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Lettere al Gay Pride. Essere gay: nella buona e nella cattiva sorte

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Lettere al Gay Pride. Essere gay: nella buona e nella cattiva sorte

 

Essere gay in Italia mezzo secolo fa non era facile, si viveva di nascosto e ci si chiedeva ogni giorno perché questa disgrazia fosse toccata a noi. Se avessero in quell’epoca inventato una pastiglia che ti faceva “tornare etero” l’avrei presa subito. Anche la psichiatria si inventava novelle, dichiarando ovunque che dalla omosessualità si “poteva guarire”. Cialtroni loro e polli da spennare noi che ci credevamo.

Poi te ne fai una ragione. Cominci ad accettarti per quello che sei. Ogni giorno accendi la luce su un nuovo giorno e sai che dovrai nascondere al mondo qualcosa di te, ma ogni giorno di piu’ senti il bisogno di condividere la tua vita con qualcuno. Fino a che la vita non ti fa incontrare la persona che consideri giusta. Ti innamori e comincia l’avventura.

Eravamo coscienti che la vita non ci avrebbe mai visto in una cerimonia a giurarci amore per sempre, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà… eppure piano piano questo è accaduto. Abbiamo deciso insieme che questa avrebbe dovuto essere la nostra vita: prima dell’amore il rispetto, prima del desiderio l’amore. E’ stata una grande fatica. Ad entrambi le occasioni non sono mai mancate, in un mondo dove la mancanza di regole standardizzate rendeva tutto possibile ed anche facile. Nessuno ci ha costretti ad essere fedeli, se non la dignità che avevamo deciso di dare al nostro rapporto. Abbiamo resistito assieme alle tempeste, ai momenti difficili, alle fasi di stanca. Ricominciando ogni volta a ricostruire la nostra casa dell’anima, mattone dopo mattone.   

Insieme abbiamo scoperto che amare significa dare, avere il coraggio di dare incondizionatamente. Amare significa non essere geloso perché se la gelosia è una dimostrazione d’amore, c’è una linea sottile ma netta, tra l’amore geloso e l’amore possessivo che vuole e non dà: in amore niente è dovuto perché il cuore di una persona non è qualcosa che ci appartiene, ma che bisogna meritare ogni giorno.

Quando la passione pian piano è scemata, siamo rimasti aggrappati a sentimenti piu’ profondi, che legavano le nostre vite ben piu’ dei nostri corpi. Insieme abbiamo deciso di condividere le tribolazioni: la perdita del lavoro, la perdita della salute, la perdita delle persone a noi piu’ care, momenti di prosperità e momenti di difficoltà. Nel dolore della malattia sapevamo di poter contare l’uno sull’altro, anche in quei piccoli servizi che rendono i nostri corpi così umili e ci paiono tanto umilianti. Anche senza averlo promesso davanti ad un prete o ad un sindaco. Questo era, perché questo ci sembrava giusto che fosse.

Non c’è istante della mia vita in cui non la ringrazi per il dono che mi ha fatto.

Oggi saremo presente al gay pride, non per  chiedere il riconoscimento della nostra relazione “indipendentemente dal numero dei partner coinvolti”, ma per testimoniare il valore del nostro amore al mondo. Perché onestamente, non sentiamo alcun bisogno di avere tanti partner e neppure che il mondo ci riconosca: ci basta quello che abbiamo e che riempie ogni istante della nostra vita. Vogliamo però poter garantire ad altri quello che ci sembrava  impossibile a noi. 

Dopo tanti lustri di vita in comune, non rimpiango nulla di quello che avrei potuto fare e non ho fatto. Sono anzi felice di aver riempito la mia vita con un sentimento importante piu’ per me che per chi mi circonda: la dignità.

Adesso che vedo calare il sole verso l’imbrunire dell’esistenza, posso solo chiedere perdono per quello che di buono non sono riuscito a fare, sapendo però che molto mi sarà perdonato, perché molto ho amato. Ogni istante. Con tutte le mie forze. 

(Lettera firmata)

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