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Intervista a Nicola Spinosa sulla legge Franceschini

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Intervista a Nicola Spinosa sulla legge Franceschini

Passa per una persona dal carattere difficile, ma Nicola Spinosa è certamente uno dei pochissimi storici dell’arte italiani che può vantare un prestigio riconosciutogli a livello internazionale, grazie al suo eccellente curriculum di Soprintendente , direttore di musei, organizzatore di mostre, professore universitario oltre che autore di saggi e volumi d’arte. “Una grande monografia per Bernardo Cavallino”-). Ha fatto clamore di recente il suo rifiuto a far parte del Comitato scientifico che affiancherà il nuovo direttore di Capodimonte, Sylvain Berenger, selezionato, come altri, con bando internazionale, in base alla riforma Franceschini. Su questo, e non solo, lo abbiamo incontrato di nuovo.

D: Prof Spinosa ha fatto molto discutere la recente normativa-Franceschini che ha  portato studiosi stranieri alla direzione  di prestigiosi musei italiani: ma non può – o non poteva- essere un’occasione di miglioramento gestionale? 

R: Certamente la nuova normativa poteva essere un’occasione ma non tanto per chiamare nuovi Direttori dall’estero, quanto per stabilire una nuova e più efficace gestione dei musei, tenendo però presente che i nostri musei -diversamente da quanto avviene in quelli americani, o inglesi o francesi-hanno un forte legame con i territori di cui sono parte. Non è possibile separare in qualche modo gli Uffizi dalla realtà territoriale fiorentina, come non è possibile decontestualizzare la Galleria di Palazzo Barberini dal contesto romano o laziale. Quindi con questa riforma -che poi non so fino a che punto è una riforma, potrebbe anche rivelarsi una controriforma, perché riformare non significa solo rendere autonomi alcuni musei (anche se occorrerà  vedere in cosa consiste questa autonomia)-  ho come l’impressione che si cerchi di puntare su poche strutture lasciando irrisolto un problema che è molto più importante. Aspettiamo, vediamo cosa potranno fare i nuovi con normative e risorse che sono sostanzialmente le stesse di prima della riforma; non basta certo definire un museo autonomo se le normative sono sempre quelle che non rendono adeguata la disponibilità  del personale e delle risorse finanziarie, che non rendono possibile le funzioni fondamentali di un museo che non consistono solo nella valorizzazione in termini turistico economici.

D: Eppure pare che tra le motivazioni a capo di questo tipo di nomine ci fosse proprio quella di valorizzare meglio queste istituzioni museali anche per favorire dei ritorni economici

R: Al di là delle belle parole il vero problema è come gestire queste strutture museali su due versanti: sul versante del ritorno economico, in termini di turismo e così via, ma c’è anche un altro punto che viene poco o male considerato: le strutture culturali, siano esse musei, o aree archeologiche, o anche archivi, biblioteche, e lo stesso patrimonio ecclesiastico, sono anche strumenti per una crescita civile ancor prima che culturale del nostro paese, sono espressione della nostra identità, del nostro stesso essere, rappresentano parte fondamentale della nostra stessa memoria collettiva  in funzione non solo del presente ma anche dell’avvenire. Bene, io non so proprio fino a che punto i nuovi direttori avranno la possibilità, non dico la capacità (che è tutta da dimostrare), di incidere su questi due versanti: cioè del ritorno in termini economici, tenendo presente che in alcune città come Firenze, Venezia e Roma il ritorno in termini di turismo, di economia è possibile, ma in altre città questo sarà assai più scarso, ad esempio a Milano, città che non vive di turismo culturale, o a Napoli, dove il turismo culturale è ancora tutto da inventare. Ma poi c’è l’altro aspetto: i nuovi direttori in diversi casi –penso soprattutto ai direttori stranieri- hanno esperienze maturate –se le hanno maturate!- in contesti completamente diversi, perché la gestione dei musei americani, inglesi, tedeschi ed anche francesi è del tutto differente rispetto all’attuale gestione dei musei italiani che, peraltro, non è affatto cambiata; di conseguenza, i nuovi direttori si troveranno di fronte ad esempio alla necessità di trovare personale che deve andare ad integrare, quando non addirittura a sostituire, un personale ormai al limite del pensionamento, oppure spesso impreparato, non formato, e dovranno reperire risorse che forse tramite il rapporto con il privato (che però è sempre di do ut des, mai a senso unico) sarà possibile reperire a Venezia, o a Firenze a Milano o a Roma (magari qui non in questi periodi … ) ma certo sarà assai difficile trovare nelle città del sud, a cominciare da Napoli dove queste risorse non ci sono. E allora occorrerà far conto sul contributo degli enti locali, dei Comuni, laddove non siano dissestati finanziariamente (ma lo sono in gran parte) o delle Regioni che però possono mettere mano al bilancio solo se ci sono dei progetti adeguati, per i quali occorrono idee adeguate; ecco, io spero che in questi quattro anni che vedranno all’opera questi nuovi direttori si riescano ad elaborare quanto meno due o tre o quattro buone idee in grado di tradursi in progetti.

