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Da un regolamento per la città ad un progetto di città (parte 4 - piano del traffico e sviluppo urbano)

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Da un regolamento per la città ad un progetto di città (parte 4 - piano del traffico e sviluppo urbano)

 

Molti anni fa, quando muovevo ancora i primi passi da agente immobiliare, mi giunse una richiesta affinchè cercassi per una catena di franchising un fondo in locazione commerciale: mi venivano date precise indicazioni di strade e di spazi compresi all’interno di determinate numerazioni civiche.

Insieme ad alcuni colleghi, cominciammo la ricerca e trovammo alcune opportunità in quelle strade, ma non all’interno dei numeri civici indicati. Inviammo comunque l’esito delle nostre ricerche e attendemmo: la risposta fu negativa.

Appena ci fu possibile interloquire di persona con i responsabili delle ricerche, cercai di capire quale fosse la logica della richiesta. La risposta fu semplice e complessa allo stesso tempo: erano già stati studiati i flussi pedonali che si generavano nelle aree prese in esame. Su quali strisce avveniva l’attraversamento, dove si dirigevano i pedoni, sia in andata che in ritorno, da cosa si originava il flusso (fermata del bus, area di sosta, centro direzionale, zona ferroviaria, centro di attrazione commerciale o altro) persino la velocità media del pedone in quel determinato punto, ovvero se si muoveva con molta fretta per recarsi al lavoro o se era piu’ disponibile alla sosta o alla osservazione dell’ambiente circostante. Insomma nulla era lasciato al caso. 

Fanno sorridere oggi le osservazioni di coloro che fanno paragoni tra zone tra di loro talmente diverse, da rivelarsi puerili. Il semplice spostamento della fermata di un bus, l’istallazione o la rimozione di un semaforo, la nascita o la soppressione di un’area di sosta, anche se posta a qualche centinaio di metri di distanza, può determinare la fortuna e lo sviluppo di una zona o la sua decadenza, il suo progressivo impoverimento e diventando trasandata registrare il calo delle richieste e dei relativi valori di mercato.  

Potrà sembrare assurdo, ma è invece assai meno importante il flusso veicolare di quanto non si creda. Non ha molta importanza se per esempio Via V. Veneto e via Masaccio restano entrambe a doppio senso o a senso unico in direzioni contrapposte (un mantra per i commercianti della zona opporsi al senso unico). Ma sarebbe per loro assai piu’ drammatico il giorno in cui venisse deciso di trasformare in “giardinetti” o “aiuoloni” o in “cacometro” per usare una celebre definizione storico/ludica, il piccolo parcheggio in fondo a Via Rismondo.

Il traffico veicolare porta pochi risultati in termini commerciali, la sosta molti di piu’. Ribaltiamo però il concetto: non è importante che le auto debbano parcheggiare nei pressi di quel negozio per recarvisi, ma è importante che parcheggiando in un determinato luogo, il potenziale cliente sia costretto a passare ripetutamente davanti a quel negozio.  Per questo la creazione dell’aiuolone di Saione, un metro fuori terra, ha strangolato le attività poste alle sue spalle. Per questo la soppressione del grande parcheggio libero Mecenate, che generava un transito pedonale da e verso il centro di qualche migliaio di potenziali clienti, ha costretto alla chiusura o allo spostamento le attività della parte Sud di viale Michelangelo, migrate verso il centro in cerca di maggior successo. Il battito d’ali di una farfalla in Cina può provocare un Uragano in Brasile.

Ho ripensato a lungo a quelle analisi. Soprattutto a quanto è facile, secondo questi studi, modificare la fortuna o la disgrazia di un imprenditore: è sufficiente spostare una fermata di un bus, o la posizione di un attraversamento pedonale, o la tipologia di un’area di sosta, per modificare le abitudini di vita di chi ha sempre acquistato il pane nel percorso dal lavoro al parcheggio o viceversa, e adesso non lo fa piu’.  Nella vita frenetica che ci siamo autoimposti, spesso usciamo di casa al mattino portandoci dietro le piccole commissioni da fare nei ritagli di tempo lungo la strada: acquistare il pane, lasciare l’abito in lavanderia, passare da un bancomat a ritirare del contante, fermarsi dal fruttivendolo per acquistare due cetriolini, comprare le sigarette, prendere un caffè, passare dall’asilo per lasciare i bimbi, ricaricare il telefono. Tutte azioni che prevedono un passaggio rapido, una sosta forse piu’ simile ad una fermata, ma che per la loro stessa natura intrinseca prevedono la necessità di accostare, fermarsi, scendere, controllare che non vi siano vigili nei dintorni, chiudere l’auto, quindi completare piu’ rapidamente possibile la commissione e ripartire.    

Le nostre piazze che ci sembrano così moderne con al centro un ciuffo di natura composto da quattro alberi sofferenti, due panchine e un po’ d’erba spelacchaiata, sono la perfetta rappresentazione di cosa sia un “non luogo”. Una dimensione diurna utile nella buona stagione alla sosta di anziani alienati e soli e in quella brutta al solo uso intestinale dei nostri amici a quattro zampe, per trasformarsi sempre di notte nel regno dei pusher. Piazze che avrebbero potuto essere utilizzate per i commerci, per i mercati, per gli ambulanti, per qualche festa zonale o qualche concerto, per quelle attività che in antico si riassumevano con la parola “agorà”, sono adesso solo la rappresentazione della trasandatezza, delle aiuole mal curate e infine dello stato di degrado delle costruzioni che vi si affacciano.  Molto piu’ utile una piazza lastricata bene, pulita con regolarità dalle spazzatrici e utilizzabile da qualche volenteroso esercizio pubblico per posizionarci due ombrelloni e quattro tavolini dove gustarsi un gelato in estate, che questi tristi ritagli di natura fasulla. Come sarebbe piazza Grande con un bello spazio verde al centro? Sarebbe uno stupro architettonico, storico, urbanistico e sociale. Il verde lasciamolo nei parchi: grandi, pochi e ben curati e nelle nostre piazza se proprio vogliamo adornarle, limitiamoci a qualche fioriera da innaffiare con regolarità.

Tutto questo gran ragionare, non per affermare che dobbiamo esser succubi dei commercianti o degli artigiani o degli imprenditori pensando al tema dello sviluppo urbano, ma ribaltando invece il ragionamento, che abbiamo formidabili strumenti da poter usare per risvegliare zone che ci sembrano in decadenza e che vorremmo tanto invece veder pulsare di umanità.

Una ultima riflessione: quale dovrebbe essere il motivo che spinge un cittadino ad andare in un posto anziché in un altro? Ci va se deve fare delle commissioni o se ha necessità di andarci.

Un tempo salivamo Corso Italia oppure Via Guido Monaco e Piazza San Francesco per raggiungere gli uffici del comune o Piazza Grande per andare in tribunale. Oggi perché ci dovremmo andare?

Un luogo perché sia appunto luogo e non "non luogo" deve avere una motivazione attiva per costringerci a raggiungerlo e passivamente godere di esso. Oggi possiamo decidere di viverci solo se abbiamo attorno servizi per noi necessari. Forse addirittura, potremmo valutare l’opportunità di aprirli noi i servizi necessari, a condizione che ci sia gente che ancora qui vive.

L'oggetto in sè, bello quanto vogliamo, se non ha un ruolo nella vita sociale, può andar bene per qualche turista, ma rischia di perdere valore per la comunità d'appartenenza.

Una città, che diventa solo elemento museale per un turismo più o meno di qualità, è una città perduta.

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