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4 novembre '66. Quando il cielo cadde su Firenze (dal diario di Gianfranco Giovacchini - II parte)

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4 novembre '66. Quando il cielo cadde su Firenze (dal diario di Gianfranco Giovacchini - II parte)

Ciò che fa piu' orrore leggendo queste pagine, è il pensiero che ripresentandosi oggi la medesima sequenza di eventi metereologici dei primi giorni di novembre del '66, accadrebbe di nuovo piu' o meno la stessa cosa.





L'alba del terzo giorno 


Alle sei del mattino mi affacciai alla finestra.

Era il 6 novembre, 3 giorni dopo, il mattino gli argini erano visibili.

A sinistra c’era ancora acqua, da via Quintino sella e da tutte le traverse, l’acqua sarebbe defluita più lentamente, doveva trovare uno sfogo differente dall’Arno.

A destra il fiume era rientrato.

Avevo sotto gli occhi la figura apocalittica del dopo, inaspettata e inimmaginabile, mobili, porte, auto e cose sepolte sotto un mare di fango e di melma.

Pompieri, esercito e una moltitudine di persone con ruspe e scavatori stavano ripulendo il lungarno dal fango e rimuovendo gli ostacoli accatastati.

C’era di tutto, automobili rovesciate, tronchi d’albero, e una miriade di altre cose, e …. tanto fango.

Pensai:

 “E’il preavviso di ciò che avremmo trovato anche lungo le nostre vie.”

La radio continuava:

“Tutto il mondo è in apprensione per i tesori artistici di Firenze e si sta mobilitando in una commovente e grandiosa catena di solidarietà.

La solidarietà dei volontari, che cominciano a mobilitarsi da ogni parte, ha un ruolo decisivo nell’opera di soccorso che, in una lotta contro il tempo, deve risollevare una città prostrata dal disastro.

”Inaudite le proporzioni dell'alluvione, supera di gran lunga tutte le precedenti inondazioni compresa quella del 1844, non si conosce ancora il numero delle vittime.

La città è stata invasa da 250.000.000 m³ d'acqua e 600.000 m³ di fango.

Ai danni dell'acqua si aggiungono quelli del fango”.

Verso le dodici ero sceso al pianerottolo, volevo entrare in casa e vedere cosa era successo. 

L’acqua era scomparsa ma era stata sostituita da melma.

Circa trenta centimetri di fango ricoprivano il pianerottolo.

Scesi nel fango fino a sotto il ginocchio, misi la chiave nella porta, non si apriva, mi feci aiutare dal signore della porta accanto e riuscimmo ad aprirla.

Fortuna volle che non c’era mia madre, non le avevo detto che avrei provato a entrare in casa.

Uno spettacolo agghiacciante. 

Fango fino al ginocchio, porte divelte, sedie mezze sommerse dal fango, mobili rovesciati e, sotto il fango, biancheria e vestiario.

Quelli che avevo messo sui piani alti erano sparsi dappertutto e i muri erano intrisi di gasolio.

Insieme al mio vicino rimanemmo a guardare in silenzio, ammutoliti.

Dovevo cercare di alzare le porte contro le pareti, rimuovere i mobiletti e le sedie, raccogliere e ammucchiare da una parte oggetti, indumenti e biancheria.

Non risolvevo niente ma sarebbe stato meno traumatico per mia madre e mia sorella. 

Insieme al signore della porta accanto, in poco tempo, cercammo di mettere un po’ di falso ordine nei due appartamenti.

Chiusi la porta e risali ai piani superiori, ora veniva il peggio, dovevo preparare mia madre.

Nei lungarni intanto, i lavori per ripristinare la viabilità procedevano veloci.

Avevo parlato con mia madre e avevo cominciato a prospettargli la possibilità che la casa fosse piena di fango, la nafta fuoriuscita dalle caldaie avrebbe sicuramente imbrattato mobili e muri, dopo sarei andato a vedere.

Mia madre non volle conoscere ragioni, sarebbe venuta con me.

Erano ormai le tre, l’acqua aveva lasciato libera la strada del mio portone ma, per circa due metri, era ancora presente nei giardini interni e in via Quintino Sella.

Prima di scendere mi affacciai alla finestra e, con le lacrime agli occhi, riconobbi mio padre e mia zia in piedi sul lungarno.

Salutai con le braccia ma non ricevetti risposta, probabilmente mio padre stava guardando verso le finestre di casa e non alto, dove mi trovavo.

Chiamai mia madre che, visto mio padre, cominciò a piangere.

