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Renzi: mille giorni al governo. Analisi critica di un pezzo di storia democratica. (Parte prima)

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Renzi: mille giorni al governo. Analisi critica di un pezzo di storia democratica. (Parte prima)

Ho cominciato ad interessarmi al PD, dopo una sostanziale iniziale indifferenza, quando ho scoperto che stava abbandonando veramente schemi ideologici del passato, per cercare di entrare nel nuovo mondo attrezzato per combattere delle battaglie vere

 

 

 

 

Per chi come me si avvicina ormai alla soglia dei ‘60, una cosa sola diventa veramente importante, lasciare ai  figli o ai nipoti un mondo migliore di come lo abbiamo trovato.

E’ stato così nella passata legislatura? Solo figli e nipoti potranno in futuro dare la risposta, giudicando però le nostre scelte di oggi.

Noi che viviamo il presente difficilmente siamo in grado di giudicarlo, travolti dalla passione politica e spesso incapaci di dare un giudizio critico e di merito a quanto stiamo osservando.

C’ è una cosa  che vorrei dire a chi rimpiange i bei tempi andati, quando c’era piu’ lavoro, quando si andava in pensione presto e meglio, quando tutto era gratis o quasi: sanità, scuola, università, rendite e pensioni, quando lo stato e le regioni erano l’ammortizzatore sociale del paese, quando si viaggiava con due centesimi, quando l’acqua era quasi gratis, quando la spesa per la nettezza era poco piu’ di un offerta annuale, quando non il lavoro ma lo stipendio era un diritto, quando la politica dava da mangiare bene e senza sudare troppo, quando chi pagava le tasse era un coglione e il welfare sembrava una fonte inesauribile di ricchezza… in quei bei tempi andati in realtà, si stava solo preparando il collasso del sistema.

Abbiamo vissuto per anni sopra le nostre possibilità e abbiamo lasciato ai nostri figli (ma a questo punto sarebbe piu’ giusto dire a noi) il conto da pagare! Non posso considerare oggi dei grandi statisti, coloro che per accaparrarsi il facile consenso, hanno permesso che accadesse tutto questo.    

Non tutto era fallace in questo strano gioco di società: fino a che una parte del paese continuava a produrre ricchezza, un’altra parte poteva permettersi di dilapidarla. I problemi sono cominciati quando il sistema produttivo ha cominciato a scricchiolare, quando gli interessi sui debiti accumulati hanno cominciato a mangiarsi fette sempre piu’ importanti della nostra ricchezza. Quando per sopravvivere abbiamo cominciato a sottrarre ricchezza alla produttività, che invece era essenziale alla vita della nazione, quando per mangiare abbiamo cominciato a macellare le mucche che fino ad allora ci avevano dato il latte. Dopo averle mangiate, niente piu’ mucche e niente piu’ latte! A coloro che invocano la spesa pubblica a gogò, auguro di essere ancora vivi quando i nipoti passeranno a chieder di conto.

Il mio povero babbo (democristiano) mi ripeteva spesso che dividere la ricchezza è cosa giusta, ma prima di dividerla è necessario crearla. Se si cerca di fare la divisione prima, si divide solo la povertà. La situazione del Venezuela, un paese stremato e alla fame, nonostante sia il primo produttore di petrolio al mondo, è la riprova che il poro Beppe nella sua semplicità aveva ragione.

La questione Matteo Renzi. Non voglio fare processi a nessuno, posso solo ricordare gli aspetti dell'azione di governo che mi hanno irritato. Non sottovaluterei tuttavia nella critica alla situazione politica, il vento generale che sta soffiando forte da destra in tutto il mondo.

In tutto l’occidente la socialdemocrazia sta soffrendo, aiutata in questa sofferenza dagli interessi moscoviti, che certo non amano l’unione europea e non disdegnano di sostenere partiti nazionalisti di estrema destra, solo per mettere in difficoltà politica l’unico concorrente economico continentale. Dovendo fare una sintesi critica del governo Renzi, questi gli errori che sono apparsi a me, semplice ma attento osservatore della politica italiana.

Il primo: il pessimo subentro al suo predecessore. Non metto in dubbio che dietro ci fosse la volontà del presidente e con lui certamente il mondo delle categorie economiche. Tuttavia un maggior garbo e una personalità appena piu’ forte, non avrebbero permesso lo scempio a cui abbiamo assistito. La partenza non è stata delle migliori. Gestito bene il trapasso, avrebbe offerto al governo Renzi un ministro degli esteri di ben altro prestigio internazionale.

