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Il turismo ad Arezzo – un cavallo imbizzarrito da domare?

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Fotografia di Cesare Baccheschi Fotografia di Cesare Baccheschi

 

Sta arrivando l’estate e tutta la città si sta preparando per la nuova stagione. Gli agriturismi iniziano a ricevere i primi ospiti, le università americane si stanno preparando per gli studenti dei corsi estivi, giornalisti, assessori e cittadini combattono contro il degrado del centro storico. La Giostra del Saracino riserva un decimo dei suoi posti a sedere, 250 su 2360 ai turisti e si stanno moltiplicando i tour per la scoperta della città e delle sue vallate. Ma a quale modello si sta inspirando la città di Arezzo per sviluppare le sue risorse turistiche? E come sta cambiando l’assetto economico della città? Il turismo è veramente la soluzione ai nostri problemi economici?

È forse ancora troppo presto parlare di modelli di sviluppo del turismo a livello comunale; la città sta solamente adesso iniziando a riscoprire sé stessa, i suoi tesori e quello che ha da offrire. Quello che però è possibile fare, è guardare ad altre città in Italia e all’estero per cercare di capire a chi inspirarsi e quali sono gli errori da non fare.

Il turismo è una lama a doppio taglio. Da una parte è in grado di portare risorse che possono essere utilizzate per rivitalizzare un’economia in stallo e per mantenere i patrimoni storici ereditati dai nostri antenati; dall’altra, invece, se gestito male, rischia di impoverire un tessuto sociale ed economico già in grande difficoltà e di infliggere il colpo di grazia alla nostra città. Basta vedere, per esempio, quello che sta succedendo a Venezia e ai veneziani. Inizieremo il nostro breve tour proprio dai danni che il turismo arreca e delle storie di coloro che lo stanno combattendo.

La prima voce ufficiale che ha cercato di regolare il turismo e di disciplinare un’industria “selvaggia e senza scrupoli” è stata il sindaco di Barcellona, Ada Colau. La più grande città della catalogna ha visto aumentare l’afflusso di turisti a partire dagli anni 90 del 500% e le ultime statistiche dicono che ogni hanno la visitano circa 30 milioni di turisti. Nella città vivono circa 1,6 milioni di persone.

L’economia locale ne ha beneficiato e il turismo adesso rappresenta circa un 20% del prodotto interno lordo cittadino. Ma non è tutto oro quello che luccica. Una delle ragioni che ha portato Ada Colau a diventare sindaco è stata proprio la sua battaglia per disciplinare un’industria che lei ha definito selvaggia e il cui solo ed unico scopo era quello “di massimizzare il profitto senza alcun rispetto per la città ed i suoi abitanti”. La scintilla che ha fatto scoppiare l’incendio è stato un incidente che vede come protagonisti proprio due turisti italiani… (riportati nella foto qua sotto). È possibile trovare l’articolo completo su The Guardian a questo link

La fotografia, che ha fatto il giro delle pagine di tutto il mondo, ha portato ad una protesta di massa contro il turismo selvaggio che stava invadendo Barcellona. Le conseguenze più evidenti e più dolorose le pagano i cittadini che vivono gli spazi del centro storico della città. Il centro negli ultimi anni si è rapidamente svuotato a causa della moltiplicazione di case in affitto a breve termine per turisti che ha fatto alzare vertiginosamente i prezzi degli affitti degli immobili. Il centro storico è quindi diventato una sorta di parco a tema per turisti perdendo proprio quell’elemento di autenticità che rappresentava il suo fascino. Per esempio il Barri Gòtic, il centro storico della città, ha visto la sua popolazione unirsi per combattere questo fenomeno con numerose proteste. Questa (https://www.facebook.com/resistimalgotic/)è una delle tante pagine che raccoglie il lavoro fatto contro il fenomeno del turismo sfrenato che ha distrutto la città.

Quando Ada Colau è diventata sindaco ha fatto passare una legge chiamata Special Tourist Accomodation Plan, ossia Piano Speciale per l’Alloggio di Turisti, con lo scopo di ridistribuire il grande flusso di persone nelle varie aree della città. Questa è stata la prima legge in Europa sviluppata per regolare il mercato degli affitti ai fini turistici. L’obiettivo è di utilizzare le risorse che esso offre per riqualificare aree più depresse della città e attenuare il fenomeno di gentrificazione.

