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De Squarcialupi abditae sententiae

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De Squarcialupi abditae sententiae

Premetto che questa non è e non vuole essere una posizione politica in merito alla natura della Chimet, ma solo un tentativo di analisi a partire dalle considerazioni che la Cassazione fa sugli eventi che hanno fatto nascere il gran circo mediatico intorno a questo processo. La via giudiziaria ai processi politici non mi attrae, ma resta il dovere di cronaca su eventi importanti che hanno avuto grande rilevanza sociale

 

 


Nonostante il numero infinito di capi d’accusa, tanto da non bastare nella loro elencazione neppure le lettere dell’alfabeto, alla fine il processo ruota attorno ad alcuni filoni essenziali:

1) la mancanza della VIA tra il 1999 e il 2010,

2) la contaminazione di alcuni terreni circostanti lo stabilimento,

3) alcune obiezioni di merito al trattamento tecnico utilizzato.

Ecco ciò che dice la Cassazione

1) La VIA (valutazione impatto ambientale) era necessaria tra il 1999 e il 2010. Questo viene ribadito in forma categorica. L’obbligatorietà della VIA nasce dal decreto Ronchi del 97, la cui interpretazione autentica apparve però all’epoca tutt’altro che immediata, al punto che lo stesso legislatore regionale, emanò norme contraddittorie al decreto nazionale e per questo di nessun valore giuridico, ma esplicative invece del mare magnum interpretativo e non pretestuoso al decreto stesso. Per stabilire questa obbligatorietà infatti, la stessa corte fa riferimento ad altra sentenza, però del 2012 (sez.3 N.39453 del 16/05/2012)

In pratica la Cassazione riconosce che i dubbi interpretativi suol decreto Ronchi saranno sciolti solo dopo l'avvio dell'indagine sulla Chimet. A nulla vale l’aver dimostrato, grazie a valutazioni successive, che la VIA avrebbe dato parere positivo alle richieste presentate. Formalmente era necessaria, formalmente andava presentata. In questo caso la forma è anche sostanza.

Stabilito questo, la Corte si chiede se vi sia rilevanza penale nel comportamento di Sergio Squarcialupi. Va premesso che nel giudizio di secondo grado, ciò fu motivo di condanna. La sentenza della Corte di Appello infatti, valutò che la presenza a fianco dell’imprenditore di tecnici qualificati, ingegneri, avvocati, ecc. avrebbe dovuto permettere una corretta interpretazione del decreto Ronchi. Contro la sentenza della corte di appello di Firenze, la Cassazione si trova pertanto d’accordo con la sentenza di assoluzione emessa in primo grado, operando invece sulla condanna in secondo grado una significativa censura, definendola lacunosa e non in grado di spiegare le motivazioni per cui, a fronte di una autorizzazione emessa da tutti gli organi competenti, anche in capo all’autorizzato vi fossero responsabilità personali.

La Cassazione aggiunge infine che già durante il processo di secondo grado il reato appariva comunque prescritto. Questa piccola specificazione avrà invece effetti civilistici importanti.


2) La contaminazione dei terreni. Non appena fu evidente che contaminazione c’era stata, la Chimet il 19 marzo del 2008, trasmise una comunicazione ufficiale con cui si rendeva noto l’avvio immediato dei lavori di bonifica. Lavori che si conclusero presumibilmente da lì ad un paio d’anni e che costarono almeno un paio di milioni di euro in valuta attuale. Questo momento è importante per stabilire una data certa da cui la prescrizione del reato è decorsa.

Il reato infatti, non è tanto nella contaminazione stessa, ma nella mancata comunicazione della avvenuta contaminazione e delle relative azioni di bonifica. Credo che se il processo di primo grado si fosse limitato a colpire solo gli aspetti significativi di questa vicenda, e questo lo era certamente, la condanna sarebbe stata inevitabile.

Il problema è stato allora (forse) nell’aver cercato di ricreare intorno alla vicenda un circo mediatico rumoroso quanto fastidioso, diluendo il primo processo in inutili rivoli contravvenzionali e per questo necessitando di molto tempo prima di poter addivenire ad un giudizio. Anche l'aver coinvolto tutto il coinvolgibile: sindaci, assessori, dirigenti dell'Arpat e politici vari, se da un lato ha aumentato il rumore di fondo, dall'altro ha allungato i tempi processuali in modo significativamente inutile. Ovvio che la mia è solo considerazione dietrologica. In questo filone processuale l’imputato avrebbe rischiato da 12 a 18 mesi con la condizionale, ma già al momento della sentenza di primo grado avvenuta 10 luglio del 2014, il reato, che si era concluso nel 2008, era prescritto (5 anni i termini).

Assolutamente inapplicabile, secondo la Cassazione, il tentativo operato durante il processo di secondo grado, di modificare in modo specioso la data da cui far decorrere la prescrizione. Il reato probabilmente ci fu, ma al momento del processo il reato era già prescritto. Di tutta la lunga sequenza di capi di accusa, questo è l’unico vero argomento che non vede una assoluzione nel merito, ma ottenuta solo grazie alla decorrenza dei termini prescrizionali.   

 


3) Il divieto di miscelazione. Reato fortemente tecnico. Val la pena darne qualche ragguaglio. I prodotti da bonificare giungono allo stabilimento dalle ditte conferenti, divisi tra di loro per tipologia ma anche per provenienza. Al momento del trattamento, tutti i prodotti aventi le medesime caratteristiche chimiche, vengono inseriti nei processi di trattamento, operando in quel momento una miscelazione. Squarcialupi si è difeso a lungo sostenendo che non di miscelazione si tratta, ma di avvio del processo di trattamento e ricondizionamento. La suprema Corte pare evitare di dibattere nel merito, rilevando invece che la sentenza di secondo grado, pur avendo lungamente affrontato il tema, non offre alla fine valide motivazioni alle sue decisioni. Onestamente posso solo intuitivamente osservare che il mantenimento del divieto di miscelazione anche dopo l’avvio dei processi di recupero, è tecnicamente difficilmente comprensibile. Ma ovviamente il mio è un pensiero assolutamente profano. La Cassazione invece se la cava in calcio d’angolo.

APPENDICE. La posizione del dirigente della ProvinciaLa Cassazione rileva alcune note fondamentali: 1) Non ci fu collusione 2) Non ci fu interesse personale.

Si trattò dunque di errore interpretativo senza alcun secondario aspetto motivazionale. Questo fa decadere praticamente l’impianto accusatorio. Anche qui nessun rinvio per intervenuta prescrizione. 

Le motivazioni della sentenza della Cassazione, sono leggibili nella loro interezza scarcandole dagli allegati in alto a destra.  


 

 

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