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Dopo l’intervista del sindaco su Banca Etruria al Fatto Quotidiano, le prime reazioni politiche di Bianconi e Tito Barbini

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Dopo l’intervista del sindaco su Banca Etruria al Fatto Quotidiano, le prime reazioni politiche di Bianconi e Tito Barbini

“E’ meglio che la Boschi non si faccia piu’ vedere ad Arezzo”. Con queste parole categoriche il sindaco ha stigmatizzato la situazione. Sostanzialmente passata sotto silenzio, questa intervista ha però suscitato alcune reazione politiche affidate ai social, ma ha anche fatto riemergere dai cassetti della memoria, la foto che introduce l’articolo!

La riflessione di Tito Barbini

Ho letto con interesse l'intervista che il sindaco Ghinelli ha rilasciato al Fatto Quotidiano di oggi. No, caro Ghinelli, non ci siamo. La tua è una lettura parziale e fuorviante. Ora, sia ben chiaro, la responsabilità del governo Renzi, e quindi anche della Boschi, è innegabile e sta tutta in quell'assurdo decreto, che in quella opaca riunione del Consiglio dei Ministri convocato di domenica, ha rovinato migliaia di persone azzerando i loro risparmi. Non mi interessano i risvolti politici o elettoralistici che possono nascondersi dietro a questa vicenda ma credo che nessuno debba perdersi in insulti. Ritengo Maria Elena Boschi una persona preparata e onesta ma proprio per questo e per quel giuramento che lei ha fatto sulla Costituzione (...servire il Paese con disciplina e onore) deve fare un passo indietro per aver semplicemente, con il suo diretto interessamento su Banca Etruria, nascosto la verità al Parlamento. Soltanto con le sue dimissioni potrà difendersi meglio e non trascinare il suo partito verso un ulteriore baratro. 
Ma ora la domanda è un’altra: quando cominceranno a pagare i responsabili veri di questo disastro? E, davvero caro Sindaco, quanti tra politici e imprenditori aretini è senza peccato e può scagliare la prima pietra. Un fallimento per responsabilità di un gruppo dirigente arrogante e incapace, infedele alla sua missione che ha rovinato migliaia di azionisti e possessori di obbligazioni sparsi in tutta l’Italia centrale. Un gruppo dirigente capace soltanto di auto concedersi prestiti e gettoni milionari e di concederli a loro amici pseudo imprenditori. Allora mi è tornata in mente la denuncia che ho fatto nel mio libro "Quell'idea che ci era sembrata così bella". Nel libro riproponevo alcune riflessioni che svolgevo diversi anni fa. Naturalmente in un grande isolamento politico e con inviti più o meno espliciti a darci un taglio da parte dei poteri politici ed economici di questa città che anche tu hai rappresentato in questi anni. Parlavo di regolamento di conti all'interno della massoneria e di poteri opachi che avrebbero portato la Banca Etruria al disastro, poi avvenuto. 
Partivo da lontano: Conto Primavera di Licio Gelli e suicidio di Mario Lebole.
Ma parlavo anche degli aretini iscritti alla P2 che in quegli anni hanno tranquillamente continuato ad occupare i loro posti ( è stata la commissione parlamentare a denunciarlo) anzi, hanno ripreso alla svelta, negli anni a seguire, possesso delle loro funzioni in delicatissimi ambienti di questa città come gli uffici finanziari, il mondo economico. Per non parlare poi del sostegno della P2 alle trame fasciste e stragiste. Ad Arezzo c'è stato uno snodo fondamentale su cui ancora oggi rimangono alcuni misteri. 
Chissà che non sia partito da qui il conto alla rovescia che, dopo quasi trent’anni, ha portato Banca Etruria al disastroso fallimento di oggi. Una Banca dove la massoneria (compresa la P2) ha fatto in tutti questi anni il bello e cattivo tempo. 
Diversi anni fa, avevo cercato di denunciare pubblicamente la deriva in cui la Banca Etruria stava andando: ogni settimana, sul “Corriere di Arezzo” pubblicavo una specie di editoriale sulle vicende aretine e ricordo che dedicai almeno tre articoli alla vicenda dell’improvvisa destituzione del vecchio presidente Faralli. Ecco l’ultimo dei tre pezzi, l’ho ritrovato nell’archivio del giornale:
“... Provo a dirlo con maggiore chiarezza: la congiura di un gruppo di consiglieri d’amministrazione con conciliaboli segreti e agguati mentre pubblicamente ne avevano rinnovato la piena fiducia. Una condotta così scorretta la dice lunga sul grado d’inquinamento della vita associativa di certe istituzioni e dal disdegno in cui tengono le forme democratiche. Questo era il motivo per cui i rappresentanti politici amministrativi della città dovevano dire qualcosa. E invece non hanno aperto bocca. Avevamo bisogno di un richiamo all’etica e alla responsabilità. Questo è il punto che, ripeto ancora, va al di là della vicenda della rimozione del vecchio presidente della Banca che, certo, doveva da tempo lasciare il comando, ma doveva farlo in una occasione pubblica e trasparente che valutasse bilanci e prospettive di questo Istituto. Il messaggio che è arrivato alla ci à, all’opinione pubblica è di una semplicità disarmante. È che la democrazia è una perdita di tempo, che rappresentanza e partecipazione, dei cittadini come dei soci di una banca, sono parole vuote, che il potere e anzi il comando dev’essere concentrato e interamente delegato. Ed è questa concezione del potere che accomuna oggi, salvo sfumature per specialisti, la Banca Etruria con tante altre istituzioni economiche e non, a cominciare dal Governo del Paese. Se c’è nella città (e c’è stato) chi si sente ferito dal mio articolo, più che da simili comportamenti, mi dispiace per lui. Con la vicenda della Banca è stato fatto un patto d’acciaio, o di là a che sia, per sostituire il vecchio gruppo di potere con uno nuovo. È stato fatto nel modo peggiore, e nessuno ha detto nulla. Allora una domanda è lecita, ma non dovrei porla io. Posso solo suggerirla ad altri, ed è questa: possiamo aspettarci nel futuro anche di peggio, oppure qualcuno della nuova dirigenza che guida la Banca (magari il presidente) è in grado di dirci cosa è successo, perché è successo e dove va la Banca? Quale futuro, quale strategia nelle alleanze, quale politica del credito nei confronti delle aziende e del sistema produttivo? Possono farlo ora, non è mai troppo tardi”.
Ecco, quasi dieci anni sono passati da questa denuncia. Anzi mi chiesero allora di cessare la mia collaborazione al giornale.

