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Da un regolamento per la città ad un progetto di città. (parte 5: Il mantra del consumo di suolo)

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Da un regolamento per la città ad un progetto di città. (parte 5: Il mantra del consumo di suolo)

Questo articolo temo sia destinato a far rumore. Alcune parti sono decisamente provocatorie, ma il dibattito è il sale del progresso e della civiltà. Queste riflessioni ad alta voce, vorrebbero essere solo dei sassi gettati nello stagno un po' fermo della dialettica in città.

Se osserviamo con attenzione come è suddivisa la nostra città attraverso le foto satellitari, si intuisce subito che la divisione in quartieri è tutt’altro che virtuale.

Esistono delle line di separazione che in alcuni casi sono ineluttabili (la ferrovia) in altri sono solo il frutto della mancanza di coraggio nell’affrontare la questione.

Oggi si fa ovunque un gran parlare di “consumo di suolo zero” intendendo con questo slogan che è necessario recuperare prima che consumare altro suolo per edificare. Fin qui una intenzione bellissima, difficile non condividerla. Chi può essere favorevole a consumare, anzi, a sprecare una risorsa (anche se non propriamente limitata) quale il suolo o meglio, il territorio? Così come a rovinare il paesaggio o l’ambiente? Ma quando si passa dalle parole ai fatti, cominciano i problemi.

Cercando di documentarmi sull’argomento tuttavia ho potuto leggere le castronerie piu’ incredibili. Alla fine mi sono fatto alcune idee: 1) il consumo di suolo, tra le attività umane è quella indubbiamente meno pericolosa e meno invasiva. Parafrasando un celebre commentatore di questa testata… “Quando la natura vede gli uomini che si preoccupano per il consumo di suolo… sorride”. Se l’uomo scomparisse domani, tra cento anni la natura avrebbe già coperto ogni traccia del suo passaggio e tra mille solo un archeologo potrebbe rinvenirne i reperti. Un battito di ciglia nell’unità di misura del tempo in ere geologiche. 2) All’origine delle teorie del consumo di suolo agricolo, vi sono motivi prettamente economici e speculativi, prima che di salvaguardia ambientale. 3) La teoria è comunque importante per far cessare una moda universalmente applicata, che ha frastagliato le nostre città in rivoli di edificazione ed in isole cementificate.

Ciò significa non poter condividere acriticamente e tout court la teoria del “consumo di suolo zero” e i suoi esiti legislativi regionali, che sono già oggetto di contenzioso amministrativo con dubbi di costituzionalità sollevati dal Consiglio di Stato.

Da qualche anno poi, circola con insistenza il mantra dell’Europa che impone l’obbligo di far cessare il consumo di suolo dal 2025. Si tratta di una fake news: l’Unione Europea non ha approvato alcuna direttiva che preveda l’obbligo del consumo di suolo zero al 2025, non ne avrebbe neanche le competenze. Ha solo elaborato alcuni studi, affinché gli Stati membri si adoperino per contenere l’antropizzazione del territorio e la sua impermeabilizzazione.

Finite le critiche, ecco gli aspetti positivi. Ridurre il consumo di suolo, concentrandosi sul recupero dell’esistente, è sicuramente un atto meritorio, che non può che migliorare l’assetto e la vivibilità generale delle nostre città. Partendo da questa teoria è finalmente possibile cominciare a rivalutare quello che abbiamo e che abbiamo colpevolmente trascurato.  

Per capire quali potrebbero essere i risvolti pratici di queste teorie, bisogna far due passi nella nostra città e se possibile farli per una volta non in compagnia di una guida turistica, o di un urbanista, o di un ingegnere idraulico, o di un archistar, ma di un semplice mediatore immobiliare. Uno che conosca gli interni, gli appartamenti e i loro abitanti e che sappia mostrarvi, a partire dalla sua analitica conoscenza dei valori immobiliari, quanto una cesura urbanistica può trasformarsi in cesura sociale, economica e umana.

E' sufficiente, per avere il quadro della situazione, affacciarsi al ponte della Parata, dando per una volta le spalle all’imponente bastione costruito da Cosimo mezzo millennio fa, guardando quel torrentello che attraversa la nostra città. Oltre la sponda sinistra si intravedono i palazzi di via Beato Angelico e di Via Cimabue: da qui si apre fisicamente il quartiere che viene generalmente definito Zona Giotto. Sulla riva destra invece, casette dimesse e capannoni dismessi, una stradina talmente stretta che non si scambia un’auto con una bici, eppure a doppio senso. Due mondi che si guardano a pochi passi dalla storia, anzi ad appena un attraversamento pedonale, visto che tanto dista il fiume dal bastione mediceo.

