Prima Pagina | L'opinione | L'economia aretina cresce come dicono? Non proprio, a pensarci bene.

L'economia aretina cresce come dicono? Non proprio, a pensarci bene.

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
L'economia aretina cresce come dicono? Non proprio, a pensarci bene.
 
 
Secondo le stime diffuse dall'Istituto nazionale di statistica (istat) il prodotto interno lordo (pil) crescerà nel 2017 dell' 1,5% rispetto al 2016, ai massimi da sei anni. Partono i tappi di spumante, gran rullare di tamburi, grancassa in tutti i media, tutti i politici in corsa a rivendicare ed appropriarsi del grande successo dell'economia nazionale. Grazie a pennaioli complici, artisti del copiaincolla, maghi del comunicato stampa, incapaci o non vogliosi dell'approfondimento.
Salvo scrivere in fondo al foglio e piccolo che nel resto d'Europa l'aumento sarà del 2,2%.
Salvo tacere sul fatto che il 2018 vedra' una riduzione del tasso di crescita.
Salvo sorvolare sulla circostanza che vede l'Italia lontanissima dal tornare alla ricchezza prodotta prima della crisi 2007/8, restando sotto di diversi punti percentuali.
Questa ondata di ottimismo dovrebbe essere destinata all'intero paese: peccato che nelle postille, in una pagina di rimando, tra le soluzioni delle parole crociate venga fuori che l'aumento è dovuto alle grandi imprese, per aumento di scorte, mentre l'agricoltura arretra come l'export.
Dato che la provincia di Arezzo non ha molte grandi imprese, ha anzi microimprese fra cui molte nel settore agricolo, in un territorio attento all'export, c'è da chiedersi come questi stime si riflettano sulla nostra economia provinciale. Certo molti lavorano come terzisti di grandi imprese, ma non sembra che l'andamento si rifletta sugli utili nell'aretino. Anche Prada è uscita con una trimestrale insoddisfacente. In giro si coglie una situazione pesante: molte incertezze, i redditi non crescono, attività che chiudono. Per trovare dati utili a rispondere alla mia domanda ho scelto il rapporto ires appena presentato.
L'ires nasce come strumento sindacale quindi focalizza sui dati occupazionali, ma fornisce anche altre elaborazioni a livello provinciale. Ires vede il bicchiere mezzo pieno guardando al numero degli occupati in crescita in provincia, ma non se ne racconta la qualità.
Per esempio dice che il pil aretino nel 2016 è identico a quello del 2015, a quota 8,1 miliardi. Un buon 3% più basso del 2008 quando si registravano 8,4 miliardi. Secondo le stime ires 2017 e 2018 non ci riporteranno a quei livelli. In Toscana, Massa ha avuto una crescita costante (anche se altri sono i problemi), Firenze e Siena hanno ripreso il livello precrisi, Arezzo nel gruppone che insegue con Grosseto disastrosa.
Gli impieghi (prestiti e simili) bancari sono tracollati e gli investimenti sono in caduta (anche se le politiche fiscali li influenzano troppo). Lo conferma il dimezzarsi dei leasing, strumento finanziario tipico dell'investimento. Senza investimenti, una azienda va indietro.
Alcuni dati restano incomprensibili come il reddito disponibile: inspiegabile per me, salvo la famosa formula statistica del mezzo pollo a testa. Considerato poi che la crisi ha fatto emergere fatturato che già esisteva, e rimaneva nascosto (intendo nero sbiancato se non aveste capito!), credo i numeri siano ancora peggiori di come sono rappresentati.
Insomma occorre andarci cauti, non dimenticare i 150 tavoli aziendali di crisi aperti presso il ministero a livello nazionale: ad Arezzo basta ricordare Cantarelli con un nuovo tentativo d'asta che a settembre lascia con un solo interessato sperando che se la compri e mantenga un buon numero di lavoratori. A proposito, spariti quei nomi che i fumosi pennivendoli spacciavano come l'unica salvezza dei lavoratori.
Quante aziende hanno chiuso male negli ultimi due anni? Quanto incide su questo la carenza di infrastrutture di trasporto (due mari nel 2025? ahah..). Quanta gente licenziata senza prospettive?
Una crescita degli occupati che secondo ires diverrà più robusta: la scomparsa dei voucher ha provocato delle assunzioni, ma restano lavori su cui è difficile costruire un futuro, metter su famiglia e casa. Ma fanno statistica, di questa cippa.
Io, per esempio, ho dal 2016 una badante part time con contratto, mentre per gestire necessità improvvise potevo chiedere ad altre persone la loro disponibilità e retribuirle col voucher: colla soppressione dei voucher ho dovuto scegliere una sola di quelle persone cui fare un contratto di lavoro che non ha la flessibilità per me utile. Non torna bene a nessuno, ma non si può tornare indietro perché occorre, per i nuovi voucher, una pausa di 6 mesi senza averci rapporto di lavoro. Un casino senza fine. L'unico che ci guadagna? I sindacati che si trovano a gestire assunzioni e buste paga, mentre coi voucher si fa da soli. Questa assunzione farà abbassare il numero dei disoccupati, ma penalizza: il lavoratore percepisce il 60% del costo della sua busta (col voucher gli rimaneva il 75%), mentre il datore di lavoro magari finisce per foraggiare quel sindacato (che ha voluto il referendum) che cura gli aspetti contrattuali con un 10% ulteriore di costo. Quindi lo studente che mi fa compagnia si trova ancora meno soldi in tasca, come me, grasso pensionato da 290 euro al mese per invalidità. Non si va lontano nessuno dei due.
Però divieniamo una nazione con più occupati.
Spero quindi di aver spiegato come le chiacchere non facciano farina. Ossia come il nostro paese sia lontano da distribuire maggiore ricchezza, nonostante quello che si vuol far credere.
  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

0