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Lo storia di Dario: un dramma privato ormai di dominio pubblico

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Lo storia di Dario: un dramma privato ormai di dominio pubblico

La legislazione italiana in materia può essere soltanto definita così: "borbonica"... a cominciare dalla stessa esistenza dei tribunali dei minori. Nel mondo infatti, ci si sta orientando verso la nascita del tribunale della famiglia accanto a ciascun tribunale ordinario.

 

Un dramma privato che diventa pubblico: l’ennesima storia familiare italiana che rimbalza di bocca in bocca, poi sui social network e sulla stampa sino a diventare un caso emblematico. È una storia che vede protagonista, un ragazzino di 14 anni ed un fratello di 16 di cui al momento i familiari non hanno piu’ notizie. Il piu’ piccolo allontanato dalla famiglia per volontà di un giudice che lo ha affidato ad una casa famiglia.

Il ragazzo prelevato da scuola dalla forza pubblica (avrebbe potuto esserci anche l’assistenza della USL psichiatrica, ma questa non è mai stata interpellata). Un ragazzino rimasto terrorizzato nel vedere questo drappello di agenti piombato dal nulla per prelevarlo e portarlo lontano

Non è difficile immaginare gli stati d’animo del ragazzo nel vedersi arrivare gli agenti in classe, subendo un innegabile stess, provando paura e smarrimento, in una scuola presidiata in ogni suo accesso.

Lo hanno portato via come fosse un criminale. È solo un bambino – commentano alcuni - non c’era bisogno di tanto clamore, né di questo metodo così brusco che è stato il prelevarlo dalla scuola in cui è cresciuto e dove tutti lo conoscono. Quei momenti gli resteranno sicuramente impressi nella mente a lungo. Una scuola sotto assedio, un bambino strappato all’improvviso dal banco e dalla sua vita.

Trentanovemila minori lontano dalle famiglie. E mancando una qualsiasi tipo di statistica in tempo reale, la cifra è probabilmente arrotondata con difetto.

Le anomalie sono grandi e sospette: perché in Germania e in Francia, dove il numero degli abitanti è decisamente più elevato che in Italia, il dato degli affidi si ferma rispettivamente a 8 mila e a 7.700.

In Italia comuni e aziende sanitarie locali pagano per ciascun minorenne affidato una retta minima giornaliera di 200/300 euro (ma spesso si arriva a superare i 400) e per questo c’è chi solleva il terribile sospetto che dietro al fenomeno affidi si nasconda un colossale business della sofferenza minorile, in troppi casi basato su perizie «addomesticate», se non su veri e propri illeciti.

A denunciarlo su PANORAMA è la Federcontribuenti, che stima in 2 miliardi di euro la spesa pubblica annua destinata a sostenere gli affidamenti di minorenni. «È un’anomalia troppo grave perché possa essere ignorata da politici e magistrati penali» protesta Marco Paccagnella, che della Federcontribuenti è presidente.

Perché nei casi dove non c’è sofferenza psicologica, ma solo indigenza e miseria sociale, non intervenire destinando una frazione, anche piccola, della somma che spendiamo in case famiglia, al sostegno diretto di questi minori?

La paura del Forteto

Sarà che in Toscana ormai ogni volta che parliamo di queste strutture ci viene in mente il Forteto, ma lo scandalo giudiziario più sommerso d’Italia, ed anche quello che (probabilmente) sta creando i disastri peggiori, è che nei nostri 29 tribunali per i minorenni e nelle corti d’appello minorili, operano un migliaio di magistrati “onorari”.

