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Banca Etruria: Storia semiseria intorno alla fine di una istituzione semimassonica

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Banca Etruria: Storia semiseria intorno alla fine di una istituzione semimassonica

Ho letto l’intervista rilasciata da Rossano Soldini alla Nazione di oggi. Credo che siano le parole di verità piu’ autentiche che siano mai state scritte su questa dolorosissima vicenda.

 

Banca Etruria nasce per volontà di importanti cittadini aretini e solo una parte di loro erano massoni (ma non sarà mai questa la cifra della sua esistenza come banca).

In seguito, esponenti del Grande Oriente hanno spesso cercato di dire la loro, ma altrettanto spesso sono stati sostanzialmente inascoltati.

Nasce inizialmente come costola della Cassa di Risparmio di Firenze. Dopo alterne e turbolente vicende, tra chi voleva restare nell’alveo dell’istituto fiorentino e chi invece premeva per una autonomia territoriale, il 5 gennaio 1882 viene fondata la Banca Mutua Popolare Aretina.

Sede storica il palazzotto di Corso Italia dove piu’ o meno son sempre rimasti alcuni uffici della banca. Per i suoi primi 50 anni fa quello che han fatto tutte le piccole banche locali immerse in una economia esclusivamente agricola.

Nel 1938 assorbe la Banca Popolare di Sansepolcro che era stata fondata nel 1888. Per ulteriori 50 anni resta una banca poco piu’ che stracittadina, crescendo all’interno dei ristretti spazi di una società che vede però nel dopoguerra una espansione industriale a dir poco sbalorditiva. Quasi al termine di questo periodo di boom economico, la Banca Mutua Popolare Aretina comincia a guardare oltre i propri confini provinciali. Nel 1971 aggrega la Popolare Senese e la Banca Popolare della Provincia di Livorno, dando vita alla "Banca Popolare dell'Etruria". A seguire vengono incorporate la Banca Popolare di Montepulciano nel 1972, la Banca Popolare di Cagli nel 1982 e la Banca Popolare di Gualdo Tadino nel 1987.

Nel 1988, esattamente 50 anni dopo quella prima incorporazione, il primo vero passo falso acquistando la Banca Popolare dell’Alto Lazio. All’epoca si fece un gran parlare di questa fusione: si citano ancora oggi, a proposito ed anche a sproposito, le possibili pressioni esercitate dall’allora padre e padrone della politica italiana Giulio Andreotti, per favorirne il passaggio. 

I dirigenti di quella travagliata fase storica, ricordano quel periodo come un’epoca di preoccupazioni. Nella banca incorporata molte cose non andavano. I bilanci non davano ragione di perdite attraverso partite irrecuperabili che tolsero il sonno a piu’ di un funzionario. E’ certamente un dato di fatto che la floridezza dei suoi primi 100 anni di vita, non tornerà piu’. Ma tant’è: il 31 dicembre 1988 nasce la Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio: Obbiettivo (obtorto collo) gettare le basi per un ulteriore sviluppo in Italia Centrale, con un'espansione della rete commerciale in Lazio, Abruzzo, Toscana, Umbria e Marche, fino a Milano.

Nel 1990 avviene l'incorporazione della Banca Cooperativa di Capraia Montelupo e Vitolini.

Il titolo Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio viene quotato alla Borsa Italiana nel 1998. Nel 2001 viene registrato il marchio commerciale. Il 2 aprile dello stesso anno il titolo entra nell'indice FTSE Italia STAR della Borsa Italiana.

Già qui si potrebbe fare una prima riflessione: come è pensabile che una banca cooperativa, che dovrebbe avere nel rapporto privilegiato con i suoi cooperanti il suo fine ultimo, si quoti in Borsa?  Significa gestire una holding che si estende ormai in sette regioni, attraverso un sistema di votazione per testa e non per azione (manco in un condominio visto che si vota in base alle quote millesimali). Significa consegnare un istituto finanziario nazionale al controllo di gruppi di potere locale, trasversali anche ai partiti (e pure alla massoneria) che fanno quello che vogliono.

Ho esultato quando il governo Renzi ha obbligato le popolari a trasformarsi in SPA e diventare finalmente società serie. (UBI Banca è una SPA)

Nel periodo che va dalla incorporazione della Popolare Alto Lazio alla quotazione in borsa, si scatena una guerra interna senza precedenti. Interna alla banca e interna alla istituzione massonica, culminata con un celebrato “ceffone” (reale e non virtuale) passato alla storia e ancora foriero di ricordi e diatribe. Le divergenze erano ormai insanabili, non ultima quella che vedeva coloro che stavano rendendosi conto del mutare delle fortune della Popolare e spingevano per una cessione in blocco ad un'allora floridissima banca senese.