(il Castro viene incontro al punto di vista del fotografo, quindi va ribaltata la posizione destra e sinistra)

Nel mezzo il Castro e poco prima il suo affluente Bicchieraia. Un piccolo corso d’acqua, ma in grado di trasformarsi in una grande barriera, un invisibile muro di Berlino per dividere due quartieri, trasformandoli in due mondi. Se poi ci si incammina per via Salvi Castellucci, si resta inorriditi. Di fronte a noi l’ingresso del castro nella sua tombatura, il regno incontrastato delle pantegane e forse anche delle nutrie (zia Carmela ha visto anche un alligatore, ma forse erano i postumi del capodanno), con lo sfondo dei vaporosi e nauseabondi effluvi che fuoriescono dal tunnel. Uno spettacolo da immortalare, soprattutto perché sovrastato dalla imponente medicea barriera.

Ad un profano cittadino che nulla sa di urbanistica, idraulica, geologia e dinamiche del pianeta, vien da chiedersi a questo punto: perché nessuno ha ancora pensato di proseguire nella tombatura del fiume?

Perché non prolungare il bel viale Luca Signorelli oltre l’angusto spazio della Parata? Perché non aprire subito una meravigliosa valvola alla viabilità, che allenterebbe la pressione a volte indicibile su quel piccolo tratto di strada (su cui si riversano sia il Pantano che la Marchionna), ma soprattutto perché non ricucire finalmente due quartieri tra loro contigui ma così diversi?

Permetterebbe finalmente di recuperare migliaia e migliaia di metri cubi edificati e abbandonati, a cominciare da quel grande capannone che per anni ha ospitato le vendite giudiziarie ed è invece sigillato ormai da quasi due decenni; per non parlare dell’ex ingrosso alimentare!

Non sto ad aggiungere quanti parcheggi si potrebbero realizzare nell'area (naturlamente con garanzia di permeabilità come alle scale mobili), perchè per il momento mi sembra di essermi spinto anche troppo con la fantasia e questo rischia di essere un argomento esplosivo. 

Forse perché parlare di tombature ci ricorda sinistri telegiornali e altrettanto sinistri comunicati, in cui a questa parola vengono associati grandi disastri, con l’immancabile faccione del granduca che ci spiega che è tutta colpa degli speculatori? Tranquilli, gli facciamo organizzare un bel convegno sul rischio idrogeologico (a spese nostre) e sarà certamente felice.

Invece mi chiedo e vi chiedo: cosa cambierebbe se il Castro dovesse esondare alla Parata o se dovesse farlo 300 o 400 metri a monte della città? L’unico rischio è che…. farebbe meno danni! 

I tecnici idraulici spiegano che tale soluzione parrebbe impraticabile, non tecnicamente, ma solo per motivi civilistici e burocratici.

Pur confermando che spostare più a monte una potenziale esondazione farebbe meno danni alla parte storica della città, perchè l'acqua di piena defluirebbe dalla Croce Rossa fino a Santa Maria/Esselunga per gettarsi nel Vingone scorrendo - teoricamente - sul letto dismesso del vecchio tracciato del Castro (i romani lo spostarono dentro la città, ma del vecchio tracciato ne abbiamo memoria grazie ai disegni di Leonardo da Vinci, alla cui epoca doveva essere ancora evidente), tuttavia l'antico letto del Castro non esiste piu' e nessuno firmerebbe e/o approverebbe un progetto che potrebbe aumentare il rischio idraulico in una certa zona (Est) anche se disinnescherebbe il rischio per il cuore della città, perché in caso di danni, a qualcuno dovrebbero certamente essere pagati di persona. 

Ecco come alla parolina magica "danni" anche se solo potenziali e remotissimi, segue subito l'impraticabilità nei fatti. 

Consumo di suolo zero dovrebbe invece assumere un significato piu’ complesso e articolato. Non un generico invito a recuperare l’esistente, ma porre le condizioni urbanistiche, architettoniche e sociali, perché questa teoria non sia solo un mantra senza significato, ma assuma anche un significato etico e naturalmente sia accompagnato da una vera fattibilità economica.

Oggi è l'Epifania che tutte le feste le porta via. Auguri

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