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LETTERA AI GIUDICI DA TASTIERA: SILENZIO E PIETÀ

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LETTERA AI GIUDICI DA TASTIERA: SILENZIO E PIETÀ

 

Poteva succedere a me.

Poteva succedere anche a me.

Sarebbe potuto succedere anche a me.

Non l’ho mai escluso che avrebbe potuto accadere.

Ma non perché io mi ritenga una madre disattenta o presa solo da me stessa. Non perché io abbia abdicato al mio ruolo materno per quello di donna. Non perché sono stupida o perché non amo a sufficienza mio figlio. Non perché sono una donna in carriera o perché diventare madre ha interrotto il mio profondo senso di libertà da donna-senza-figli. Non perché io sia un mostro!

Poteva succedere perché sono una donna “normale” e come tale avrei potuto dimenticare che mio figlio era seduto, in macchina, dietro di me. Al caldo, legato nel suo seggiolino… a morire!

E sì! Lo dico da madre ben sapendo che è meglio non dirselo, che è meglio non pensarci, che è più facile chiamarsi fuori dal gioco del “mettersi nei panni dell’altro”. E lo scrivo per invocare che su un’altra madre (su quella ipotetica, possibile me stessa) cali la pietà e scenda tutto il silenzio che merita il dolore e – soprattutto – “quel” dolore. Quello che include la perdita, la colpa, l’ineluttabilità di ciò che è finito.

Non è successo a me, e benedico ogni singola coincidenza, ogni singola impercettibile condizione casuale che mi ha sempre fatto ricordare che mio figlio era con me.

Non è successo a me… ed è stato un dono.

Poteva succedere a me… e dovremmo esserne tutti consapevoli.

Ma anche la “consapevolezza” è un dono, e non tutti gli uomini sono disposti ad accettarla come tale. Alcuni la rifuggono. Come quelli che oggi pomeriggio mi è capitato di incontrare (solo virtualmente) in un social network.

Su suggerimento di Silvia (uso il suo nome, perché la rendo vera e non virtuale) sono andata a vedere la pagina facebook della madre che, ieri, è finita su tutte le cronache locali e nazionali per aver dimenticato la propria bimba in auto causandone la morte. È stato come entrare ed uscire da un inferno di violenza verbale e di perversione emotiva. Li conosco abbastanza i social network per sapere che lì dentro si muovono personaggi discutibili, sentimenti di rivalsa e di aggressività, rabbia e ignoranza sociale. Ma quello che ho letto rivolto a quella madre mi ha spaventato.

Da parte di una minoranza violentissima nessuna pietà per quella madre. Eppure poteva accadere a chiunque di loro.

Accade per un meccanismo mentale di abituazione un incedere routinario delle cose fatte automaticamente ogni giorno. Accade a causa della stanchezza, della fatica. Può accadere perché alcuni di noi – a volte e poco consapevolmente – si sottopongono a dei ritmi esistenziali che non gli appartengono (ciascuno di noi ha i suoi e sono diversi per ogni struttura di personalità). A volte quei ritmi ci sembrano non negoziabili e li sosteniamo (sopportandoli ma senza realmente abituarci ad essi) perché siamo portati a credere che non si possa fare altrimenti. A volte quei ritmi che non sono i nostri ci stancano e facciamo cose buffe: rispondiamo al mouse scambiandolo per il telefono; scordiamo la macchina in un parcheggio convinti di essere andati al lavoro a piedi; mettiamo l'IPAD in frigorifero al posto del piatto con gli avanzi; ci scordiamo un appuntamento importante; cose strane sulle quali giochiamo e ridiamo anche sui social.

E poi arriva il giorno che la mente è davvero altrove: è alla fretta, al lavoro da consegnare, ai ritmi competitivi da dover garantire... e può succedere che quello che dimentichiamo è la cosa più importante che abbiamo: un figlio! Può succedere: a me come a ognuno di voi.

E se vi fosse successo non sareste stati così “mostrusamente” inumani come coloro che si scagliano contro lo strazio con l’arroganza ignobile del giudice ignorante e perverso.

Silenzio, per favore! Silenzio e pietà. Siate umani. Dimostrate di essere umani. Siate consapevoli di essere umani.

Lasciate in pace quella madre. Lasciate alla memoria il suo dolore.

 

 

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