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Un umanista imprestato alla tecnica

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In ricordo di Giulio Rupi In ricordo di Giulio Rupi

 

Giulio Rupi era questo. Il suo carattere meticoloso poteva far pensare che fosse nato per la professione di ingegnere, che gli si addiceva indubbiamente, ma la sua vera vocazione era la speculazione filosofica, il pensiero libero da vincoli di leggi che non fossero quelle della ragione, della logica e dell’umanità, una continua elaborazione della realtà con la mente pura  come quella di un bambino, scevra da teorie precostituite e niente affatto intellettualistica, Giulio era uomo di fede, ma non aveva idoli cui pagare tributi.

Al centro del suo pensiero e della sua professione di ingegnere aveva messo l’uomo. Lo slogan “l’uomo al quinto piano non ha più radici”, con cui, insieme al fratello e ad altri architetti, ha caratterizzato un periodo vivace dell’architettura e della politica aretina, inventando le cooperative edilizie della ACLI, esprimeva la sincera spinta etica che lo ha guidato sempre nelle sue azioni professionali.

Chi l’ha conosciuto bene, sa delle sue battaglie culturali per affermare la centralità della persona contro le ideologie e le mode che mettevano, e mettono al centro la figura del progettista piuttosto che la qualità della vita delle persone. Lui metteva al centro il socio della cooperativa, con i suoi bisogni, il suo desiderio di possedere una casa per la famiglia, le sue spesso ingenue ma legittime richieste estetiche. E Giulio arrivava anche agli eccessi di adattare l’esterno dell’edificio alle richieste del singolo: ti serve una stanza in questo modo, ti apro una finestra dove serve. Nel tempo avrebbe cambiato opinione, a favore del rispetto di regole più consone all’ordine e all’insieme della città e meno individualistiche, ma lo spirito di servizio era rimasto intatto.

Oggi non è però il momento di ricostruire una storia lunga, bella, esaltante perfino, di cui Giulio è stato il teorico indiscusso e l’anima. Oggi è per me il momento del ricordo di un uomo che mi ha formato e insegnato tutto della professione e molto della vita. Mi ha dato un metodo, o meglio mi ha inculcato l’idea che un metodo fosse necessario, contro l’improvvisazione artistoide di cui si nutre una distorta ma imperante cultura dell’architettura. Al centro del metodo, e quindi del progetto, c’è sempre la persona inserita nella famiglia e nella società, cioè la città degli uomini. Il resto è marketing, che può anche esserci (era anche disincantato Giulio, realista e mai moralista) ma non fine a se stesso.

Giulio era severo con se stesso e le norme deontologiche non avrebbero dovuto nemmeno essere scritte, nel mondo ideale in cui lui viveva e che spesso lo deludeva, senza mai fargli perdere la fiducia sulle persone.

Ma Giulio era anche molto altro: brillante conversatore, appassionato ma garbato polemista nei convegni di architettura o urbanistica, membro attivo delle più prestigiose istituzioni culturali della città. Ed era una persona profondamente buona.

Giulio era un esempio di come dovrebbero essere i membri della classe dirigente di una comunità.

Carissimo Giulio, condividere con te 36 anni di professione è stato un gran divertimento, una vera fortuna e un assoluto privilegio.La mia vita professionale ti deve quasi tutto ma tu sai che anche la mia vita interiore ti è debitrice.

Riposa in pace,

 

Piero

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