Il secondo: la composizione del governo. Sono sinceramente rimasto sbigottito quando ho visto presentare la squadra di governo. Apprendisti politici senza alcuna esperienza messi in ruoli chiave. Qualcuno scaricato poi rapidamente altrove, qualcun altro reso inoffensivo. Governare una nazione non è amministrare una città. Governo debolissimo, in nome di un giovanilismo sciocco, ha fatto pagare pegno, anche con una raffica inutile di errori di comunicazione. Temo però che anche in futuro vedremo spesso ripetersi questa farsa, sempre sperando che non finisca in tragedia.

Il terzo: la partenza riformatrice è stata drammatica. La fretta di portare a casa la riforma delle provincie, tanto agognata quanto sfruttata demagogicamente un po’ da tutti, ha creato un mostro di cui ancora si capisce male come gestirne le competenze. Invece che staccare dal treno dell’amministrazione provinciale un vagone per volta, ovvero le competenze, si è staccata la sola locomotiva lasciando che il resto andasse allo sbando. Mi dispiace per Del Rio, ma la sua immagine si è offuscata per sempre ed infatti è scomparso dalla scena, salvo riapparire in questi giorni, ma gli concedo poche chance.

Il quarto: la riforma del sistema costituzionale. Ho votato SI, ma con la consapevolezza che la riforma presentava delle criticità serie. La paura di abolire veramente e totalmente il senato, avrebbe generato un altro mostro giuridico assolutamente fuori controllo, in grado di bloccare l’attività parlamentare sui temi fondanti del paese (la politica estera in primis). Un solo articolo della nuova costituzione era lungo due pagine. Se l’hanno veramente scritta dei costituzionalisti, farebbero meglio a tornare a studiare. Tralascio le critiche alla campagna referendaria, perché anche troppo se n’è parlato ovunque. A volte bisognerebbe contare fino a 10 prima di parlare.

Il quinto: la colpevole sottovalutazione della pressione migratoria. Invece che sonnecchiare aspettando che fosse l’Europa a risolvere i problemi che non ha risolto, si doveva intervenire prima di tutto sul fronte della legalità, circoscrivendo in modo netto il perimetro in cui si potesse attuare una rigida politica di rimpatri per chi è venuto a delinquere. Ciò non significa perdere di vista la politica dell'accoglienza, ma delimitarne nella legalità la sua stessa natura. Se la Bossi Fini ha mostrato tutti i limiti di una legge ormai troppo datata per far fronte ad una situazione radicalmente cambiata, si doveva intervenire anche sul fronte legislativo, per permettere un impiego efficace di questa nuova manodopera, in modo anche da evitarne un indiscriminato sfruttamento. In un paese che vede in abbandono gran parte del suo patrimonio agricolo, se si fossero investiti i denari che spendiamo per la presenza dei migranti, in incentivi finalizzati alla assunzione e al reimpiego in agricoltura (o altri settori carenti di organico), avremmo ottenuto un avanzamento del PIL strepitoso, ricevendo un ritorno reale dall’investimento fatto, sotto forma di ricchezza e di riqualificazione del territorio.

Il sesto: la palese mancanza di una classe dirigente adeguata. Il vero tallone di Achille della compagine renziana è stata l’impreparazione. Preso infatti il partito in mezzo al turbinare di una battaglia, si è fatta troppa attenzione alla fedeltà e poco alla qualità. Un generale però non deve correre a sostenere i suoi uomini da ogni parte, ma deve avere accanto persone capaci che sappiano trasformare un ordine in una azione vittoriosa. Del Rio ha fatto fiasco con le province, la Boschi con la costituzione, la Madia con una riforma del lavoro incostituzionale, Lotti ha messo insieme le liste elettorali piu’ assurde della storia repubblicana (memorabili le risate degli amici del CDX alla loro pubblicazione). Per citare solo le cose piu’ serie. Se si andasse sul faceto invece… peggio! 

A fonte di tutto questo, bisogna riconoscere che la passata legislatura è stata tra le piu’ feconde. 

