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E' morto il comandante Renzino

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E' morto il comandante Renzino

Ho conosciuto Edoardo Succhielli – il “Comandante Renzino” - soltanto alcuni anni fa, quando iniziai ad interessarmi alle vicende che avevano portato alla strage nazifascista di Civitella, Cornia e San Pancrazio, del 29 giugno 1944.

Lo andai a trovare per porgli alcune domande piuttosto “delicate", con la convinzione che non avrei ricevuto esaurienti risposte, ma solo reticenze infarcite di retorica.

Fu grandissima la  sorpresa, nel constatare che quell’uomo minuto, novantenne, lucidissimo, sulle cui “spalle” si erano abbattuti pesi e responsabilità sfiancanti, non conosceva neppure la retorica e ci parlava con un’onestà e una chiarezza davvero stupefacenti.

Da quelle sue prime risposte, mi convinsi a riesaminare tutta la vicenda della strage del 29  giugno ’44, utilizzando tutti i documenti disponibili (italiani, inglesi e tedeschi), tutte le testimonianze ancora reperibili, ma soprattutto i ricordi di Succhielli, che raccolsi in una lunga serie  di incontri, registrazioni, interviste e quindi sottoposi al certosino e doveroso vaglio di tutti i riscontri possibili.

La convinzione che guida Edoardo Succhielli nel rispondere alle domande dell’interlocutore,  interessato alle vicende della Resistenza tra Valdarno, Valdambra e Valdichiana, è quella di dire  tutta la verità: “… chi raccontando i fatti della guerriglia, nasconde qualche sfaccettatura meno brillante non rende un buon servizio alla Resistenza, che va osservata per intero con le sue lacune ed i suoi inevitabili errori …”.

Come dargli torto. Se uno cercasse di nascondere certe azioni di  singoli o di gruppi, per paura di portare macchie alla Resistenza, una volta che tali episodi venissero alla luce, potrebbe nascere nell’opinione pubblica la convinzione che come si era nascosto quel fatto, altri ancora più gravi siano stati celati.

Ecco allora, che Succhielli racconta onestamente tutta la sua storia, dagli anni passati nel Seminario dei Padri Maristi a Castiglion Fiorentino, alla convinta adesione al fascismo – favorita dall’opera svolta dalla scuola controllata dal regime - all’ingresso nella scuola Allievi Ufficiali di Fanteria, per poi diventare sottotenente dei Paracadutisti della Divisione Nembo, fino al seguire i tedeschi dopo l’8 Settembre, per poi essere travagliato da dubbi e domande. L’epilogo fu il passaggio alla Resistenza, con l’assunzione di gravosi compiti, quali la costituzione di una nuova banda partigiana – la Renzino – e il diventarne il comandante.

Edoardo Succhielli è stato un comandante partigiano coraggioso, incurante del pericolo senza essere temerario, buon organizzatore, benvoluto dai suoi sottoposti. Siro Brandi scrisse: “… mi sentivo soddisfatto d’avere un comandante come Renzino, che mi pareva avesse la mia indole riflessiva ed i sentimenti di umanità e di moderazione, che condividevo per mio stesso temperamento.

E non diceva «Andate!», diceva «Andiamo!» Ed in ogni azione stava sempre davanti a tutti”. Ovviamente aveva anche difetti. Il più grande, a parer mio fu quello rimproveratogli da molti suoi partigiani, dai suoi collaboratori e dai suoi congiunti: era “troppo buono”. E in certi casi, per un comandante di banda partigiana la troppa bontà, il fidarsi di tutti (o quasi), l’ascoltare troppi consiglieri produceva anche guasti.

Sergio Cencini, il partigiano Tom mi confidò che Renzino era eccessivamente buono e i suoi sottoposti l’ubbidivano poco. In certi casi sarebbe servito più “polso”.

Anche la sorella Rita, che collaborò con la banda partigiana concorda nel ritenere Edoardo “troppo buono”. Troppo buono, sia con i suoi sottoposti, che con i nemici e le supposte spie. Sul momento tutti lo circondavano di fiducia, di affetto e di ammirazione. Poi, quando incominciarono a verificarsi i problemi di Montaltuzzo prima e delle stragi del 29, successivamente, ci fu più di una voce critica che si alzò. Gli si rimproverava di non prevenire con determinazione la malvagità dei nemici, evitando di far loro arrivare informazioni importanti, tramite prigionieri rilasciati o spie non giustiziate.

Mai una fucilazione di spie o di delinquenti comuni. Mai una punizione esemplare alle teste calde che aveva intorno – e ce ne aveva. Anche quando alcuni suoi gregari, fecero una notte brava al suo paese, Tegoleto, andando anche in casa della sua maestra, Succhielli si mise a piangere dal dispiacere e dalla vergogna, ma il responsabile fu preso a schiaffi non da lui, bensì dal tenente Pelliccia.

