato del PD ma di tutta la coalizione. Che in 60 giorni di campagna elettorale, non ho mai visto nemmeno Riccardo Nencini, segretario nazionale del PSI, alzare la sua bandiera o fare riferimento al suo partito, ma sempre ed esclusivamente alla coalizione. Si chiama garbo elettorale.

Cosa che sarebbe bene si imparasse tutti a conoscere un po’ meglio.

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