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I NOSTRI SIMBOLI: il dominio dell’ignoranza

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I NOSTRI SIMBOLI: il dominio dell’ignoranza

 

 

 

 

O sant’asinità, sant’ignoranza,

santa stolticia e pia divozione,

qual sola puoi far l’anime sì buone

ch’uman ingegno e studio non l’avanza;

 

non gionge faticosa vigilanza

d’arte qualumque sia, o ‘nvenzione,

né de sofossi contemplazione,

al ciel dove t’edifichi la stanza.

 

Che vi val, curiosi, il studiare,

voler sapere quel che fa la natura,

se gli astri son pur terra, fuoco e mare?

 

La santa asinità di ciò non cura;

ma con man gionte e ‘n ginocchion vuol stare

aspettando da Dio la sua ventura.

 

Nessuna cosa dura

eccetto il frutto de l’eterna requie,

la qual ne done Dio dopo l’essequie.

 

Giordano Bruno (1585)

 “In lode de l’asino” in Cabala del Cavallo Pegaseo

 

 

Mi rendo conto che introdurre il tema dell’ignoranza, citando un condannato al rogo per aver rivendicato il diritto alla libera ricerca, possa sembrare un po’ provocatorio. E infatti lo è! Lo è, a tutti gli effetti e convintamente. Lo è soprattutto in questo periodo storico in cui, la compiaciuta apologia della propria profonda ignoranza – in una larga fetta della popolazione – sembra esser diventato attestato e simbolo di “libertà di parola” e di “espressione democratica”.

Era il 21 gennaio del 1980 quando lo scrittore Isaac Asimov dette alle stampe (per Newsweek) “Un culto dell’ignoranza”, un articolo (o forse uno sfogo) in cui lamentava una pericolosa tendenza all’antintellettualismo, alla volgarizzazione della conoscenza e allo screditamento dell’esperienza… quella buffa condizione che rende “esperte” alcune persone in quegli ambiti in cui si sono impegnati intellettualmente e di fatto, ma non quelli che si limitano a ciaccolarne sui social network. Oggi, sembra che l’opinione senza conoscenza, la convinzione senza esperienza, sono considerate alla stregua di un punto di vista competente e, come tale, da divulgare in quanto valide come espressione democratica; la loro veridicità, plausibilità, falsificabilità o la loro verosimiglianza sono solo questioni da “intellettualoidi”, da “professoroni” o da “rompiscatole”.

La mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza” scriveva ironicamente Asimov e rimarrebbe sorpreso, oggi, dell’arroganza con cui i laureati alla scuola della vita – o alla palestra della strada, al master del barino sotto casa, all’accademia della rete internet… fate voi – rivendicano con orgoglio il proprio diritto/dovere di fornire la propria visione su cose che ignorano e con la superficialità di chi confonde la Libertà di Parola con l’opportunità di dire (o di scrivere nel caso dei social network) tutto quello che passa loro per la testa. Perché l’ignoranza è sempre arrogante, e difetta assai in senso dell’opportuno.

L’ignoranza, di per sé, è emblema di mancanza: manca la conoscenza, manca l’educazione, l’esperienza, l’informazione, manca la consapevolezza, l’approfondimento, la fatica della scoperta, l’incertezza del dubbio, la motivazione a imparare e manca – soprattutto – l’umiltà di tacere. Perché si dovrebbe tacere quando si ignora; e non per effetto di una carenza di Libertà, ma per difendere se stessi dal senso del ridicolo.

Ma cos’è l’Ignoranza e come è possibile rappresentarcela? È, anzitutto, la condizione umana di chi non conosce [dal latino colto: in (che non è) gnārum (esperto-colto) – ignaro, che ignora], non una condizione dovuta a ritardi intellettivi o a danni cerebrali ma direttamente dipendente dalla mancanza di volontà del soggetto a educare la propria intelligenza e a prediligere attività a forte impegno cognitivo. Si potrebbe attribuire l’ignoranza ad una certa “pigrizia cognitiva” e alla tendenza alla banalizzazione e semplificazione concettuale. L’Arte ci restituisce iconicamente questo concetto rappresentando l’Ignoranza quasi sempre con le orecchie o con la testa di asino (asinità è un sinonimo – in disuso – del termine ignoranza).

