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Le luci di Monet

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Le luci di Monet

I capolavori del Maestro dell’Impressionismo in una grande esposizione al complesso del Vittoriano (fino all’11 febbraio)

 

 

Sono circa sessanta i quadri provenienti dal Museo Marmottan di Parigi (che raccoglie opere d’arte di numerosi artisti dell’Impressionismo e non solo) in esposizione al Vittoriano, Ala Brasini, molte delle quali entrate da tempo nella storia, a cominciare dal notissimo Impression, soleil levant (fig 1) risalente al 1872,l’anno in cui Claude Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926), recatosi a Le Havre, ebbe l’idea di ritrarre il porto della città  come gli appariva nei vari momenti della giornata e da vari punti di osservazione. Due anni dopo, nel fatidico 1874, al numero 35 di Rue de Capucines a Parigi, dove era situato lo studio del fotografo Felix Nadar – altro nome cardine per lo sviluppo del nuovo movimento- l’opera venne presentata al pubblico, insieme ad altri centosessanta lavori di pittori facenti parte della “Societè anonyme des artistes, peintres, sculpteurs, graveurs”, tra cui figuravano nomi come Cezanne, Renoir, Degas ecc ; fu di fatto questa la prima esposizione di quello che sarà il movimento dell'Impressionismo. Si trattò com’è noto di un fiasco clamoroso; il dileggio, l’irrisione ma anche le feroci proteste con cui la critica del tempo accolse quei lavori e in particolare l’esposizione dell’ Impression  hanno fatto storia; del resto l’opera di Monet, con quei colori sprezzati, le forme quasi irrealistiche, l’atmosfera così variabile apparve come una specie di disturbante accidente in un ambito dominato dall’arte accademica che la faceva da padrone nei Saloons e nelle esposizioni ufficiali. Accadde che un grande critico del tempo recensendo la mostra in una sorta di dialogo immaginario con un pittore accademico scrisse che si trattava di “schifosi pittorucoli”, definendo in modo altrettanto sprezzante il termine “Impression” inventato da Monet. Non sarebbe stata peraltro l’unica circostanza, quella, in cui la sua arte sarebbe stata attaccata e completamente fraintesa; stessa sorte toccò infatti quaranta anni dopo ed oltre lo smacco subito in precedenza, alle sue famose Ninfee (fig 3) soggetto che l’artista riprodusse più volte, certamente anche in ragione del suo amore per la natura e per il giardinaggio. Ma, come si dice, il tempo è galantuomo e la storia avrebbe fatto giustizia di tutte le incomprensioni e di questi attacchi, né occorre in questa sede darne conto, considerato che fiumi di inchiostro sono stati versati per documentare la vicenda artistica ed umana di Monet, l’importanza straordinaria di quella esposizione parigina, non da oggi universalmente riconosciuta come un autentico spartiacque, come del resto è universalmente riconosciuto il ruolo primario da lui avuto in quella che è stata una vera e propria rivoluzione figurativa senza la quale la storia dell’arte moderna e contemporanea avrebbe conosciuto una sorte del tutto differente.
L’esposizione del  Vittoriano –curata da Marianne Mathieu, vice Direttrice del Museo Marmottan- ripercorre l’intero arco della carriera dell’artista, e si presenta divisa in cinque aree tematiche, anticipate da una sorta di introduzione con i ritratti dei figli, a seguire le “Caricature”, carte giovanili con cui rappresentava ironicamente personaggi noti della sua epoca, quindi i lavori “en plein air”, le notissime vedute di “Vethéuil nella nebbia” ed “Effetto della Sera” dove sperimentava gli effetti delle differenze di luce, i paesaggi londinesi con il famoso “Parlamento di Londra riflesso sul Tamigi”, e poi i fiori del suo amato giardino nella sezione “Ninfee ed altri fiori”, per finire con “I Ponti Giapponesi e i Salici Piangenti” , “I Glicini” ed altri noti lavori degli ultimi anni della sua esistenza. Una mostra le cui luci e colori possono essere raccontati ma debbono essere visti.

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