Tecnicamente vengono definiti “privati”: la legge (una norma del 1934 e una riforma del 1956) prevede che siano “cittadini benemeriti”, esperti di psichiatria, psicologia, pedagogia, sociologia, biologia. Vengono retribuiti in base all’attività che svolgono: camere di consiglio, udienze camerali…

Il ruolo dei giudici onorari, al contrario di quanto avviene nei tribunali civili, ha esattamente lo stesso peso di quello dei magistrati di carriera. Ed è un peso elevato, perché in ogni tribunale minorile le corti sono composte da due giudici togati e da due onorari; in corte d’appello da tre togati e due onorari. Ed è proprio qui che si accende lo scandalo. Perché “Finalmente Liberi Onlus” organizzazione che da anni si batte per la tutela dei minori, spesso sottratti alle famiglie d’origine con eccessiva facilità, ha lungamente indagato sui giudici onorari e ha scoperto che 151 nei tribunali, più 54 nelle corti d’appello, operano in totale e palese conflitto d’interessi. "È così perché questi 205 giudici, che ogni giorno decidono sull’affidamento di bambini a una casa-famiglia, o a un centro per la protezione dei minori, dipendono da quelle stesse strutture. In molti casi hanno contribuito a fondarle, ne sono azionisti, fanno parte dei loro consigli d’amministrazione. Contribuiscono, insomma, a fornire la tristissima “materia prima” che serve a far funzionare i centri che hanno creato, o per i quali lavorano".

È evidente che non tutte le strutture dell’affido minorile hanno caratteristiche speculative. Al contrario, la maggioranza di loro svolge certamente un ruolo positivo, di reale protezione dei minori in situazioni difficili: criminalizzare l’intera categoria sarebbe sbagliato e profondamente ingiusto.

Resta il fatto che tra i giudici onorari i casi di conflitto d’interessi sono davvero troppi, eppure nessuno sembra accorgersene. Il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha più volte emanato circolari nelle quali indica i criteri di incompatibilità dei giudici. Ma quelle circolari restano inascoltate, come gride manzoniane. Gli stessi tribunali dei minori dovrebbero sorvegliare, ma in realtà non lo fanno. La verità è che il Csm non ha il coraggio d’intervenire. Vedremo allora se il Garante dell’infanzia farà qualcosa o se il ministero della Giustizia metterà fine a questo scandalo.

Ma tornando al nostro padre, che stamani ho potuto incontrare per scambiare qualche punto di vista e mi ha fornito in copia parte della sentenza con cui si affida il minore ad una casa famiglia: la motivazione è il pregiudizio alla stabilità dei figli per inadeguatezza genitoriale (e, infatti, viene consigliato il sostegno psicoterapeutico volto a migliorare la genitorialità).

Il ruolo dell’UFSMIA della ASL8  (Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia Adolescenza)

L'UFSMIA non poteva sapere nulla fin qui perché non coinvolta nel prelievo del minore ma, come si legge nel documento, in un momento successivo per il sostegno ai minori, ai genitori e alla relazione fra questi. L'incarico parte in realtà dal momento in cui i servizi sociali inviano la richiesta di sostegno... più o meno dovrebbe arrivare all'UFSMIA fra una settimana.

L'UFSMIA non è stata incaricata del prelevamento, ma l'ordinanza la tira in ballo in un momento successivo a quello dell'entrata in comunità.

Per l'uso della forza pubblica: se ne ipotizza l'uso su richiesta dei servizi sociali e dato che il documento è "parziale" possiamo solo ipotizzare che sia riferito al fatto che il padre (proprio lui) poteva opporre resistenza

Una cosa è certa: questo documento rende inspiegabile il termine "...gravissime informazioni assunte": due ragazzini di quell'età che sono oppositivi, un po' sporchini, rissaioli e che vanno male a scuola non possono essere considerati in "gravissime" condizioni e assolutamente non basta ad allontanarli dai genitori. Non si accenna allo stato di indigenza (quindi ritengo che quello sia l'ultimo dei problemi).

Vademecum

L’attuale procedura consente al Tribunale per i Minorenni di decretare la sospensione della potestà genitoriale ad uno o entrambi i genitori, dietro segnalazione di un qualunque operatore scolastico, sanitario, sociale.