L’immagine 1 – qui sopra e in copertina – contiene quasi tutti i sui attributi tipici: la cecità (il bambino sopra la groppa dell’asino nello sfondo è bendato, a indicare che l’ignorante è incapace di vedere); l’eleganza dell’abbigliamento che appare sempre pomposo e ricco perché, come ebbe a dire Cesare Ripa: «L’ignoranza si fa poi brutta di faccia, perché, quanto nella natura humana il bello della sapienza riluce, tanto il brutto dell’ignoranza appare sozzo, e dispiacevole. Il pomposo vestito è trofeo dell’ignoranza, e molti s’industriano nel bel vestire, forse perché sotto i belli habiti del corpo si tenga sepolto, al meglio, che si può, il cattivo odore dell’ignoranza dell’anima» [C. Ripa, Iconologia, 1630 ca]. Spesso, poi, la personificazione dell’Ignoranza è ritratta con fasci di frutti di papaveri da oppio fra le mani o ne è – ironicamente – incoronata a simboleggiare l’oblio, il sonno drogato, l’assenza di coscienza di sé e del mondo, l’induzione all’insensibile e la vicinanza con la morte. Spesso ha un bastoncino di canna in mano (vedi bambino) perché l’ignorante è come “…canna al vento”: suscettibile a qualsiasi cambiamento e facilmente manipolabile. Nell’immagine 1 l’Ignoranza è contrapposta alla personificazione della Dottrina, la sua virtù contraria, che indica l’esercizio costante dell’intelligenza e la diligente applicazione allo studio e alla conoscenza.

L’immagine 2 – qui a sopra – è una particolarissima interpretazione della Fortuna dipinta da Gimignani; stranamente non rappresentata come una benedizione ma come un elemento volubile e assolutamente insensibile al senso di Giustizia e di Verità. La Fortuna, la donna seminuda, scende dal cielo e riversa il contenuto della cornucopia (denaro, gioielli) in grembo all’Ignoranza (riccamente vestita e con una corona di frutti del papavero) la quale – dal canto suo – rimane completamente indifferente all’elargizione della Fortuna e si limita ad abbracciare l’asino insignito (vedi medaglia sul collo) mentre calpesta i simboli della sapienza (carte e strumenti di lavoro sotto i suoi piedi). Nello stesso tempo la Fortuna colpisce con un calcio – allontanandolo da sé – un disperato Ercole che cerca, invano, di raggiungerla trattenuto dall’Invidia (la donna verdastra con il seno avvizzito e la capigliatura di serpenti che si mordono fra loro). È una visione amara: la Fortuna non premia chi dovrebbe, non si cura delle virtù di Forza e Tenacia di Ercole, è incurante della Giustizia e elargisce ricchezze in maniera insensata.

Ma – forse – è proprio perché la virtù di Ercole non è completa, non è sufficiente, non è meritevole di “fama”. Infatti, sopra la sua testa, due puttini alati si contendono una corona di alloro (la corona dedicata ai “laureati”, coloro che se la sono guadagnata attraverso un impegno intellettuale) che, plausibilmente, gli è stata tolta o, al contrario, non si pensa degno di riceverla. La Forza di Ercole è una virtù materiale che combatte con l’Ignoranza ad armi pari e che può aspirare solo alla Fortuna, alla ricchezza prodotta ed elargita dalla casualità.

Fortuna e Invidia: due personificazioni che accompagnano spesso l’Ignoranza. Come nell’immagine 3 – qui sopra – la Virtus Combusta (virtù bruciata) di da Brescia (scuola di Mantegna) famosa anche con il titolo “La caduta dell’Umanità dominata dall’ignoranza”. Nell’opera l’Ignoranza è assisa sul mondo (lo domina e lo dirige attraverso un timone che tiene nella mano sinistra) ed è affiancata (a destra) dalla Fortuna bendata che tiene fra le mani i frutti del papavero e (a sinistra) dall’Invidia che alimenta il fuoco dove vengono bruciate le virtù. Un essere dalle orecchie d’asino accompagna un uomo incappucciato ed una donna priva di occhi (entrambi ciechi di conoscenza) verso un baratro nel quale sprofonderanno allietati dalla musica suonata dal flauto di un satiro. È la fine dell’umanità: il dominio dell’Ignoranza porta l’Uomo – simbolicamente – ad un’autodistruzione inconsapevole ad una vita guidata dalla Fortuna (il caso) e dall’Invidia (l’emozione di chi crede che ciò che hanno raggiunto gli altri è immeritato per tutti tranne che per l’invidioso).