D. Insomma Professore, anche lei mi sembra del tutto scettico circa questa riforma

R: Vede, le riforme vanno verificate nel tempo, a parole tutte le riforme possono apparire buone, come possono essere criticate teoricamente, ma occorre verificarle; può anche darsi, anzi io ne sono certo, che alcuni musei funzioneranno molto bene, credo però che ce ne saranno altri che a causa della attuale normativa che, come ho detto, non è stata affatto modificata, potranno avere grandi difficoltà. Ad esempio, nel caso che conosco meglio, che è quello del Museo di Capodimonte, situato fuori dal centro di Napoli, mal collegato e anche mal frequentato, molto poco frequentato, il futuro direttore –che peraltro viene da un’esperienza americana, del tutto differente come ho già detto da quella italiana e , lo sottolineo, soprattutto da quella di una città particolare come Napoli, straordinariamente affascinante ma anche straordinariamente impegnativa- come potrà fare per rendere Capodimonte più fruibile ?,  ma non in termini di feste da ballo, sfilate o concerti, ma più fruibile come strumento di crescita civile e culturale per l’intera città; ma lo stesso vale per Roma, per Venezia, per Firenze e così via, direi proprio per l’intero paese, dov’è sempre necessario che il patrimonio culturale funga da strumento per la nostra stessa identità, per rinnovare le memorie del passato, per proiettarci verso il futuro, e questo certamente non avviene organizzando cene o feste da ballo.

D. Lei è stato per molti anni Direttore di Capodimonte …

R : No, la interrompo; in realtà io ho diretto sette musei, non solo Capodimonte, come Soprintendente del polo museale campano, e ci tengo a dire che con me erano tutti e sette fortemente collegati anche al contesto storico e civile della città, al territorio di Napoli e della Campania, io ho diretto musei che fanno parte della storia e della cultura campana e meridionale; ebbene, questa esperienza ora viene praticamente annullata dalla decontestualizzazione di Capodimonte rispetto al resto, rispetto a Palazzo Reale, alla Certosa di S. Martino, al Museo Duca di Martina. Io non riesco a capire quale possibilità -o quale volontà- avrà il nuovo direttore di conservare i collegamenti che erano stati creati, dal momento che questi musei che ho nominato fanno parte adesso di un complesso elefantiaco nel contesto di una struttura che ne contiene ben trenta, di piccoli e grandi, archeologici, etnografici, storico artistici o semplicemente documentari, gestiti da nuovi istituti cioè le direzioni dei poli regionali : della Campania, del Lazio, della Toscana e così via, prive di risorse economiche o di personale e soprattutto senza concreti strumenti –dall’auto per muoversi in territori vasti come quelli delle nostre regioni, addirittura agli strumenti di informazione che non sono più solo i telefoni, ma oggi riguardano la comunicazione via internet. L’impressione è che teoricamente alcuni musei autonomi dovranno funzionare al cento per cento, a fronte di una rete museale non meno importante che non sarà in grado di tenere il passo con gli Uffizi, con Brera e così via.

