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Da un regolamento per la città ad un progetto di città (parte 3 – prevedere il futuro)

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Da un regolamento per la città ad un progetto di città (parte 3 – prevedere il futuro)

 

Le cronache di questi giorni ci raccontano di paesi (soprattutto nelle Marche) che hanno vissuto la terribile esperienza del terremoto, ancora privi di quelle casette di emergenza in grado di far uscire dalle roulotte gli abitanti rimasti senza un tetto, nelle probabili bufere di neve che con frequenza si abbattono da quelle parti.

I veri problemi non risiedono nei fondi, che già sono stati tutti stanziati dallo stato e neppure dai tempi tecnici per la realizzazione delle stesse, ma dalle difficoltà del non riuscire a trovare il posto giusto dove metterle.

Ci sono comuni infatti, che prima di poter individuare l’area giustamente pianeggiante, facilmente raggiungibile, esente da rischi idrogeologici, devono fare i conti con gli espropri necessari, le resistenze dei proprietari ed i relativi ricorsi al TAR.

Incartatati nelle italiche burocrazie, i sindaci non stati in grado per lungo tempo, di fornire alle imprese incaricate la giusta posizione ove costruire i villaggi di fortuna. Ed anche una volta trovata quella adeguata, il difficile era realizzare rapidamente le opere di urbanizzazione necessarie (fognature, reti, viabilità). Onore alla regione Umbria che è stata in grado di rendere agevole questo percorso, ma questo forse anche grazie al minore impatto che il sisma ha avuto sul suo territorio.

Forse è arrivato il momento che le aree destinate alle emergenze vengano individuate per tempo, quando ancora splende il sole e nessuno pensa alla tragedia che può abbattersi in qualsiasi momento sulle comunità pedemontane. Se domani un cataclisma si abbattesse sulla nostra città, dove potremmo costruire un villaggio di fortuna? Dentro allo stadio? Si, se non è crollato! Ma allora perché non spingiamo da subito i comuni, con legge regionale o nazionale, ad individuare queste aree all’interno dei piani strutturali? E perché non provvederle per tempo di un minimo di urbanizzazione di base, magari anche solo all’ingresso dell’area prescelta? Perché non fare subito accordi con le proprietà, che in cambio di una qualche forma di decontribuzione, saprebbero già che in caso di catastrofe naturale i loro terreni sarebbero destinati alla pubblica utilità? Espropriati ad un prezzo prefissato, evitando così nel momento della emergenza di dover rincorrere i problemi davanti ai tribunali amministrativi. Se si fossero eliminate le lungaggini burocratiche dai paesi rasi al suolo dai terremoti, oggi tutti i sopravvissuti avrebbero un tetto sopra la testa.

Se non esiste una legge per obbligare a prevedere queste aree almeno in corrispondenza delle frazioni maggiori, perché non muoversi autonomamente anticipando la carenza legislativa?

Prevedere non significa modificare l’esistente, ma semplicemente non farsi cogliere impreparati dal futuro.

Qualche anno fa la giunta Lucherini scandalizzò la città con l’idea di un aereoporto in Valdichiana. Se sono assolutamente convinto che sarebbe un azzardo inutile, un passo in avanti destinato a far la stessa fine di quello senese di Ampugnano, ciononostante non significa che non sia possibile prevederne la presenza.

Il 17 dicembre 1903 Orville Wright si staccò da terra per 37 metri (120 ft) in 12 secondi e fu registrato in una famosa fotografia. Nel quarto volo dello stesso giorno, Wilbur Wright volò per 260 metri (852 ft) in 59 secondi. I voli furono testimoniati da tre membri della guardia costiera, un uomo d'affari locale, e un ragazzo del villaggio, facendo sì che questo fosse il primo volo documentato.

