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Il significato di una partecipazione. Il Toscana Pride e la gente.

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Il significato di una partecipazione. Il Toscana Pride e la gente.
 
 
Era una umanità festante e chiassosa quella che ha sfilato sabato in Arezzo per il Toscana Pride.
Più di uno e meno (secondo me molti, molti, meno) di diecimila i presenti, in un coacervo di rivendicazioni individuali che nascondevano il tema principale: la non discriminazione ed il riconoscimento di diritti fondamentali. Parte degli “sfilanti” era lì -secondo me- quale segno di sostegno indiretto, ma sostanziale, ai membri della comunità lgbt. E contro le discriminazioni, tout court, come me che ne vivo da disabile. Dal mio posto dietro “Altri Passi” (mi pareva il posto migliore) ho visto molti giovani, tante bandiere alle finestre, tantissima gente ai lati della sfilata: non ho rilevato un solo segno di comportamento scorretto da parte degli osservatori, la coscienza della legittimità della lotta alla discriminazione si sta facendo largo. Credo anche gli anziani, anagraficamente più lontani da ogni coinvolgimento a sostegno dei diritti lgbt, sappiano che un/a nipote felice è più importante delle cazzate espresse dagli oppositori. Specie quando chi parla contro -spesso con motivazioni a base religiosa- è il primo a contraddire i valori della religione che dichiara di professare e difendere. Tuttavia la mia partecipazione alla sfilata non mi ha permesso di dissolvere taluni miei dubbi: troppo rumore per parlare, troppa gente che intralciavo col mio scooter elettrico. Ho scambiato due parole col giovane che indossava le scarpe fotografate, un campione dello stoicismo. Non vedeva loro di tornare ad una calzatura più confortevole.
Mi sembra che la comunità lgbt sia piuttosto settorializzata: lesbiche separati dai gay, gruppetti raccolti dietro il proprio striscione e non miscelati con altri. Manco avessero interessi diversi. Ma forse hanno davvero priorità diverse. Rivendicazioni “individuali” vincevano sul tema che mi pare unificante: non discriminazione e riconoscimento di diritti basilari che la legge sulle unioni civili recentemente approvata dovrebbe tutelare con facilità. Genitorialità, destinazione dei diritti e dei beni per morte (fondamentale quello dei rapporti col mondo sanitario che non riconosce il partner quale interlocutore) e simili a me paiono molto (molto) più importanti di altri espressi nel corteo o nel manifesto “politico” del Toscana Pride. Non castigo la giunta comunale di Arezzo per non aver sottoscritto quel documento, anzi trovo inopportuno che l'abbia recepito la Regione Toscana, presente col gonfalone. Lo reputo un gesto di convenienza, ipocrita. Perché allora dovrà concederlo anche al raduno dei neo nazisti. Leggete le motivazioni del Comune, a me paiono corrette.
Le priorità che stavano a cuore alle voci che hanno parlato per il Pride non erano le mie: l'omocausto (termini creato a definire l'uccisione di individui lgbt da parte dei nazisti e da lì utilizzato) gay in Cecenia è una priorità seconda alla cessazione di qualunque “pulizia etnica” che prenda luogo sul pianeta: un bimbo “vale” più di un adulto, mille “vale” più di dieci. Fermiamo gli infanticidi e le stragi prima, a seguire salviamo un anziano gay. Forse non è posizione politically correct: non cerco consenso, spero di esprimere buonsenso.
Idem, quanto espresso nel cartello giallo innalzato nel corteo è secondo ad altri temi.
Soprattutto, avrei voluto chiarire una scelta che non mi ha convinto: nella foto manifesto della sfilata hanno deciso di rendere visibili i volti di alcuni bambini. Alla mia domanda, (la scelta di mostrare minori nella foto mi stupisce, negativamente. Non ritenete siano da tutelare nelle forme previste, anche se ne siete "genitori"? Una inquadratura diversa, non in stile "terzo stato", vi avrebbe sottratt da inevitabili accuse di sfruttamento.) dubbiosa sulla scelta di non pixellare i minori, hanno risposto: Rispettiamo tutte le opinioni e vogliamo rassicurarla sul fatto che non c'è mai stata nessuna intenzione di strumentalizzazione nella costruzione della campagna. Semplicemente abbiamo scelto di rappresentare la società di fatto che sostiene il Toscana Pride e le nostre battaglie per quello che è: una società composta anche da famiglie con figli e figlie. E soprattutto di persone che hanno dato il loro pieno consenso all'utilizzo della propria immagine e di quella dei minori di cui sono genitori.
La genitorialità di questi genitori non coincide colla mia a questo riguardo.
Forse sono rimasto quel bordellotto che 40 anni fa chiamava finocchi o froci i gay, o sfotteva Adua che ci chiamava “belva” e che faceva roteare il bastone, nonostante adesso io pensi di aver migliorato (e molto) il mio approccio e sensibilità su questi temi............
Forse la comunità lgbt (etc etc) utilizza uno stile mediatico fatto di sole esagerazioni.
Ogni lettore avrà un opinione. Che non sminuisce l'impatto del cambio di tempi su questi temi. E l'importanza della loro soluzione.
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