D. Secondo fonti ministeriali però il budget per i beni culturali aumenterebbe

R. E dove prendono le risorse? Lei sa che a Napoli, nella seconda metà del Settecento, quando Ferdinando IV di Borbone, contro il parere del padre Carlo, che si recava a Madrid per salire al trono come Terzo di Spagna, decise di ricreare le fabbriche di porcellana, sottrasse risorse alle fabbriche di armi che erano a Torre del Greco?  Ecco, se il nostro governo decidesse di sottrarre risorse al ministero della Difesa per destinarle ai Beni Culturali, allora è possibile  -sempre che non ci siano ruberie o spostamenti impropri- che effettivamente qualcosa accada, ma adesso le assicurazioni ministeriali restano sulla carta, e trovano una realtà ben diversa.

D. Lei Professore era stato in qualche modo richiamato ad occuparsi dei beni culturali campani, cioè a far parte del comitato scientifico che avrebbe affiancato il nuovo direttore Sylvain Bellenger, perché poi non ha accettato?

R. Io ero stato delegato dalla regione Campania ad essere il rappresentante regionale nel comitato scientifico per il museo di Capodimonte. Devo dire che già all’inizio avevo alcune perplessità perché la normativa –che non tutti leggono- sosteneva che chi facesse parte del comitato non poteva organizzare manifestazioni culturali, eventi, mostre e quant’altro valendosi delle risorse del museo stesso; era ovvio che questo avrebbe limitato molto le mie capacità professionali e le mie competenze, non potendo organizzare iniziative che non avessero impegnato la struttura museale, dal momento che anche solo utilizzare il personale di sorveglianza di Capodimonte avrebbe significato sottrarre risorse al museo. E tuttavia, a quanto mi è stato riferito -ma premetto che c’è sempre bisogno di verificare se le parole riferite corrispondono ai fatti- il ministro Franceschini avrebbe sconsigliato il presidente della Regione Campania, l’on.le De Luca, dal servirsi della mia presenza perché rischiava di mettere in ombra le ‘enormi’ possibilità del dottor Bellenger, prossimo direttore di Capodimonte. Bene, io auguro a Bellenger di poter fare a meno della mia esperienza e magari, stando all’esterno del comitato scientifico potrò forse esser più di aiuto a lui indicandogli dove fa bene e semmai soprattutto dove fa male.

D. In effetti, la gestione dei musei napoletani, dopo la sua lunga esperienza interrotta dal pensionamento, è risultata piuttosto lacunosa. C’è secondo lei un modo per riprendere il cammino interrotto? Cosa occorrerebbe fare?

R. Innanzitutto occorre conoscere bene il contesto, la città dove il museo opera, perché ne rispecchia inevitabilmente le luci e le ombre, le positività e le contraddizioni; bisogna conoscere bene la storia locale che non si conosce solo tramite i libri o con qualche week end, ma vivendone la quotidianità, giorno dopo giorno; solo così, stando all’interno del corpo della città, si può capire qual è il compito e il ruolo di un museo.

D. Allora cosa dovrebbe fare Bellenger secondo lei?

R. Innanzitutto due cose; prima di tutto vivere  Napoli, viverla nei suoi contrasti e nei momenti di grande vivacità intellettuale, e per far questo non è sufficiente qualche fine settimana o una vacanza; e poi trasferire l’esperienza raccolta nel rapporto diretto e quotidiano dentro la città nella gestione del museo, per capire cosa serve a questo museo, non solo in relazione all’ordinario, e cioè personale, risorse finanziarie ecc, ma anche – insisto su questo punto- come strumento di crescita civile e sociale. Il museo è parte viva della città, è un frammento importante della sua storia.

