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Un pomeriggio in carcere a parlare di Heidegger, della paura e dei suoi inganni.

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Foto scattata alla sola porzione fotografabile Foto scattata alla sola porzione fotografabile

Quando la cultura entra nel carcere portata da insegnanti, studenti e detenuti.

 

Si prova sempre un certo brivido accarezzando quelle pareti ruvide, circondate da filo spinato e telecamere, passando sotto alle finestre delle celle da cui traspare tra le inferiate, la fioca luce della vita.

Oggi è stato un giorno diverso, per loro, i carcerati, per me che ero qui per capire, per gli studenti della nostra università, che erano qui per approfondire tematiche di studio.  

Il carcere, il luogo chiuso dove il tempo è sospeso e non esiste più, dove detenuti e agenti sono costretti a dividere ore e spazio dell’ Istituzione totale. Così definisce il carcere Michel Foucault, al pari dei manicomi o degli ospizi. Aggiunge Pierluigi Vigna nella prefazione al libro di Luigi Morsello "La mia vita dentro", quella definizione si rivela carente. Perché "trascura il flusso di vita che lì si svolge, l'interscambio tra custodi e custoditi e non guarda alla considerazione del vissuto di ogni detenuto prima del suo ingresso in istituto, e che egli porta irrimediabilmente con sé."

E la realtà carceraria dura nel tempo, fra il personale carente, i fondi spesso inadeguati, la burocrazia che frena e tutte le difficoltà che rendono arduo, quando non impossibile, il percorso di rieducazione e di reinserimento che ai detenuti dovrebbe essere garantito per legge. 

Proprio oggi il Consiglio dei Ministri, ha deciso di rinviare l’approvazione di un decreto di riforma del sistema carcerario… a tempi migliori.

Il motivo è facile immaginarselo. In una nazione ormai forcaiola, ci si rifiuta di guardare il proprio ombelico: la situazione drammatica in cui versano ormai le nostre carceri e a 10 giorni dal voto, nessuno ha coraggio di mettere mano ad una riforma di questo livello. Inutile lo sciopero della fame di Rita Bernardini, a cui anche io ho aderito qualche giorno fa.

Le cause le spiega Morsello, un direttore che ha lasciato dopo 36 anni di attività nel suo ultimo libro “La mia vita dentro”: l'inesistenza di una politica criminale e dell'esecuzione penale, i troppi tipi di reati a basso allarme sociale nel codice penale e nelle altre centinaia di leggi, che potrebbero essere derubricati a infrazione amministrativa e sanzione pecuniaria, una politica sbagliata di approccio al gravissimo fenomeno delle tossicodipendenze, che portano in carcere persone per tipi di droghe e quantità insignificanti.

Mentre vi sono realtà così sovraffollate che rischiano di esplodere, vi sono carceri e sezioni di carceri in attesa di essere utilizzati, fermi per mancanza di personale e risorse economiche, oppure come nel caso di Arezzo, scarsamente utilizzate perché in attesa che si completino i lavori di ristrutturazione. 

Le carceri dovrebbero essere di 300 posti per le case circondariali e 200 per le case penali, con celle standard di venti metri quadri servizi compresi per tre detenuti, laboratori per attività lavorative e corsi professionali. Occorrono educatori, psicologi e criminologi a tempo pieno, mentre le misure alternative alla detenzione dovrebbero essere applicate con rigore ma, in modo massiccio e rigorosamente mirato al trattamento dei detenuti, invece che trasformate in una sorta di area di parcheggio.


Ma mentre tutto questo resta per il momento un miraggio, la vita nelle carceri continua a scorrere lenta. Ogni tanto, come oggi, un evento eccezionale coordinato da un direttore coraggioso, che è riuscito a mettere insieme, studenti, professori universitari, carcerati, Heidegger, gli esistenzialisti e le nostre paure. Un cocktail all’apparenza impossibile, invece capace di far vibrare le anime, volteggiando tra filosofia e psicologia, tra paura e coraggio, tra vita e morte. Ripetuti anche se timidi gli interventi dei detenuti. Mai banali.

Non si può essere banali quando si fanno i conti con la propria esistenza ogni secondo, di ogni minuto, di ogni ora, di ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno, in una stanza di tre metri per tre a ripensare ai propri errori.

Umanità sbagliata che sta pagando per i propri sbagli il suo conto alla vita e alla società, immaginando una esistenza diversa con la voglia di voltare pagina, sognando di poter riavvolgere il nastro della storia per farla andare in un’altra direzione.

Io credo che i nostri avvocati ed i nostri giudici, sarebbero migliori se nel tirocinio fosse previsto un mesetto di vita carceraria. Solo un mese, prima di poter accedere alla professione. Scoprirebbero una fetta di umanità che chiede solo di poter essere rimessa in gioco, di avere l’opportunità di ricominciare. Troverebbero quelle stesse persone che insieme al loro direttore, hanno accettato di lasciarsi interrogare dal libro di Laura Occhini sulla “Paura e i suoi inganni”.

Denudare l’anima davanti a dei ragazzi e ai loro insegnanti, per poter gridare al mondo che sono ancora vivi.

Si, per fortuna, sono ancora vivi.     

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