Prima Pagina | Politica società diritti | I morti non hanno un colore politico e gli innocenti sono patrimonio di tutti

I morti non hanno un colore politico e gli innocenti sono patrimonio di tutti

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
I morti non hanno un colore politico e gli innocenti sono patrimonio di tutti

 

Quante stragi di morti innocenti ha visto il passato secolo. Erano innocenti gli ebrei sterminati nei lager, erano innocenti gli armeni sterminati dai turchi, erano innocenti i popoli balcanici sottomessi dagli italiani e uccisi nei nostri campi o nelle nostre rappresaglie, erano innocenti i civili italiani uccisi dai tedeschi per rappresaglia, erano innocenti gli istriani fatti sprofondare nelle foibe, erano innocenti anche i giovani coscritti mandati a morire come carne da cannone.

Quante stragi di innocenti ci sono state nel XX secolo? Tante che è difficile tenerne il conto. Dispiace invece (almeno a me, non se anche ad altri) che ciascuna di questa stragi abbia uno sponsor politico anziché una coscienza piena e civile di popolo.

Dispiace ammetterlo, ma la Germania ha maturato una ben piu’ pesante e coerente coscienza collettiva sulle proprie responsabilità. Noi ci consideriamo italiani brava gente, andati al giro per l’Europa o per il  mondo, con fasci di rose al posto delle baionette o gladioli infilati nelle bocche dei cannoni. Ma non è stato nulla di tutto questo.

Dispiace ricordarlo, ma i primi ad aver usato i gas nervini in modo massiccio su un campo di battaglia, siamo stati proprio noi, italiani brava gente, ben prima del primo conflitto mondiale.  

I giorni della memoria dunque, dovrebbero essere prima di tutto la coscienza delle responsabilità. Quelle responsabilità che hanno visto tanti italiani di religione ebraica, deportati da tutto il Centro Nord verso i lager nazisti, grazie anzitutto a quelle leggi razziali osannate dalla gran parte del popolo stesso.

Il giorno della memoria ha senso dunque solo quando è il risultato di una maturazione storica, di una coscienza collettiva, sia dei propri errori che delle proprie sofferenze. Altrimenti ridurremo queste commemorazioni ad una clava politica per populismi da due spiccioli al chilo. Non meritano questo nessuno dei commemorati.

Oggi, 10 febbraio, si ricordano i morti infoibati.  Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono stati gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano ‘nemici del popolo?

La violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria e le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’italia e la Jugoslavia. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce ancora.

Nel febbraio del 1947 l’italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l’Istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia. Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli.

E però in Italia la sinistra li ignora perchè fuggono da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale.

E, come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, la stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati “cittadini di serie B”, e non approfondisce e non approfondirà mai.

Insomma per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane.

Infine il 10 febbraio del 2005 il Parlamento italiano, finalmente, decide di ricordare e dedica la giornata del ricordo ai morti nelle foibe: inizia l’elaborazione di una delle pagine più angoscianti della nostra storia.

Ma è altrettanto evidente che una semplice corona di fiori a poco serve per fare del giorno della memoria un giorno per ricordare e approfondire. Servono dibattiti, tavole rotonde e confronti pubblici, ma soprattutto serve tanto studio.

Servono le testimonianze, peraltro disponibili a decine sulla rete. Serve il giudizio severo delle nuove generazioni che più dei propri genitori e dei propri nonni, potranno elaborare pensieri puliti dall’inutile ideologia e pronti a fare a meno delle inutili stragi.

Ricordandoci che è a causa del nostro silenzio che domani dovremo fare il giorno del ricordo per gli esuli siriani, proprio quando oggi vorremmo tanto volentieri affondarne i barconi.

Ieri le camere a gas, oggi l’acqua salata e gelida del mar mediterraneo. Ieri la deportazione, oggi le impiccagioni e i tagliatori di teste.

Forse sarebbe bene proprio pensare all’oggi, invece che solo ricordare il passato, lasciando il passato (tutto il passato) al ricordo e allo studio consapevole del libri di storia, com’è giusto che sia.


PS. Alcuni stralci storici sono stati ripresi dal giornale La Voce

  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

0