D. Si dice – e a quanto pare se ne ha già sentore- che la nomina dei nuovi direttori non sia avvenuta seguendo tutti i crismi riguardo in particolare alla cernita delle competenze

R. Ma lei mi sa dire quale commissione che giudica i concorrenti si comporta effettivamente in ragione dei meriti e dei titoli degli stessi ? Molto spesso dopo o prima dei titoli si guarda alla persona e a cosa quella persona potrà restituire eventualmente alla commissione o a chi sta dietro alla commissione: ministri, amministrazioni locali, tipo comuni o regioni che dispongono di concorsi non solo per meriti ma anche per immagini; insomma, aver chiamato da fuori dei direttori non è, come principio, sbagliato se i loro titoli corrispondono alle esigenze dei territori; ma sappiamo che molti provengono da esperienze museali completamente diverse come dicevo prima; nei musei americani , ma anche in quelli tedeschi, ma anche in quelli inglesi e francesi, la gestione è del tutto diversa rispetto ai venti musei o alle aree archeologiche resi autonomi. In quei casi si tratta di istituzioni per lo più gestite da privati, i cui direttori si avvalgono di una serie di curatori –ed alcuni di questi chiamati in Italia erano appunto dei curatori e non direttori di musei-  ed hanno una gestione di cassa basata sul contributo massiccio ad esempio dei Lander per quanto riguarda i tedeschi, o nel caso dei musei americani –con l’eccezione della National Gallery di Washington- sono musei privati, al contrario dei nostri che restano dello stato, e infatti non a caso il personale non dipende dal direttore del museo ancorché autonomo ma dal Ministero, con tutti i vincoli che conosciamo per assunzioni, gestione del personale, rapporti coi sindacati e così via.

D. Una tesi di chi si dichiara favorevole a questa riforma è che in ogni caso ci si sprovincializza , ci si internazionalizza aprendo a direzioni straniere, come del resto – si fa notare- accade ad esempio in Inghilterra dove Gabriele Finaldi è stato nominato direttore della National Gallery.

R. Ecco questa è un’altra grossa sciocchezza: come si fa a dire che un italiano ora dirige a Londra? Finaldi è a tutti gli effetti cittadino inglese, ha un padre di origine italiana ma è nato in Inghilterra ed è inglese a tutti gli effetti, ed è stato a suo tempo responsabile di settore alla National Gallery; voglio proprio vedere quando mai un italiano sarà chiamato a dirigere il Prado, o il Museo d’Orsay, o qualche museo tedesco, al massimo gli daranno un posto di seconda o terza fila …

D. Professore, a quel che sembra il ministro è riuscito nell’impresa di mettere insieme nella critica alla sua riforma storici dell’arte, critici, addetti ai lavori spesso in contrasto e in forte polemica tra loro; c’è da chiedersi se questo non possa indurlo a rivedere, a correggere qualcosa, magari nella direzione delle cose che lei – e la sua competenza in materia è universalmente riconosciuta- ha fin qui ha sostenuto.

R. Che le devo dire? Aspettiamo; verificheremo la situazione alla luce dell’esperienza dei prossimi quattro anni –che è il periodo nel quale opereranno i nuovi direttori- per un rendiconto; solo allora potremmo fare un bilancio; vedremo cosa faranno i nuovi incaricati agli Uffizi, alla Galleria Palatina, a Brera, a Palazzo Barberini e così via; sono curioso di vedere cosa sapranno fare.

D. Si, ma non c’è il rischio che di qui a quattro anni senza un indirizzo gestionale idoneo magari le cose possano peggiorare ?