Cercavo di convincerla sull’opportunità di portare mia sorella sul lungarno e che noi fossimo andati con lei, sicuramente la zia aveva predisposto per ospitarci, saremmo andati a dormire da lei.

Domani, nella mattinata, quando l’acqua fosse completamente defluita, saremmo tornati tutti insieme per vedere la casa e le sue condizioni.

Andare ora era inutile, fra poco sarebbe stato buio, era meglio passare la serata in compagnia del babbo e degli zii.

L’amica di mia madre disse che avevo ragione e che doveva ascoltarmi.

Domani sarebbe stata più tranquilla e avrebbe potuto affrontare il problema con il sostegno di mio padre.

Lei sarebbe andata via appena suo figlio fosse venuto a prenderla.

Tutti avevano paura del fango e non intendevano muoversi fino al giorno dopo.

Io, invece, non vedevo l’ora di uscire da quella tremenda prigionia, non avevo paura del fango, lo avevo già sperimentato in casa.

Ero riuscito a convincere mia madre e, prima che cambiasse idea, le feci preparare la borsa con i documenti e le cose più care, me la misi a tracolla e, afferrando per mano mia sorella, cominciai a scendere le scale.

Mia madre mi seguiva.

Mentre scendevo, pensavo a come mi dovevo comportare una volta arrivati al pianerottolo di casa pieno di fango.

Dovevo prendere mia sorella sulle spalle e, velocemente senza lasciare il tempo di riflettere a mia madre, entrare nell’ingresso del condominio, la porta era aperta. Scendere i cinque scalini con molta attenzione, era facilissimo scivolare sul fango, aprire il portone esterno, superare gli altro quattro scalini, uscire nel marciapiede e su verso il lungarno.

Fu molto dura.

Mia sorella piangeva impaurita, pesava sempre di più, mia madre si attaccava al mio braccio, non ce la facevo più.

Ero sprofondato nel fango fetido e vischioso fino alle ginocchia e le scarpe piene di melma erano pesantissime. 

Dissi a mia madre di rimanere ferma sul marciapiede attaccata alla ringhiera, avrei portato Patrizia e sarei tornato indietro a prendere lei.

Mia madre, molto impaurita, capì il mio disagio e, anche se a malincuore, acconsentì.

Mio padre, intanto, viste le mie intenzioni, insieme a due militari con stivaloni mi venne incontro, uno dei due militari prese mia sorella sulle spalle e l’altro andò a prendere mia madre.

Arrivai esausto sulla strada, salutai mio padre e mi misi a sedere per terra.

Mia zia venne ad abbracciarmi piangendo mentre mio padre, che aveva avuto il permesso di accedere nel lungarno, portò mia sorella nella campagnola del suo amico.

Tornò indietro e andò a prendere mia madre, piangevano tutti.

Salimmo in macchina e, velocemente, percorrendo i lungarni che erano stati resi agibili e transitabili per i soccorsi fino a piazza Beccaria, ci dirigemmo a casa della zia in piazza Cavour.

Lo scenario che si presentò era quello di un’apocalisse.

C’era fango ovunque, le strade sembravano un cimitero di auto, fui preso dallo sgomento al vedere quelle immagini raccapriccianti, un gran puzzo di nafta ovunque.

Gente disperata, trattenuta da polizia e militari, cercava di entrare nelle zone alluvionate non considerando che erano

d’intralcio ai militari e ai soccorritori.

Fu in quel percorso, che mi resi conto dell’enormità dei danni.

Tornai indietro di poche ore con il pensiero e mi  tornarono alla mente i terribili e sconcertanti i momenti che avevo vissuto:

“La mia auto che se ne andava come una barca, la curva d’acqua rialzata nel percorso dell’Arno.


La vista di Gavinana senza alberi, sradicati dalla furia delle acque, che era diventata un’immensa distesa d’acqua.

Via Quintino Sella che sembrava un fiume in piena con letti, auto e mobili che erano trascinati dalla furia della corrente.

L’acqua che, per ore e ore, aveva continuato a salire senza mai fermarsi.

La notte senza luce vissuta nell’incognita di quello che sarebbe successo, la visione di casa mia quando ho aperto la porta, e infine la distruzione che stavo vedendo ora”.

Tutte cose che sarebbero rimaste scolpite per sempre nella mia memoria.

Passammo la sera a raccontare i tremendi momenti vissuti, le paure e l’impotenza di fronte agli eventi, il timore di essere abbandonati, la solidarietà e l’unione che si era creata fra tutti gli inquilini.

