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La campagna elettorale, estremizzando la dialettica, mostra i limiti di un sistema che va corretto

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La campagna elettorale, estremizzando la dialettica, mostra i limiti di un sistema che va corretto

Tutti scandalizzati dall’atto dei parlamentari PD in cui si chiede l’avvicendamento in Bankitalia. Ma scandalizzati da cosa? Dal fatto che i rappresentanti di una consistente fetta del paese, prendano finalmente posizione? Una qualunque? Ma era l’ora!

 

Onestamente da molto tempo mi sembrava che se ci fosse qualcosa di cui scandalizzarsi, questa avrebbe dovuto essere l’assoluta inedia della politica nei confronti di ciò che accadeva nel paese. Premesso che non credo esista argomento che non possa essere affrontato in un parlamento, organo supremo della volontà popolare, delegato a rappresentare la sovranità della nazione, mi ero spesso meravigliato dell’esatto contrario, soprattutto ogni volta che si andavano a toccare i poteri bancari.  

Le Camere sono state mute osservatrici di vicende che hanno travolto l’opinione pubblica, esplose come una bomba mai disinnescata, di cui si sarebbe dovuto conoscere invece la potenza deflagrante. E poco contano la cagnare dialettiche in aula:  ricordano soltanto il famoso can che abbaia ma non morde.

Il grande assente di queste amare vicende, è stata invece proprio la politica, incapace prima di regolamentare ed incanalare risorse vitali per i territori, verso nuovi modelli di sviluppo e poi di degnamente rappresentare i turlupinati, i deboli, i cittadini. Ma quel che è peggio è che in assenza del potere politico, le autorità di vigilanza, Consob e Banca d'Italia, hanno realizzato cambiamenti vitali agli interessi del paese, in splendida solitudine, usando lo strumento delle ispezioni, delle sanzioni e delle modifiche statutarie.

Interessi incrociati e veti reciproci del mondo parlamentare e governativo, hanno permesso agli organi di vigilanza di determinare destini e fortune, umiliando territori od esaltando modelli di governance, occupando spazi che non avrebbero dovuto essere di loro competenza, lasciati però rovinosamente vuoti da chi avrebbe dovuto essere candidato naturalmente a guidare il cambiamento.

Se chi dovrebbe limitarsi a fare esclusivamente l’autorità bancaria, si trasforma in realtà in una entità politica, allora è il momento che la politica si occupi di questa autorità. Anche se, aggiungono altri, la patologia non fa mai dottrina, attiene a qualcosa che va rimosso in quanto malato.

Il vero rischio dell’assenza della politica nei processi di trasformazione in atto nel sistema bancario, è che la volontà di ristrutturare il sistema, diventi solo una verde prateria per l’assolutamente legittimo interesse, da parte di private equity, di assicurarsi unicamente un profitto elevato.

E' accaduto che nelle legislazioni dal 2001 al 2013 - anno in cui è stato messo in gestazione il bail in - si è riusciti a fare poco o nulla: mentre altre nazioni (Germania e Spagna) sistemavano le posizioni bancarie, noi splendidi delle nostre illusioni sul nostro sistema, siamo intervenuti solo con alcune modifiche marginali nelle leggi di stabilità. In assenza di un’organica riforma, soltanto soluzioni pasticciate, sospette invece di coprire interessi speculativi.

Aggiungo che a poco serve a questo punto, conoscere i retroscena di quella farsa trasformatasi in dramma, della trattativa tra Rosi e Zonin, pubblicata oggi sui giornali. Oggi sappiamo infatti molto bene che nessuno in quel momento conosceva con chiarezza tutta la situazione, né i vertici di BE, né la vigilanza (forse), salvo lo stesso Zonin, che stava giocando a mosca cieca col mercato, cercando di bluffare per sparigliare le carte sul tavolo. Dopo le dimissioni del presidente Zonin, che aveva fatto credere a Bankitalia di gestire un istituto di "elevato stending", (non si è ancora capito se ci credevano veramente o se facevano solo finta) la verità è ormai emersa in tutta la sua crudezza: banchieri incapaci hanno devastato le banche in cui soci avevano riposto in loro la fiducia, senza mai pagare di persona, come invece dovrebbe essere, scaricando tutte le perdite delle loro gestioni su vittime innocenti. 

Ed infatti a determinare la fine della nostra banca, è stata la conseguenza ragionevole dei fatti: sferzata da ripetute ispezioni e da conseguenti lettere di richiamo, sottoposta a commissariamento, schiacciata sotto i colpi della crisi, incapace di gestire una situazione che necessitava di una profonda rivoluzione interna: per scarsa visione e incapacità connaturate, ha concluso la sua corsa per una collezione di errori tanto strategici quanto generati da superficialità.

Mai come in questa situazione si è sentita la mancanza in Italia di uomo malvisto ma ferreo come Enrico Cuccia.  

Ciò che avrebbe potuto essere affrontato in tempi di maggior serenità, se il potere politico avesse colto l’occasione di mettere la faccia nella guida del cambiamento, è diventata oggi una necessità legata alla stessa sopravvivenza di tante banche che rappresentano la vita stessa dei loro territori. 

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