R. Peggiorare ? peggio di così? Non so;  qualche volta per ottenere il meglio bisogna arrivare al peggio; adesso siamo al peggio, se si raggiunge il pessimo c’è da sperare che poi andremo non dico verso l’ottimo ma almeno verso il meglio. Nella vita spesso è così, in tutte le cose è così, come pure nella gestione dei musei. Ora questi nuovi direttori si troveranno di fronte la gestione dell’esistente; ad esempio tutti i musei hanno visto diminuire il personale di sorveglianza, quello amministrativo, quello tecnico scientifico, cioè gli storici dell’arte, gli archeologi, i restauratori ecc; lo sa che a Capodimonte ci sono solo due restauratori ? E però avranno la fortuna, questi nuovi incaricati, di essere affiancati da un Comitato amministrativo e dai Comitati scientifici; a Napoli ad esempio Sylvain Bellenger avrà la fortuna di avere accanto, nel Comitato scientifico, due personaggi di grande valore: uno è il professor Riccardo Lattuada che viene da esperienze universitarie ed ha avuto, ed ha, rapporti stretti con il mercato, essendo stato consulente a suo tempo di importanti case d’asta, come Christie’s ed ora di Blindarte a Napoli, ma soprattutto avrà la fortuna di avvalersi di un giovane storico dell’arte, un certo Giuseppe Porzio, che oltretutto ha un’esperienza diretta di museo, perché è di professione ATM, cioè Assistente Tecnico Museale, cioè quelli che stanno nelle sale per assistere gli eventuali, rari ahime!, visitatori dei musei napoletani; bene, a parte la contraddizione in sé –poiché è molto strano che possa far parte di un Comitato scientifico chi è ATM- tuttavia certamente egli sarà in grado di dare a Bellenger tutta la sua esperienza di custode acculturatosi nelle sale dei musei napoletani, nello specifico però non di Capodimonte, visto che qui c’è stato molto poco.

D. Noto una certa ironia Professore …

R. No, non è ironia, non bisogna ironizzare nelle scelte che cadono dall’alto, semmai costernazione, non ironia; sono costernato e mi pongo un problema: Bellenger fino a qual misura potrà avvalersi delle competenze di questo Comitato scientifico che è fatto di persone che hanno esperienze molto poco gestionali ? La gestione di un museo è complessa perché non è mica fatto solo di opere d’arte che pure hanno necessità di essere gestite bene; ma c’è la manutenzione delle opere che è fondamentale, e poi la gestione del personale, dei servizi, l’adeguamento e il funzionamento delle sale, le pulizie, i controlli. Tutto questo implica che sarà un Comitato scientifico poco utile, perché per quanto composto da storici dell’arte, se questi non hanno esperienze dirette circa la complessità di gestione delle strutture museali, magari potranno cercare di remare ‘pro domo sua’ ma non so quanto pro museo.

D. Proprio in relazione a queste nomine, ha fatto particolare rumore la sostituzione a Firenze di Antonio Natali con Eike Schmidt e poi l’arrivo a Paestum di un giovane archeologo Gabriel Zuchtriegel, entrambi tedeschi, su cui sono stati avanzate molte remore.

R. Non conosco il nuovo direttore di Paestum e quindi non posso esprimere giudizi; è giovane, quindi speriamo che la sua gioventù insieme agli eventuali errori gli consenta anche di fare cose che siano utili al rilancio di Paestum che è una delle aree più straordinarie dal punto di vista archeologico e ambientale, e che fa parte dell’immaginario collettivo. Quanto a Natali voglio sottolineare che si tratta di una grave perdita per l’intera amministrazione dei beni culturali, per l’importanza di quanto aveva realizzato nella gestione degli Uffizi, e certamente non meritava che fosse esautorato. E tuttavia pongo una questione:  a volte è più utile stare dentro una struttura e magari starci stretti, oppure non è meglio, non è più utile che Natali, come Spinosa, come altri, stando fuori possano con la legittima critica essere più di aiuto ai nuovi incaricati ? Perché se anche Natali fosse rimasto, nelle condizioni nelle quali si troverà il nuovo direttore forse gli sarebbe mancato il fiato; può darsi invece che Natali costretto a stare fuori, come Spinosa, con una critica attenta ed obiettiva e nell’esclusivo interesse dei musei che hanno a suo tempo diretto, potranno essere assai più utili.

D. Caro Professore, devo dire che a quanto pare lei non ha alcuna voglia di deporre le armi

R. Mah, mia mamma mi ha fatto con le armi, che ci posso fare! Certo un giorno queste armi mi si spunteranno per il semplice fatto che si spunterà Spinosa, ma finché Spinosa c’è ci saranno anche le armi.

 

 

 

 

  

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