Qualunque comportamento o atteggiamento anche verbale al di fuori della “norma”, manifestato da tuo figlio – chiusura caratteriale, difficoltà ad interagire con i coetanei, eccessiva aggressività, momentanea inappetenza, linguaggio sboccato, precoce gestualità sessualmente connotata, lamentazioni per rimproveri ricevuti – oppure un aspetto esteriore troppo grasso o troppo esile, può essere interpretato come sintomo di disagio causato da abusi sessuali, maltrattamenti o trascuratezza subiti in famiglia Quando tale “sospetto” si affaccia nella mente degli anzidetti operatori, essi, per legge, sono tenuti a segnalare il caso al Tribunale per i Minorenni senza l’obbligo di verifica preventiva con i genitori.

Nei casi di separazione/divorzio conflittuale la segnalazione è effettuata perlopiù dal genitore affidatario (nel 93% la madre) che, su consiglio di consulenti legali senza scrupoli, utilizza l’apparato giudiziario per far allontanare l’altro genitore dalla vita del figlio, al fine di gestire gli affetti di quest’ultimo in maniera esclusiva e/o per consumare vendette. Se e quando emerge l’infondatezza della segnalazione e l’intento strumentale, spesso anche questo genitore viene considerato “inadeguato” e privato della potestà, senza peraltro il reintegro e la riabilitazione di quello ingiustamente accusato.

La sospensione può essere decretata senza alcuna previa consultazione del genitore “sospetto” di abusi sessuali, maltrattamenti, trascuratezza abbandonica e consiste nell’allontanamento coatto del/i figlio/i da uno o entrambi i genitori; in quest’ultimo caso la prole viene forzosamente prelevata dall’abitazione o da scuola e collocata presso un Istituto di Accoglienza. Gli Assistenti Sociali subentrano nella totale gestione del minore, spesso senza fornire adeguate informazioni ai genitori cui viene talora concesso un “diritto di visita” settimanale. Molti hanno perso i contatti per anni con i loro figli, istituzionalizzati in altre città o in luoghi di cui non viene fornita localizzazione.

Generalmente il decreto di sospensione emesso dal Tribunale è provvisorio: ciò non consente ai genitori di ricorrere in Appello. Tale provvisorietà può protrarsi per diversi anni, nel corso dei quali non esiste alcuna possibilità di contraddittorio e difesa dalle accuse che hanno determinato il provvedimento. Non vengono accolte prove a discarico, non vengono sentiti testimoni: valgono esclusivamente le insindacabili relazioni degli assistenti sociali e le perizie dei consulenti psichiatrici, perlopiù adeguate alle aspettative del magistrato che ha conferito l’incarico .

Quando infine il Tribunale per i Minorenni prende una decisione, il minore ha le seguenti possibilità: o le iniziali segnalazioni si rivelano infondate e rientra in famiglia psicologicamente massacrato, oppure la sua famiglia viene dichiarata inadeguata dagli “esperti” e posto in stato di adottabilità. Da quel momento perderà ogni contatto con i suoi genitori e se nessuno lo adotta resterà in Istituto fino alla maggiore età. Oppure passerà da una famiglia affidataria all’altra come un pacco postale, senza che nessun Tribunale tenga conto dei legami affettivi nel frattempo instaurati.

Ad oggi sono collocati presso gli Istituti di Accoglienza Italiani circa 40.000 minori. Di cui un terzo figli di genitori separati/divorziati. Per ciascuno minore il Comune di appartenenza versa una quota di 100-300 EURO giornaliere, per un totale complessivo annuale che va da un minimo di uno ad un massimo di due miliardi di euro a carico della collettività (fonte Osservatorio Nazionale Famiglie Separate – Gesef)

dal varo della legge 285 del 1997 che stanzia annualmente centinaia di miliardi per garantire e tutelare i diritti dell’infanzia, si sono moltiplicati in quantità industriale i Centri di Accoglienza per Minori, i Centri di Trattamento per il Disagio Minorile, i Centri per la Mediazione Familiare, finanziati appunto con detti fondi pubblici.

