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Arezzo e il Fatto Quotidiano: un minestrone di luoghi comuni per raccontarci il nulla

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Arezzo e il Fatto Quotidiano: un minestrone di luoghi comuni per raccontarci il nulla

Come è giusto che sia alla patria adottiva del Gelli, anche il Fatto Quotidiano (così come il Sole24ore di alcuni mesi fa) non si esime dalla solita toccata e fuga sulle corde della massoneria aretina. Con l’aggiunta di un po’ di peperoncino, ovvero mettendola in concorrenza all’Opus Dei.

 

Massoneria e Opus Dei. Si tratta di società misteriose, quindi nessuno dirà mai nulla o protesterà: si può scrivere qualunque frottola senza tema di esser smentiti.

Personalmente mi son fatto due risate al solo immaginare Giuseppe Fornasari col cilicio chiodato legato ad una gamba due ore al giorno e con il gatto a nove code a frustarsi la schiena una volta a settimana, ma oltre alle due risate non son riuscito ad andare! Per non parlare del Boschi, del Rosi, del Guerrini e di tutta l’allegra combriccola di Banca Etruria: immaginarli mentre si scambiano strumenti di penitenza corporale, è meglio che leggere un libro di barzellette!

L’Opus Dei è una organizzazione non molto popolare, ma è stata usata alla bisogna per essere contrapposta nell’immaginario delle folle, alle fantasiose trame oscure dell’anticlericalismo massonico. 

In tutta franchezza, il solo poter immaginare una lotta tra tenebrosi cavalieri, che combattono per la supremazia tra il bianco e il nero (o l’azzurro) fa solo sorridere, ma da la misura della cattiva informazione, superficiale e populista, da cui siamo ormai tutti soggiogati. 

Via signori siamo seri e parliamo di ciò che conosciamo, senza trasformarsi da giornalisti in romanzieri.

A volte mi son chiesto perché attorno a questa indubbiamente potente organizzazione cattolica, si sia creata tanta mitologia. La risposta è simmetrica a quanto da me sostenuto per la P2 di Gelli: perché questo è nell’interesse stesso di chi l’ha così voluta.

Millantare la “fama” di essere in grado di influenzare pesantemente tutto il mondo che conta: politica, grande impresa, banche, finanza e mass media, è il prerequisito per cercare di ottenere benefici. Gli articoli o i romanzi che mescolano sapientemente fantasia e realtà ingigantendo poteri che non ci sono, diventano dunque il carburante ideale per diffondere tra i semplici “imaginifiche” trame e restituire quel potere che da millantato diventa reale.

A volte non conta avere realmente potere: importante è solo far credere agli altri che lo si detenga perché è in quel preciso momento che si diventa realmente potenti. La massoneria non è stata esente da questo vizio, anzi, certe volte lo ha pure accentuato.

Anche Licio Gelli ha usato molto questa tecnica, che alla fine gli ha consegnato veramente una certa forza anche politica. Ma nessuno sa con precisione quanto fosse realmente grande. Io tendo a sottostimarla (forse). Per esempio Andreotti, che il potere lo conosceva bene, lo ha sicuramente sfruttato senza farne parte e mai stimato. Certamente ne intuiva benissimo i limiti. Di sicuro, nell'immaginario popolare, la sua figura è stata mitizzata. Ancora oggi esistono delle volgari imitazioni che cercano di emulare il mito che attorno a lui si era creato, ma appunto puzzano di imitazione lontano un chilometro. Non credo fosse una persona particolarmente intelligente, certamente scaltrissima e dotata di un ego smisurato. Al pari di tanti altri imprenditori contemporanei, di cui la fine ne è perfetta copia.

Queste fantasie hanno attirato alla massoneria i saltacarristi di ogni generazione, che si sono sentiti attratti dalla leggenda, salvo trovare una istituzione mite, riflessiva e dedita allo studio e per questo lasciandola altrettanto rapidamente (quando va bene).

Come a suo tempo il Sole24ore, ma senza la medesima cattiveria, il passo dagli ori (massonici) all’oro (metallico), è stato breve. Tra le tante affermazioni, intorno agli orafi se ne trovano di veramente sciocche. Facciamo un piccolo passo indietro.