Questo suo insolito comportamento era dovuto sia al carattere di Edoardo, ma ancor di più a sua madre Corinna, che quando il figlio le aveva annunciato il suo arruolamento con i partigiani lo aveva ammonito: “Se sei sicuro che questo passo è il tuo dovere, vai pure. Che Dio t’accompagni! … Un giorno o l’altro potranno venirci a dire che t’hanno ammazzato, e vorrei poter morire io al tuo posto. Ma quando sapessi che sei stato tu ad ammazzare ingiustamente, il mio dolore sarebbe più grande e non avrebbe conforto né fine mai …”.

Certamente, se Renzino era buono, non vuol dire che non avesse gli “attributi”, come dimostrò in più occasioni, sia nei confronti di altri militari alla macchia, che verso certi personaggi equivoci. Purtroppo, i suoi maggiori guai furono legati all’aver acconsentito a consigli e inviti inopportuni.

Ricordo l’aver dato retta al ragazzotto vanaglorioso, che lo convinse a entrare nel Circolo di Civitella il 18 giugno 1944. Ricordo l’aver “bruciato” la svedese Helga Cau, a causa di un’obbedienza ad un invito del dottor Gambassini che la considerava una spia dei tedeschi, mentre era una segreta informatrice del CLN di Arezzo. In particolar modo dopo la guerra, non seppe dire no ai vertici aretini del PCI, che gli imposero alcune scelte davvero sbagliate e provocatorie, che lo portarono all’aggravamento del conflitto in parte già esistente, con la gente di Civitella, provocando la profonda frattura che solo dopo 70 anni si è in parte rimarginata. Parlo della sua candidatura a Sindaco di Civitella, che parve un’aperta sfida ai civitellini, travolti dalla strage del 29 Giugno che, a torto o a ragione, imputavano alla sua superficialità. Parlo anche della sua lettera a L’Avanti e ancor di più della sua successiva querela al direttore de Il Mattino, sul quale era apparsa la piccata, diffamatoria e in parte falsa risposta dei civitellini.

Forse, il miglior giudizio sul Comandante Renzino, lo ha dato lo stesso Succhielli nella sua Presentazione al mio libro (La memoria riunita): “Se devo fare il compendio della mia attività in guerra, posso dire che essa corrisponde all’evolversi del resto della mia vita. Il mio torto è quello di essermi sobbarcato pesi superiori alle mie forze, ma non credo che ci sia qualcuno che possa dire di aver ricevuto del male da me. Ho agito senza mai prescindere dai principi di onestà, connaturata nell’animo della gente semplice”.

E quanto scrive sua nipote, Simona Menghini, è illuminante: “Quando mio nonno mi ha chiesto di scrivere queste poche righe, «perché tu sei la nipote maggiore …» mi sono sentita «investita» di un grande onore e, con titubanza ed imbarazzo, perché la storia privata diventava collettiva, gli ho domandato se voleva dirmi altro di sé, lui mi ha risposto «vorrei essere stato un comandante più illuminato» e io sono rimasta senza parole … cosa potevo dire di fronte a tanta saggezza, solo il silenzio e il rispetto per un uomo che è andato oltre sé stesso”. Succhielli è un uomo buono, mite, semplice, che ancora poco più che un ragazzo, in mancanza di altri aspiranti, si è accollato responsabilità che avrebbero fatto tremare i polsi a persone ben più adulte e preparate. Avrebbe potuto vivere alla macchia da renitente, come fecero altri, ma scelse la più pericolosa via della guerriglia partigiana e come ho scritto altre volte, lo fece per Amore.

Per amore dell’Italia; per amore della sua gente e dei suoi coetanei, che cercavano una guida; per amore della dignità, che era stata calpestata tante volte in quei tristissimi anni di dittatura e di guerra.

Succhielli ha fatto quello che ha potuto, ha dato tutto quello che poteva dare. Ha realizzato tante cose buone e ha fatto degli sbagli, alcuni anche gravi, ma si è sempre preso le sue responsabilità, senza tentare di scansarle, anzi. Sulla sparatoria nel Circolo di Civitella ha le idee chiare: “Colpa della mia assenza di attitudine al comando. Quella fu un’azione stupidamente concepita e stupidamente condotta”.

Ha sopportato per settant’anni le accuse, anche quelle ingiuste, ha sopportato le mistificazioni, le calunnie e le false ricostruzioni. Mi sono convinto che anche Edoardo Succhielli in fondo è stata una vittima della strage di Civitella, Cornia e San Pancrazio. Una vittima che non appare negli elenchi ufficiali, che non è morta, ma ha dovuto subire un lunghissimo calvario, fino alla recente riconciliazione con la gran parte dei familiari delle altre Vittime.

Edoardo Succhielli non aveva dubbi, se fosse tornato a quel Settembre 1943, avrebbe rifatto la stessa scelta, avrebbe rifatto con orgoglio il Partigiano, avrebbe militato di nuovo nella Resistenza: “… perché nell’ambito della Resistenza ho trascorso i giorni decisivi della mia esistenza”.

Ho scritto un libro sulla sua storia partigiana, cercando di farlo onestamente, senza sconti. Sono felice di averlo conosciuto e di avere avuto la sua amicizia. Credo che meriti un semplice, ma convinto... Grazie! 

Santino Gallorini

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