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Cantarelli non è un caso anomalo, ma la rappresentazione esatta del dramma economico italiano

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Cantarelli non è un caso anomalo, ma la rappresentazione esatta del dramma economico italiano

La crisi del tessile abbigliamento è ormai irreversibile. Nessuno sarà mai così tanto folle da farsi carico di un moribondo in stato vegetativo.

 

A partire dalla seconda metà degli anni ’90, fu chiaro a tutti che l’intero settore era condannato. Per chi cerca di essere ottimista ad ogni costo, si potrebbe affermare che nel periodo, si sarebbero semplicemente creati quei processi di selezione di impresa, già innescati dalla forte concorrenza internazionale seguita alla caduta dei blocchi e dalla fine della guerra fredda e sempre un’analisi ottimistica, potrebbe suggerire che i processi di chiusura hanno interessato soprattutto le piccole imprese, i settori tradizionali e i distretti industriali. Frasi che mi ricordano tanto le ritirate strategiche raccontate dall'istituto Luce! 

In realtà la crisi dell’abbigliamento si è abbattuta sulla nostra provincia nel totale disinteresse della politica e delle categorie economiche, ma quel che è peggio, a farne le spese non è stato e non sarà solo un comparto produttivo, o un distretto industriale, ma un intero know how, un bagaglio di conoscenze che stanno per andare perdute per sempre. E forse è già troppo tardi.

La verità è che gli imprenditori del tessile abbigliamento, sono stati a lungo trattati dal sistema bancario, dalla classe politica e dal sentire comune, come dei “pezzentoni”: i parenti poveri degli industriali veri, con poche speranze e punto futuro. Facendo sentire a tutti, Cantarelli compreso, un profondo senso di abbandono.

Chi crede che per fare uno stilista serva solo avere gusto, una matita per disegnare e un foglio di carta da imbrattare, non ha capito nulla della storia e del valore del made in Italy.

Soprattutto tra i giovani è diffusa questa credenza, questa sorta di leggenda metropolitana, che porta tanti a tentare la strada della moda, salvo alla fine ritrovarsi sommersi dai debiti e con poco piu’ di un pugno di mosche in mano.  

La storia del buon gusto e dell'eleganza italiana, ha le sue origini nei laboratori e nelle botteghe artigiane, tra le sartine e le sartorie affermate, laddove i ragazzi e le ragazze andavano ad apprendere un mestiere.

Erano gli anni del dopoguerra, un paese da ricostruire e un mestiere da imparare con urgenza per portare a casa pane e companatico.

Anni lunghissimi, malpagati quando andava bene, chini su un pezzo di stoffa con un ago in mano, iniziando con le imbastiture e i “punti molli”, per passare solo dopo anni di lavoro, al cucito vero e infine al taglio.  

Da quelle sartorie sono usciti i giganti della moda, Versace, Valentino e il boss di tutti i tempi Giorgio Armani. Solo per citarne alcuni senza fare l’elenco dei nomi che hanno reso grande l’Italia nel mondo.

Quei giovani sarti e quelle giovani sarte, sono state l’ossatura attorno a cui si è costruita l’industria della moda che negli anni ’70 e ’80, che ha fatto scintillare le sfilate milanesi di pret a porter, relegando i parigini in nicchie di mercato di elevata qualità, ma sempre piu’ esigue.

Pochi sanno che un abito da uomo (il top delle difficoltà della categoria) è composto da oltre 240 pezzi di tessuto, ciascuno con forme precise a seconda della taglia, “intacche esatte” per la sua industrializzazione, e accessori interni complessi ed elaborati. Spesso il solo spostamento di una di queste “intacche” o il cambio di alcuni di questi accessori, determina un radicale cambiamento di immagine e di stile.

Un’azienda di confezioni è alla fine il risultato di anni di addestramento, di professionalità cresciute con investimenti umani incredibili, con un know how trasferito dai sarti che ne studiano le linee, alle operaie che docilmente realizzano il lavoro.

Per fare una “manicaia” (attacca le maniche alla spalla) possono servire da uno a due anni di costante applicazione. Per fare un tagliatore idem, ma per imparare a tagliare un tessuto a quadri a volte serve anche molto di piu’. Per stirare una giacca (sapendo magari coprire anche qualche piccola magagna) non meno di un anno di addestramento.   