L’oro ad Arezzo non è arrivato portato dal Gelli nei vagoni piombati di una ferrovia bombardata, ma da due imprenditori aretini venti anni prima, che si chiamavano Gori e Zucchi. Dando lavoro a centinaia di operai, hanno insegnato un mestiere ad una popolazione che fino ad allora conosceva solo le vacche, le sementi e l’aratro.

Gli orafi aretini, non sono diventati tali per grazia divina, ma per essersi spaccati la schiena sopra le macchine della catena, finiti gli occhi sulle microfiamme per saldatura e bruciati i polmoni sopra gli acidi della lavorazione. Una generazione di uomini e donne che hanno desiderato emancipare se stessi e le loro famiglie, spesso rischiando il tutto per tutto dopo essersi licenziati dalla grande mamma Unoaerre, per lanciarsi con coraggio nel mondo dell’impresa.

Li si potrà criticare per la frequente impreparazione ad affrontare un mondo dai confini sconosciuti, si potrà criticare la politica per non averli adeguatamente assistiti nel momento del loro apogeo, ma non descriverli come dei piccoli Re Mida sbarcati a Ponte Buriano da vascelli incantati.

Questi uomini hanno portato in città ricchezza e lavoro, hanno contribuito a rendere la nostra città grande e conosciuta, l’hanno trasformata, plasmata e fatta rinascere dalle macerie della guerra che l’aveva pesantemente colpita e trasfigurata. Accanto a loro c’è stata la banca, che ne ha condiviso l’ascesa irresistibile e la caduta rovinosa. Ma quale massoneria… le fortune della nostra città sono state riposte nelle mani dei nostri artigiani e dei nostri industriali.  

E’ vero che in Banca Etruria c’è stata una lotta tra fazioni a cavallo della fine del millennio (quando la Boschi faceva forse le medie), ma queste erano solo la rappresentazione di una umana lotta per il potere tra due gruppi guidati da ambizioni di varia natura, che cercavano evidentemente appoggi soprattutto nella loro area politica o sociale di riferimento. Non è stata la massoneria e neppure la politica ad inquinare la banca, ma persone sbagliate che hanno sfruttato la loro influenza politica o sociale, per ottenere vantaggi e scalare il potere.

Per quanto abbia cercato e studiato e intervistato, posso affermare che la massoneria è stata sostanzialmente ininfluente dentro la banca del nuovo millennio, nonostante il suo presidente. Tanto che pochissimi furono i massoni che hanno potuto occupare ruoli di prestigio. Forse nessuno o forse per puro caso. 

La colpa piu' grave che può essere rimproverata a Faralli, è quella di essersi circondato di uomini sostanzialmente incapaci, che non gli facessero ombra, nè dentro la banca, "nè altrove".

Ho provato anche a cercare le tracce della massoneria nella stessa fondazione della Banca Mutua Popolare Aretina (così come Il Fatto Quotidiano afferma di sapere che si trovano nelle radici dell’antica loggia Cairoli), ma mentre ho trovato l’impronta di massoni di prestigio tra i suoi fondatori, non ho trovato alcun segno che riconducesse ad una volontà positiva di questa organizzazione.

Dopo l’unità d’Italia, in un paese laicizzato dagli eventi che lo hanno fatto nascere, i liberi pensatori si ritrovarono giocoforza riuniti sotto l’ombrello massonico. Tra questi  ci furono le forze migliori che la società laica aretina era riuscita in quegli anni a mettere in campo.  

Ci furono grandi sindaci e grandi presidenti delle forze sociali, non ultima Banca Etruria.

E’ storia, non complottismo. Ma non fu la massoneria ad influenzare le loro scelte, casomai fu il contrario: fu il pensiero di quegli uomini e la loro presenza nella piu’ grande organizzazione non confessionale, che rese grande la massoneria di quell'epoca, trasformandola in un cenacolo di liberi pensatori: laici, liberali, repubblicani, uomini d'azione e di governo, grandi peccatori perchè a volte accesi anticlericali.

Questa fu la loro vera condanna e forse è la loro colpa che ancora si vorrebbe far scontare alla città.    

 

 

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