Ma c’è una speranza! Ed è rappresentata simbolicamente dalla interpretazione che Giorgio Vasari ne dà nel salone della sua casa ad Arezzo (vedi immagine 4 sopra). La Fortuna e l’Invidia possono essere sconfitte dalla Virtù. Così scrisse Vasari nelle sue “Ricordanze”: «…un gran quadro che è in mezzo, dentro al quale stanno, in figure grandi quanto il vivo, la Virtù che ha  sotto alli piedi l’invidia, e presa la Fortuna pe’ capelli bastona l’una e l’altra; e quello che allora molto piacque, si fu che in girando la sala attorno, ed essendo in mezzo la Fortuna, viene talvolta l’Invidia a esser sopra essa Fortuna e Virtù, e d’altra parte la Virtù sopra l’Invidia e Fortuna, sì come si vede che avviene spesse volte veramente». Dunque: la Virtù (una donna alata, perché ai virtuosi è destinata l’elevazione verso l’alto non la materialità dell’oro, dei gioielli e del successo apparente e coronata di alloro perché meritevole di essere considerata sapiente) è immortalata da Vasari nell’atto di trattenere la Fortuna (portata in giro da un’instabile vela che tutti i venti subisce… come canna al vento) per i capelli. Con il piede destro la Virtù calpesta una donna vecchia dal seno cadente e vuoto avvolta da serpenti, l’Invidia. È quindi uno straordinario messaggio quello che Giorgio Vasari ci lascia: la Fortuna può avere la sua importanza nella vita di un artista e nel suo successo; l’Invidia lo può colpire in ogni momento. E le vicende della vita possono far prevalere o l’una o l’altra decretandone la fama, gli onori o la malasorte. Ma nulla possono, né la Fortuna né l’Invidia, di fronte alla Virtù in grado di prevalere su entrambi perché la sua forza non è solo fisicità esplosiva ma “consapevolezza” di sé e del proprio valore.

È il Trionfo della Virtù (immagine 5 sopra) dipinto anche da Mantegna dove la SAPIENZA, nei panni di Athena/Minerva (la figura di donna con l’Elmo e con la lancia alla sinistra del quadro – leggi anche qui), scaccia i vizi assistita dalla Fortezza, la Temperanza e la Giustizia (3 delle 4 virtù cardinali che osservano la dea dal cielo). In questa opera ritroviamo alcuni elementi già incontrati: all’estrema sinistra del quadro, dietro le spalle di Athena, sta Dafne (la pianta di alloro antropomorfizzata a simboleggiare la conoscenza) avvolta da un cartiglio che incita al rispetto del bene. All’estrema destra (segnata in rosso) incontriamo ancora l’Ignoranza, portata a braccia dall’ingratitudine e dall’avarizia a simbolo della pigrizia cognitiva che rappresenta e a simbolo della sua inettitudine (per vederla ingrandita cliccare nella miniature l’immagine 6).

Virtù e Ignoranza sono quindi contrapposte, in lotta fra loro. E non sempre – nell’immaginario artistico – la Virtù ha la meglio. Nella rappresentazione di Jacopo Ligozzi (immagine 7)

la Virtù sembra soccombere fra due vizi cognitivi che la strattonano e la trattengono. Distesa, con le sue immancabili orecchie d’asino, l’Ignoranza che cerca di trascinare la Virtù verso il basso, verso l’ipotetico baratro che si intuisce oltre i sui piedi. Alla sua sinistra il pregiudizio con le ali di pipistrello e le orecchie a coda di gufo tenta con forza di fargli perdere l’equilibro. La Virtù cerca di liberarsi con l’aiuto di Eros da due forme cognitive che, comunemente, hanno la caratteristica di andare insieme: l’ignoranza conosce attraverso il pregiudizio e il pregiudizio è sempre e comunque il risultato di un processo mentale frutto di ignoranza.

Ma non è così che voglio salutarvi! Voglio chiedervi di tornare all’immagine 3 (“La caduta dell’Umanità dominata dall’ignoranza”)… forse quella che più di tutte lascia con la sensazione di ineluttabilità e di definitezza. Non è così! Da Brescia immaginò che ci fosse una possibilità di riscatto anche per chi aveva ceduto la propria intelligenza al dominio dell’Ignoranza.

E disegnò il fondo di quel baratro (vedi immagine sotto in bianco e nero – immagine 8 nelle miniature)

dove ad alcuni uomini viene fornita la possibilità di rialzarsi e di sconfiggere l’Ignoranza con l’aiuto di Hermes/Mercurio (leggi anche qui): il dio della creatività, dell’intelligenza, della comunicazione fra alto e basso, fra umano e divino; il dio deputato a presiedere a tutti gli attraversamenti di stato e tutti i cambiamenti. Alla sinistra del disegno incontriamo ancora Dafne (la pianta di alloro) che porta sul fianco il cartiglio con la scritta “Virtus Deserta” (spreco di virtù) e poco più in là una colonna spezzata che recita un motto di speranza:

VIRTUS S.A.I (virtus semper adversatur ignorantia – La virtù combatte sempre l’ignoranza)

È nell’esercizio del BENE, nella Virtù, che risiede la possibilità di combattere e vincere l’Ignoranza; questo ci racconta da Brescia. Questo – forse – dovremmo tener fermo in mente quando ci capita di dover discutere con un ignorante: può capitare di sentirsi strattonare da ogni parte ma raramente può capitarci di scivolare in basso se conserviamo la vista; se alla fortuna preferiamo l’impegno; se ci rivolgiamo alla “complessità” rinunciando alla semplicità scontata del pregiudizio.

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