Come in ogni cosa umana, lo stesso oggetto può essere di qualità elevatissima, con accortezze tecniche di grande livello, oppure può essere tutta apparenza.

Osservando il risultato appeso ad una gruccia, difficilmente è possibile capire quanto grandi siano le differenze. E’ solo indossandolo ogni giorno che sarà facile comprendere presto cosa significa essere vestiti eleganti o insaccati come salami in un pezzo di stoffa. Perché spesso non è ciò che è visibile a fare la differenza, ma ciò che sta dentro, la qualità dei crini, delle fodere, delle spalline e dei plastron, (solo per citare qualcosa) di cui normalmente nessuno sospetta nemmeno l’esistenza.

La Cantarelli, per chi non l’avesse mai conosciuta, è stata la punta piu’ elevata della qualità nel comparto industriale aretino, tra le prime in Italia.  

Un’azienda in cui la specifica “Made In Italy” brillava di luce propria, facendo sognare chi osservava le vetrine in cui i suoi capi erano esposti, fossero in Via Montenapoleone, in Via Condotti o nella quinta Avenue.

Questo tipo di aziende hanno tra le varie voci di spesa, due fondamentali: il lavoro e l’energia. Per avere un metro di giudizio, basti pensare che il solo valore della manifattura sommato al conto energia, rappresenta un ordine di grandezza pari ad almeno 4/5 volte i costi delle materie prime che vengono lavorate. Sul primo è inutile dilungarsi: sappiamo tutti che il costo del lavoro in Italia è tra i piu’ alti del mondo. Laddove non è possibile affidarsi all’automazione, ma alla mano dell’uomo, quando è la maestria delle operaie a fare il prodotto, il costo del lavoro è una variabile imprescindibile della crisi irreversibile che le ha travolte. Ma non l’unica.

Volendo fare una stima a spalmi, posso calcolare che per mettere in moto una fabbrica con circa 200 addetti (bei ricordi quando erano oltre 1500) servono circa 250/300 kw/ora di energia elettrica e una enormità di litri di gasolio al giorno per generare il vapore necessario alle linee. Dopo il costo del lavoro, se c’è qualcosa che rende l’Italia l’ultimo paese dove far aprire aziende, è il costo della bolletta energetica, a cui naturalmente aggiungere la gran botta dell’IMU, della TARSU, e di tutto il resto della burocrazia, delle imposte e delle gabelle che gravano su di esse. Laddove l’utile marginale si è talmente ridotto, che è sufficiente il 10% di assenze per andare in profondo rosso, quale speranza di sopravvivenza per una azienda i cui costi sono interamente nelle mani dei carrozzoni di stato?

Abbiamo trattato le nostre imprese come delle mucche da mungere, le abbiamo portate allo sfinimento, mentre i paesi a noi vicini organizzavano camere di commercio bilingue per favorire il loro trasferimento. E alla fine le abbiamo macellate, per fornire l’ultima boccata di ossigeno prima dell’asfissia. Adesso ci restano solo i ricordi. Professionalità che ormai sono perdute per sempre, senza il naturale passaggio di testimone da una generazione all’altra.

Primavera 1995. Scendo per la prima volta (delle tante altre seguite dopo), all’aereoporto JFK. Prendo un taxi al volo e l’autista prima che avessi tempo di aprire bocca mi dice “Buongiorno” in italiano. Lo guardo come se avessi davanti a me un prestigiatore e rispondo buongiorno. Mi domando come avesse fatto a capire che ero italiano. Nulla addosso a me portava alcun segno riconoscibile. Ero vestito come sempre, anzi, come uno che scende da un volo di 7 ore. Prima di uscire dal taxi però decido di togliermi questa curiosità e glielo chiedo. La risposta l’avrete già intuita: solo gli italiani hanno nel DNA il gusto che li fa vestire, con naturalezza e senza alcuno studio, in un armonico insieme di tessuti e colori. 

Venghino siore e siori, venghino… a vedere che cazzo han combinato! 

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