Come dice giustamente oggi Rossano Soldini, nessuno può sapere come sarebbe stata la storia fatta con i "se" e con i "ma". Se per esempio questa acquisizione avesse calmato il desiderio di espansione senese e quindi evitato l’acquisto da parte di MPS di Antonveneta, scriveremmo oggi una storia completamente diversa.

Sta di fatto che il vincitore di quella guerra fu certamente Faralli, che si oppose sempre e strenuamente, non solo a qualsiasi cessione, ma anche a qualsiasi cambiamento dello stato sociale della banca. Da quel momento però, nessun membro della massoneria aretina è piu’ entrato a far parte del consiglio di amministrazione di Banca Etruria e lo stesso Faralli visse la sua esperienza massonica ai minimi termini.  

Questa affermazione è importante per chiarire dubbi e posizioni, comprese alcune frasi contenute nel libro di De Bortoli che mi paiono un po’ confuse e poco attendibili. In questo periodo cominciano invece le fortune degli uomini della ex DC, non ultimo Giuseppe Fornasari: certamente il politico di maggior prestigio a cavallo del millennio. Non scomodiamo invece l’Opus Dei per ogni complotto: si trattò di uno spostamento, soprattutto nella persona del presidente, dei suoi riferimenti politici. Salvo poi pagarne giustamente il fio. Va invece notato che, contemporaneamente a questi eventi, cominciarono ad acquisire potere consorterie territoriali e assi trasversali al mondo economico.

I due colpi finali alla solidità dell’istituto, arrivarono da lì a poco, con le due ultime acquisizioni: nel 2006 la storica banca privata fiorentina, Banca Federico Del Vecchio, pagata almeno il doppio del suo valore (se si prendono come riferimenti importanti perizie di stima dell’epoca) e almeno il triplo del valore attribuibile oggi, ma la svalutazione successiva fa parte del rischio e anche del gioco.

Nel luglio del 2008 entra nel gruppo anche Banca Lecchese e l’Assemblea straordinaria dei soci approva “Banca Etruria” come nuovo nome commerciale del gruppo.

E’ la goccia che fece forse traboccare il vaso e spinse, attraverso una specie di colpo di mano che già abbiamo raccontato nei dettagli, il CDA nel 2009 a defenestrare Elio Faralli.

Se l’intento dei montagnardi era di aprire la finestra per fare entrare aria fresca in banca, aihmè il risultato non fu quello sperato.  Anzi, da quella finestra entrò il peggior tanfo circolante nel paese.

Il vecchio Faralli in ultimo ormai considerava Banca Etruria un po’ casa sua e non ammetteva nessuno sulla sua strada. Ci provarono sostituendolo con Fornasari quando ormai era troppo tardi e l’uomo non era per giunta all’altezza del ruolo. Essere stati buoni politici, a seconda dei punti di vista, non garantisce di essere anche  buoni banchieri. Anzi tutt’altro e da qual momento inanellarono una serie di errori, uno dopo l’altro.

Favori o non favori, abboccarono alle truffe piu’ disparate e cercando di rimediare ad una situazione grave l’hanno fatta diventare drammatica, facendo solo altri danni.

Da quel momento in poi infatti la banca finisce sempre piu’ sotto i riflettori massmediatici e soprattutto sotto quelli degli ispettori di Bankitalia. Fino al collasso finale, di cui nemmeno gli ispettori citati, erano in grado di prevedere gli esiti.

L’applicazione nemmeno richiesta del "bail in", ha invece mostrato i limiti delle leggi scritte a tavolino da passacarte che non hanno nessuna esperienza sul campo, non comprese da politici che non han capito cosa stavano approvando e applicate da organi di vigilanza che cadevano dal pero dopo ogni contraccolpo sociale.   

Ciò che ancora oggi mi stupisce, è che nella stanza dei bottoni di BE non si avvertisse il medesimo tanfo.

Il giorno di aprile in cui Fornasari si dimise e come una catena di S. Antonio il vice diventò presidente e via a scorrere con Boschi nominato vice presidente, io feci subito un divertente parallelismo con il re di maggio, pensando a Rosi che secondo me avrebbe fatto presto la medesima fine.

Non durò solo un mese, ma poco piu’.

Al di là della dietrologia, credo che piu’ che la politica o la massoneria, qui abbian giocato un ruolo determinante gli uomini e non le istituzioni o i partiti, in una amara riflessione che condivido appieno dal filosofo Cacciari, quando lamenta il medesimo andazzo un po’ ovunque in Italia.

Sopravviveremo tutti certamente, ma personalmente non vorrei esser nei panni di coloro che hanno scritto GAME OVER sui muri di Banca Etruria. 

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