Solo quattro decenni dopo quel volo sgangherato, i primi missili Cruise (le V2) raggiungevano e colpivano Londra in pochi minuti cadendo dal cielo a velocità balistica, mentre gli aerei già superavano la velocità del suono. La corsa al volo è stata rapidissima: solo 50 anni dopo il volo dei Wright, l’uomo orbitava attorno al pianeta e poco dopo posava il suo piede sulla Luna. A poco piu’ di un secolo di distanza stiamo preparandoci oggi ad allestire una base su un pianeta diverso dal nostro.

Ciò che dovremmo dunque aspettarci dai nostri politici, non è solo una soluzione ai problemi urgenti ed immediati, ma la capacità di proiettare e prevedere lo sviluppo in termini futuri. Non c’è dubbio infatti che un aeroporto in questo momento sarebbe inutile, superfluo, costoso, antieconomico e insostenibile.

Ciò non toglie che quando pensiamo al futuro della nostra città, non possiamo non pensare anche in questi termini. Quando fu ideata l’autostrada del Sole, ci furono infinite polemiche per il costo, per l’impatto sul territorio, per l’assoluta inutilità dell’opera parametrata al traffico veicolare degli anni 50. Ma dopo pochi anni, quell’autostrada divenne il cavallo di battaglia del boom economico, la cerniera che univa il Nord al centro Sud. E oggi scoppia letteralmente.

Chi tanti anni fa ha immaginato il nostro futuro, ha costruito città attraversate da grandi arterie, scorrevoli, larghe e rettilinee. Chi pensava in termini di calessi e carretti, ci ha lasciato strade strette, contorte ed oggi intasate ed inquinate. Se vogliamo un perfetto esempio di sviluppo disordinato e caotico, basta farsi un giro nella nostra (ormai ex) zona commerciale Pratacci. Un dedalo di strade larghe, strette, storte, secanti e tangenti. Uno sviluppo urbanistico fatto a casaccio, senza immaginare il futuro, senza dare un senso al progredire delle costruzioni.

Francamente non credo sia necessario oggi un nuovo e molto più grande aeroporto del nostro aereoclub, ma certamente è necessario essere pronti a cavalcare lo sviluppo, prevedendo la possibilità che un giorno il trasporto potrà spostarsi dalla gomma e dalla rotaia alle vie del cielo. Fantascienza? Forse si, ma anche senza imbarcarsi in avventure, è giusto essere pronti a coglierlo questo futuro e dunque prevedere in quali comparti potrebbe sbocciare.

Ciò che domattina sembrerebbe non servire, non possiamo sapere se sarà utile dopodomani. E nel dopodomani vivranno i nostri figli. La grande stampa ci ha deliziato ricordandoci che i bimbi di cui ovunque abbiamo festeggiato la nascita in questo primo giorno dell’anno, sono destinati, secondo le previsioni delle aspettative di vita, ad affacciarsi al 22’ secolo.

Al pari di una previsione di possibile traffico aereo, dobbiamo predisporci in ogni caso ad accogliere l’alta velocità. L’esperienza giapponese, prima nazione al mondo ad aver utilizzato questo tipo di mobilità veloce, ci insegna che qui, a differenza nostra, le linee AV sono dotate di un considerevole numero di stazioni intermedie. Ovviamente non tutti i treni fermano in tutte, ma tutte sono prima o poi servite da uno di questi.

La municipalità di Chiusi ha deciso di inserire una stazione dell’AV nel suo piano urbanistico. Scelta probabilmente dettata in parte da motivi elettoralistici e in parte dal tentativo di forzare la mano delle ferrovie sulla questione ancora irrisolta della nuova, seppure poco probabile, stazione AV.  Eppure è una idea lungimirante, perché individua da subito una zona e la predispone lasciandola sgombra da edifici ed altri orpelli, a diventare uno strumento di pubblica utilità.

Prevedere aree che un giorno potrebbero essere destinate all’AV o al traffico aereo, lasciandole libere da abitazioni, strade e strutture di servizio, è certamente un modo per non lasciare i nostri figli a fare i conti con la nostra ottusità. Perché il futuro appartiene a chi lo saprà interpretare. E se la nostra città non ha bisogno di fughe in avanti, non ha neppure bisogno di essere trasformata in un silenzioso cimitero.

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