Nei primi 10 anni di questo nuovo millennio, mentre la Germania di Schroeder rimetteva in ordine la sua economia (ma anche lui ha pagato il suo impegno sull’altare del sacrificio perdendo le elezioni), ristrutturava il mercato del lavoro, si preparava ad abbattere la disoccupazione chiamando i suoi cittadini a sacrifici ben ripagati approfittando di un Euro fortissimo, noi ci dilettavamo in finanza creativa. Mentre la spesa pubblica dal 2001 al 2010 raddoppiava, nulla veniva fatto per abbattere il debito pubblico. D'altra parte il presidente era troppo impegnato sui fronti processuali per avere tempo da dedicare al paese, dopo quello dedicato alle mignotte. Dopo la fuga di Berlusconi nel 2011, è toccato a Monti sostenuto sia dal PDL che dal PD, cercare di arginare la piena, mentre lo spread rischiava di minare qualsiasi tentativo di uscire dalla recessione e le cancellerie tremavano per il rischio di default del terzo debito pubblico del mondo. Un default che avrebbe trascinato nel baratro l’intera unione e messo in ginocchio il sistema finanziario globale. Salvo poi da parte di entrambi mandarlo ramengo, disconoscendo ma senza abrogare quanto fatto e senza assumersi mai la paternità di sacrifici dolorosi quanto necessari.

Questo è il paese che la XVII legislatura ha avuto in eredità. E questa legislatura a sua volta, lascia un paese piu’ moderno, che ha saputo avviare riforme importanti. Sia nel campo del lavoro che dei diritti civili.

Sono arrivate a compimento leggi di cui si discuteva da decenni. Si è preso un paese in profonda recessione e si è cercato disperatamente di farlo ripartire. Se è vero che si sono abbassate talune tutele, peraltro abbastanza inutili, lo si è fatto per cercare di rimettere in moto il mondo del lavoro, cosa che le categorie economiche chiedevano disperatamente da anni e su cui Silvio non aveva avuto coraggio di mettere mano per non perdere il consenso.

Ma perché dimenticare le unioni civili, il fine vita, le leggi sui minori, sulle donne, sul femminicidio, sui manicomi criminali, sul “dopo di noi”…

Questa legislatura che di governi ne ha visti 3 (Letta-Renzi-Gentiloni) è iniziata con le pressioni di Napolitano che non voleva assolutamente tornare ad elezioni, costringendo il PD a cercare di allearsi con chiunque, e questo dopo aver già costretto Bersani e Berlusconi a sostenere Monti per il medesimo motivo. Anche a costo di scarificare se stessi e le proprie convinzioni (e dopo aver fatto prendere ad entrambi un bagno elettorale)

Dichiara lo stesso Renzi in una intervista del 2016: “Il nostro Paese è appesantito da una infinità di incrostazioni che hanno goduto a lungo di indebite protezioni, da diffusi corporativismi… Per aver successo nell’opera di contrasto e di smantellamento si rendeva e si rende necessario accumulare forze adeguate”

E questo a Renzi non è riuscito. Ha cercato di farlo, ma con un eccesso di ottimismo. Di fronte alla persistente crisi economica, la politica economica del governo, principalmente affidata a una personalità autorevole come Pier Carlo Padoan, ha avuto i suoi risultati, modesti ma reali.  Ma di fronte ad una popolazione per troppa parte insoddisfatta, diffidente, scettica, secolarmente pronta a guardare con ostilità i governi, l’errore è stato di non avere espresso lo slancio riformatore con toni di maggiore sobrietà e realismo.

Ma il vero problema di Renzi, è stato l’aver fatto assaporare al popolo del PD la possibilità di una vittoria grande. Mai tradire i sogni di grandezza di un popolo: l’ultimo che lo fece, finì a testa in giu’ ad un distributore di benzina. Ho sempre immaginato che non fu solo il dolore per le sofferenze inflitte agli antifascisti a scaricarsi su quei corpi inerti, ma anche la rabbia per il tradimento dei sogni infranti della “grandezza italica” in cui tanti fascisti sinceri avevano creduto. 

Non credo che il compito del PD sia esaurito. Anzi tutt’altro, sono convinto che nemmeno quello di Matteo Renzi sia finito. Credo che la lontananza dai riflettori, darà tempo di valutare meglio gli errori commessi, mettendo a fuoco i problemi incontrati in questi tre anni di esperienza.  

Così come il paese avrà tempo e modo di valutarlo, non piu’ come un avventato giocatore d’azzardo, dominato da gretti interessi personali (l’immagine che ne dà Travaglio, la cui ormai sola presenza no stop sul La7  mi genera nausea e sindrome da zapping, insieme al grande amico di tanti qui, Andrea Scanzi) bensì un politico per vocazione, con pregi e difetti, ma con un grande disegno che tornerà a emergere (il disegno), con lui o con altri, se il nostro Paese, al di là delle manie fiorentine di grandezza, si proporrà il compito, modesto ma difficile, di diventare un Paese un po’ più efficiente e civile.

Per adesso vedo solo buio. Speriamo che qualcuno accenda un lumino…


 (Nella seconda parte l'ambito locale)

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