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L’ombra del TAR comincia a volteggiare sulle ordinanze anti alcol

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L’ombra del TAR comincia a volteggiare sulle ordinanze anti alcol

Sempre piu’ probabile il ricorso al TAR da parte dei commercianti, sanzionati o no.

 

 

 

 

Le ordinanze per contrastare l'abuso di alcol tra i giovani o meno giovani, possono soltanto concorrere al premio per la maggiore superficiale spettacolarizzazione e velleità, con cui alcuni sindaci affrontano i problemi della sicurezza e dell'ordine pubblico

Sarebbe stato infatti già piu' che sufficiente, che le forze dell'ordine, tra cui gli 80 agenti della polizia municipale, avessero applicato al tema, le più rigorose e persuasive norme del codice penale, peraltro prevalenti su ogni provvedimento amministrativo, ordinanze dei sindaci comprese, per ottenere risultati apprezzabili. 

Nel 2015, il Tar della Toscana ha bocciato un'ordinanza del Sindaco di Firenze Nardella, che vietava la vendita di alcolici dalle 22 alle 6. E non era la prima volta: nel 2013 il Tar aveva già bocciato un ordinanza simile emessa dal sindaco Matteo Renzi. Sanzioni dunque annullate e alla fine della fiera, obbligo di restituzione con gli interessi delle somme incassate.

Cosa dice la sentenza del 2015? Che simili ordinanze dovrebbero essere prese dall'amministrazione e non dal Sindaco, lasciando emergere l'ignoranza dei Sindaci nella gestione delle procedure, ma anche che limitare la vendita di beni (alcolici nella fattispecie) non c'entra nulla con gli orari degli esercizi commerciali, che comunque non sono di competenza comunale, ma disciplinati da legge dello Stato, anche dopo specifica sentenza della Corte Costituzionale (27/2013),

Sempre nel 2015, il Tar della Sicilia ha dichiarato l’illegittimità delle ordinanze anti alcol emesse dal sindaco Orlando.

Una sentenza, quella dei giudici amministrativi che ha fatto precipitare sul Comune di Palermo una valanga di ricorsi da parte di quegli esercenti che avevano subito una sanzione o la chiusura del locale.

Ma il Tar è stato molto deciso. I giudici, pur comprendendo lo “spirito” delle ordinanze, cioè quello di salvaguardare la salute e la vivibilità dei cittadini, contestano l'eccessivo ricorso alle ordinanze. Uno strumento, quest'ultimo, che trova la propria legittimità in situazioni di emergenza e comunque con effetti limitati nel tempo, (Orlando aveva reiterato l'ordinanza) smentendo, però, scrivono i giudici, “l'ottica assolutamente contingente” che deve ispirare questo tipo di provvedimenti.

“E' nel potere del sindaco – scrive il Tar - emanare ordinanze extra ordinem allorché si verifichino situazioni eccezionali, impreviste ed imprevedibili come tali autonomamente idonee a ledere o mettere in pericolo l'incolumità dei cittadini e la sicurezza pubblica (ivi compreso l'inquinamento acustico, o atmosferico, o ambientale), ma deve intendersi fermo il dovere-potere del Comune – prosegue - di tutelare e garantire la sicurezza urbana individuando, al fine, le misure più idonee ed adeguate; potere che si manifesta, in via "ordinaria", attraverso l'esercizio della potestà regolamentare che spetta interamente ed esclusivamente all'Organo consiliare”.

Val dunque la pena rammentare cosa scrisse la Corte Costituzionale nella famosa sentenza del 2011 che prese avvio da una ordinanza anti accattonaggio.

L’assenza di una valida base legislativa, riscontrabile nel potere conferito ai sindaci dalla norma censurata, così come incide negativamente sulla garanzia di imparzialità della pubblica amministrazione, a fortiori lede il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, giacché gli stessi comportamenti potrebbero essere ritenuti variamente leciti o illeciti, a seconda delle numerose frazioni del territorio nazionale rappresentate dagli ambiti di competenza dei sindaci. Non si tratta, in tali casi, di adattamenti o modulazioni di precetti legislativi generali in vista di concrete situazioni locali, ma di vere e proprie disparità di trattamento tra cittadini, incidenti sulla loro sfera generale di libertà, che possono consistere in fattispecie nuove ed inedite, liberamente configurabili dai sindaci, senza base legislativa, come la prassi sinora realizzatasi ha ampiamente dimostrato.

Tale disparità di trattamento, se manca un punto di riferimento normativo per valutarne la ragionevolezza, integra la violazione dell’art. 3, primo comma, Cost., in quanto consente all’autorità amministrativa – nella specie rappresentata dai sindaci – restrizioni diverse e variegate, frutto di valutazioni molteplici, non riconducibili ad una matrice legislativa unitaria.

Un giudizio sul rispetto del principio generale di eguaglianza non è possibile se le eventuali differenti discipline di comportamenti, uguali o assimilabili, dei cittadini, contenute nelle più disparate ordinanze sindacali, non siano valutabili alla luce di un comune parametro legislativo, che ponga le regole ed alla cui stregua si possa verificare se le diversità di trattamento giuridico siano giustificate dalla eterogeneità delle situazioni locali.

Per i motivi esposti, la norma censurata viola anche l’art. 3, primo comma, della Costituzione.

 

 

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