L’attacco a testa bassa dell'On. Maurizio Bianconi

La Boschi rappresenta per me il peggio del peggio. L’ho tempestata di critiche, l’ho politicamente dileggiata, l’ho dichiarata “mentitrice seriale”, membro del club più’ nefasto quello dei “cretini istruiti”. È presuntuosa, arrampicatrice, è impreparata, sa, ma non conosce né capisce, avventuriera in un manipolo di avventurieri. Interrogazioni parlamentari come la grandine e interventi in Aula dove nulla le ho mai risparmiato (you tube). Tutto vero, tutto meritato. A me disse che non la potevo criticare perché’ dopotutto lei era “avvocato”. Veramente -risposi -con la vecchia legge saresti ancora procuratore legale, e ti ricordo che te, nuova della politica, e avvocato da poco, parli con uno che fa politica da 55 anni, l’avvocato (e bravo) da 45 e il giornalista iscritto all’Ordine da 40. Me ne andai e non ci siamo più’ cacati di striscio.

Ghinelli è figlio del mio maestro in politica e in professione. Ho altre doti e altri difetti, ma per molti versi lo ricalco. Sandro l’ho trattato come un fratello e la sua famiglia mi ha tenuto come un quasi figlio. Poi coi maestri si litiga e ci riappacifica ,specie ,quando solo e bistrattato aveva bisogno di sostegno umano, professionale, amicale.

Ma per dire il rapporto, io che dò del tu a tutti a Oreste Ghinelli (come ad Almirante) ho sempre dato del lei: lui lo chiamavo Avvocato e Almirante, Segretario.

Poi Sandro divenne, almeno per me, ambiguo, si accompagnava con persone che non mi piacevano (parlo di politica), mi sembrava molto interessato al giusto guadagno e alla professione.

Salto tutto: la sua candidatura a sindaco, per me, non fu trasparente, non fu di centro destra, ma con doppiezza berlusconiani/ lucheriniana fu di centro-destra-sinistra. Insomma, per me, avevano prevalso i suoi lati meno buoni e, sempre secondo me, il patto nocciolo della inopinata candidatura era fra lui e il più’ sveglio dei post comunisti locali e anti Giglio Magico.

Penso di non sbagliarmi, ma non faccio qui la diagnosi di questa mia lettura, poiché’ con questo preambolo, non inutile, voglio tratteggiare il tipo di rapporti che ho coi contendenti e per dire anche “SINDACO GHINELLI! COSI ‘ NON SI FA. TE ACCUSI LA BOSCHI DI MALEFATTE NON COMMESSE”

LA BOSCHI NON HA ROVINATO BANCA ETRURIA. Te, che sei iperintelligente pensi di aver fatto Bingo cavalcando l’onda: mi tolgo il mare di responsabilità sulle delusioni della mia sindacatura, faccio contenti quelli della destra un po’ di crognolo (‘È’ visto tue quante gnen’ha ditte a quella suddecia. Non gnen’avrebbi ditto meglio’), ma soprattutto è spianata la strada ai miei amici e alleati di sinistra (Curia compresa) che han sulle scatole Renzi e tutta la compagnia, e così’ si mette anche una bella trappola per le (giuste) aspettative del ‘on Marco Donati, e forse (ma non saprei come) ci potrà’ essere una candidatura.

Sandro (o sindaco, come preferisci), la Banca l’han distrutta gli errori interni e il piano Bini Smaghi (che Ghinelli non può non conoscere, per quanto l’ho gridato dentro e fuori il Parlamento). La Boschi e Renzi hanno un grosso demerito: essersi fidati e non averci capito un cazzo nulla.

È il piano Bini Smaghi che ha rovinato l’immagine di Arezzo, con gli 800 milioni fatti mancare per il soddisfo degli obbligazionisti subordinati. Lì è’ iniziata la sputtanatura planetaria.

Quindi la Boschi ha altre colpe (mentitrice, inadeguata, smodatamente ambiziosa, presuntuosa, priva di senso istituzionale).

Ma contro il vero colpevole, mi ci son messo io e solo un giornalista coraggioso, e così’ contro un sistema di furbi (di cui non vorrei tu facessi parte) e di mascalzoni, che aprono e le porte a tutti i peggiori avventurieri, per miseri interessi di bottega.

Ghinelli sembra, oggi più’ che mai, l’Anello di congiunzione di un insieme di interessi, ambizioni, amicizie, privilegi da perpetuare e la sua uscita contro la Boschi altro non sembra che una tappa di questo percorso.

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