Altre città europee e americane si stanno muovendo per mettere un cappello a questo tipo di speculazione. Paesi estremamente liberali come l’Olanda e città come San Francisco, hanno già imposto dei limiti molto forti a privati che usufruiscono di piattaforme come Airbnb. Nello specifico, la città di Amsterdam ha limitato i giorni che un privato può affittare la sua casa a 60 giorni e San Francisco 75. Superata la soglia prestabilita entrano in gioco permessi, e regimi fiscali differenti. In aggiunta hanno anche messo la regola del One Host, One Home, ossia un ospite e un proprietario di casa. Non è quindi più possibile affittare la propria casa senza che il proprietario sia presente al momento del soggiorno dell’ospite.

Che cosa può imparare Arezzo e l’Italia da questi esempi? Come ogni altra attività economica il turismo ha la capacità di portare ricchezza in grado di permettere alle casse comunali di mantenere il grande patrimonio storico e architettonico della città e di incanalare questa ricchezza verso progetti che sono di beneficio per tutta la popolazione. Il rischio che però si corre è che lo sfruttamento selvaggio di questa risorsa possa portare alla distruzione del tessuto sociale che popola la parte vecchia della città e le nostre campagne.

Ad Arezzo è già possibile vedere una forte frattura tra il tessuto cittadino del centro storico, la campagna e quella terra di mezzo che sta tra i due, che è la periferia - con quartieri come Saione, Pescaiola, Giotto e via dicendo. La maggior parte dei quartieri localizzati fuori dalle mura sono quelli che rimangono sostanzialmente intoccati dal turismo e dai suoi benefici economici. La domanda a questo punto è: come far si che i benefici economici e culturali portati dal turismo possano fluire anche a quella parte della popolazione che non possiede attività nel centro storico, o appartamenti centrali o in campagna da affittare a turisti? Ed in fine come fare per far si che un cittadino che vive ad Arezzo si possa permettere di vivere nel centro storico senza per forza dover affittare un appartamento agli stessi prezzi di un turista che viene in città per qualche giorno?

A Cortona per esempio ci sono più di 3000 persone che lavorano nel settore del turismo, circa un 15% della popolazione - la forbice si allarga se consideriamo che la maggior parte di queste persone ha una famiglia che viene sostenuta da questi introiti. Da molti, questa piccola città viene considerata un ottimo esempio da seguire per quanto riguarda la promozione del territorio. Ma tutti sanno che la qualità di vita delle persone che vivono il paese non si basa solo sul volume degli affari generato. Si tratta anche di vivibilità della zona e della città. Le problematiche sono davanti agli occhi di tutti, ma difficilmente se ne parla. La città infatti, non ostante il grande successo turistico, sembra che abbia perso qualcosa.

D’estate le strade del centro sono piene di turisti che guardano attoniti la bellezza che li circonda e il corso è pieno di negozi che mettono in mostra tutta la bellezza che hanno da offrire. Ma se si guarda più attentamente si potrà notare che la gente del posto non ci vive in centro. D’estate se ne sta lontana dalle strade piene di turisti e si ritira in qualche bar ai confini della città o in periferia. Quando poi arriva la bassa stagione la città va in letargo. Chiude tutto e il centro rimane vuoto. Quei pochi coraggiosi che vi si avventurano sentono le loro voci rimbombare tra i muri delle strade deserte. È doloroso dirlo, ma il centro storico è diventato una macchinetta per soldi, un teatrino che incarna lo stereotipo irreale della vita toscana.

Quello di Cortona non è un caso isolato, è un fenomeno presente in molte parti d’Italia e che sta cambiando la vita e la struttura economica e sociale di moltissime città. Proprio per questa ragione fa paura sentir parlare di un “incremento della promozione tramite i social network della propria cultura in modo da coglierne le potenzialità attrattive”, e “migliorare il nostro appeal verso i mercati internazionali”. La logica di promozione commerciale della nostra cultura, del nostro patrimonio artistico, immobiliare e culinario rischia di sfuggirci di mano più di quanto già non lo sia. Rischiamo veramente di trasformare la nostra città e la terra in cui viviamo in un gigantesco parco a tema alla mercé dei capricci dei turisti con i soldi che si aspettano cose che non esistono. Rischiamo veramente di svuotare completamente il centro storico e lasciarlo nelle mani dei turisti e delle grandi catene di negozi che vendono roba fatta in Cina.

La domanda che adesso nasce spontanea è, come cercare di disciplinare il turismo, di domare questo cavallo imbizzarrito per cercare di trarne il meglio senza soccombere sotto una dipendenza eccessiva? Come possono gli aretini, e più in generale gli italiani, tornare a vivere il centro delle loro città senza necessariamente trasformare i loro gioielli in delle macchinette da soldi per turisti? Come riportare il centro produttivo, gli artigiani, gli artisti, e le persone normali nel centro storico? Come fare a rivitalizzare i quartieri periferici senza lasciarli in un completo stato di abbandono da parte delle istituzioni e dell’economia?

 

 

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