Per vigilare su minori presunti “disagiati”, l’apparato dei Servizi Sociali Territoriali ha assorbito negli ultimi anni decine di migliaia di operatori, formati professionalmente e retribuiti con fondi pubblici, che non avrebbero altrimenti ottenuto alcuna collocazione nel pubblico impiego.

Un esercito di avvocati e di psicologi, che non troverebbero altrimenti spazio sul mercato del lavoro professionale già saturo, traggono dalle conseguenze giudiziarie della conflittualità tra ex coniugi e del disagio minorile una inesauribile fonte di prosperoso guadagno.

La conflittualità tra ex coniugi abilmente alimentata e il disagio minorile abilmente mistificato legittimano la crescente e devastante intrusività della magistratura nella sfera più intima di un essere umano: gli affetti familiari. Con procedure di dubbia costituzionalità che ottengono il pubblico consenso grazie all’allarmistico ed ossessivo clima di pericolo volutamente creato intorno alla fascia minorile. Una tensione sociale che, ben lungi dal garantire la reale tutela dei minori da qualsivoglia pericolo, ha invece prodotto nell’ultimo anno ottanta tragedie di omicidio/suicidio.

La posizione dell'amministrazione comunale

In relazione alla vicenda che ha visto coinvolto il minore allontanato dalla propria famiglia e inserito in una comunità protetta, l'Amministrazione Comunale precisa quanto segue.

Il provvedimento ha fatto seguito ad un'ordinanza del Tribunale dei Minori di Firenze alla quale si è presentato l'obbligo di dare corso. Per quanto attiene il lungo, approfondito, attento lavoro dei servizi sociali circa la situazione della famiglia del minore, si evidenzia che le ragioni che hanno determinato l'allontanamento del ragazzo non sono dovute a motivazioni di tipo economico, peraltro vietato per legge, ma dal rifiuto da parte della famiglia stessa di accettare qualsiasi progetto che la accompagnasse a superare le proprie evidenti criticità e che garantisse tutela, sicurezza e decoro ai figli. Tutte le soluzioni prospettate, di tipo economico, abitativo e di supporto genitoriale, non sono state accettate, compresa la possibilità di una accoglienza che avrebbe garantito la non separazione del padre dai figli. La precarietà quindi, sulla quale non possiamo dare dettagli per ragioni di riservatezza e per salvaguardare in ogni caso la dignità di tutte le persone coinvolte, ha risvolti di sicurezza sociale inerenti la vita del minore stesso.

Per quanto attiene le modalità con le quali la Polizia Municipale ha eseguito l'ordinanza del Tribunale, si ricorda che quella adottata era l'unica possibile per l'accompagnamento del minore in un contesto abitativo dignitoso, pulito, adeguato, con l'attenzione massima per la sua incolumità. Non avendo, la famiglia in oggetto, accettato le soluzioni abitative proposte, e non essendoci pertanto un luogo di certa residenza, il provvedimento sarebbe stato eseguito in luogo aperto e pubblico, soluzione che avrebbe avuto effetti emotivamente critici sul ragazzo. L'intervento all'interno della scuola è stato pertanto rispettoso sia del minore che delle prova di esame, ed è avvenuto prestando la massima attenzione a che il medesimo non fosse visto dai compagni e da qualunque altra persona, onde evitare ulteriori difficoltà ed imbarazzi. Lo stesso è stato accompagnato in maniera anonima, su un auto senza insegne, e a seguito di tutte le precauzioni preventivamente pianificate nei modi e nei tempi anche con l'Istituto scolastico, che si ringrazia per la preziosa collaborazione, sempre offerta nella lunga vicenda che ha riguardato questo minore in condizioni precarie e di sostanziale abbandono.

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