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Lapidi divelte al cimitero di Cesa: ovvero come riaccendere l’immenso dolore per la morte di un bimbo

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Lapidi divelte al cimitero di Cesa: ovvero come riaccendere l’immenso dolore per la morte di un bimbo

Per qualcuno pare sia solo un gioco: entrare in un cimitero di notte e prendere a calci le povere lapidi, la cui sola presenza lenisce senza sopire, il dolore per le persone che non ci sono piu’. Questo è accaduto a Cesa (Marciano della Chiana) stanotte.

 

Quale spiegazione si può dare all’atto vandalico contro una lapide? Rito iniziatorio? Vaneggiamenti alcolici? Dimostrazione di coraggio? O forse solo la noia di una provincia tutto sommato benestante.

Se affacciarsi a un cimitero può essere forse ancora la bravata di una banda di ragazzi in una notte di alcool e di noia, quei colpi sulle tombe, forti tanto da abbattere e spaccare i sepolcri, no.

Bisogna avere molta rabbia dentro, per mandare in frantumi le dimore di sconosciuti morti, sepolti, su cui ancora si posa il dolore immenso di genitori annichiliti da un destino crudele.

Rabbia per cosa, e contro chi?

Scriveva Marina Corradi due anni fa su Avvenire, che questa rabbia esplosiva riporta a un drammatico episodio della Rivoluzione francese: quando la basilica di Saint-Denis, antica meraviglia gotica e luogo di sepoltura dei re di Francia, venne invasa da un popolo inferocito che, a mazze, a picconi, mandò in frantumi i candidi volti e corpi di marmo di re e regine, e scoperchiò i sepolcri.

La furia profanatrice di Saint-Denis però esplose all’interno di una rivoluzione epocale, di una ribellione radicale al sistema che aveva retto un mondo, ormai divelto.

I vandali dei cimiteri di oggi, nulla hanno di quest’aura epica e tragica, attorno.

È così universalmente tramandato tra noi il principio della pietà per i morti, è tanto antico questo tacito patto, che il vederlo violato, e senza una ragione, turba.

Come un segnale profondo e tellurico, difficilmente decifrabile, come il sintomo di una ignota malattia.

Mario Luzi in una sua poesia, "Padre dei padri", alludeva a un legame spezzato, a un testimone non passato da questa generazione ai suoi figli.

«Quali erano quei numinosi patti?/ Ne portano essi solo l’ombra/ e il cruccio di un tradimento...», recitavano quei versi.

Patti silenziosamente spezzati, tra padri e figli, patti annichiliti nella dimenticanza o nel rumore. Profanare a bastonate le tombe senza nemmeno, attorno, l’aura sanguinosa di una rivoluzione.

Senza sapere perché, ma con qualcosa di indicibile addosso, come una inconscia rabbia di figli traditi… o forse soltanto annoiati!

A noi non resta che difendere, non tanto i resti mortali di chi non c'è piu', ma il dolore infinito che ad essi sarà per sempre legato. 

 

 

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