Io, stanco della tensione della giornata, lasciai tutti a tavola e me ne andai a letto, domani sarebbe stata un'altra giornata terribile.

L’indomani, io mio padre e mia madre, saremmo andati a

casa.

Al mattino ci avviammo, lungo via Scipione Ammirato, verso casa, in Piazza Alberti cominciava il fango, passammo un posto di blocco dei Carabinieri.

Fu il nostro primo incontro con le macchine sfasciate e ammucchiate, i negozi sfondati e svuotati di tutto, i mobili rotti delle abitazioni, detriti di tutti i generi e con il peggior nemico di tutti, la fanghiglia untuosa e appiccicosa, mischiata col gasolio dei serbatoi sventrati che imbrattava tutto e tutti. 

Molte finestre spalancate e scure, portoni aperti e sfondati, la distruzione, la città era stravolta.

Le abitazioni nei seminterrati erano ancora piene d’acqua. 

Una popolazione sgomenta era tornata a muoversi nel terrificante scenario della città devastata.

C’era gente dappertutto, gente che lavorava, che svuotava negozi botteghe, nella speranza che ci fosse qualche cosa da salvare.

Gente attonita, disperata, con il coraggio di combattere che aveva iniziato la lotta, tutta unita nella disperata lotta, difficile e coraggiosa di salvare il salvabile.

Era una lotta contro seicentomila tonnellate di fango immondo, intriso di nafta e crudele, il sole lo faceva ribollire e cominciava a farsi sentire il primo fetore delle carogne degli animali.

Mai, come in quei primi giorni, sotto l'acqua e il fango, con la mancanza di viveri e soccorsi, avevo sentito e capito la fragilità dell'uomo.

Una moltitudine di militari e volontari stava ripulendo le strade con ruspe, camion e badili.

Era cominciata l'operazione di ripulitura della città.

Nel centro della piazzetta vicino a casa mia, o meglio, di quella che una volta era una piazza e ora una discarica di macchine sfasciate e detriti di tutti i generi, una gran folla era accalcata intorno a un camion, era iniziata la distribuzione dei soccorsi.   

Persone che chiedevano latte per i bambini e pane e generi di primo soccorso, fra loro, notai individui, non degni di essere chiamati persone, che non abitavano nella zona alluvionata e stavano prendendo aiuti sottraendoli a coloro che ne avevano veramente necessità.

Noi non ci fermammo, dovevamo andare a casa, a quello che era rimasto di casa.

Arrivammo in via Zanardelli, dove ancora non era stata iniziata la pulizia della strada.

Avevamo grossi stivali di gomma che ci aveva comprato mio zio, ora erano introvabili e avevano decuplicato il prezzo.

Entrammo in casa, mio padre e mia madre sbiancarono e scoppiarono in pianto, io aprì tutte le finestre e dissi che dovevamo cominciare a liberare la casa dal fango.

Volevo sapere di cosa avevamo bisogno, sarei andato a trovarlo.

Mio padre, arreso alla realtà, disse che per il momento avevamo bisogno di due pale e secchi.

Nei giardini sotto i terrazzi c’era ancora acqua, gli inquilini dei sottosuoli non c’erano, avrebbero aspettato che l’acqua defluisse totalmente e solo allora sarebbero intervenuti con l’aiuto di militari e volontari.

Il problema era dove gettare il fango.

L’unico posto era ai bordi della strada, o nel vicolo accanto al terrazzo.

Cominciammo a gettare il fango nel pianerottolo, da lì nell’androne e poi fuori nella strada.

Era un lavoro lungo e faticoso.

Mia madre stava cercando di scegliere i vestiti e la biancheria rimasta nelle parti alte degli armadi, quella che era a terra in mezzo al fango era irrecuperabile perché intrisa di gasolio. 

Dalla cucina, cosa non molto corretta ma senza che fosse causa di danni, attraverso il terrazzo, io buttavo direttamente il fango nel giardino di sotto.

Mia madre mi vide e mi rimproverò aspramente, io risposi che sotto c’era quasi un metro di fango e quattro palate in più non avrebbero fatto nessuna differenza, mentre avrebbero notevolmente accelerato le nostre operazioni.

A pranzo arrivo mia zia con mia sorella, ci avevano portato dei panini e dell’acqua.

Dissero che stavano distribuendo generi di prima necessità e coperte ai camion dei soccorsi.

Mio padre disse alla zia di andare a prendere delle coperte e degli stivali e qualche scatoletta di generi alimentari.

Mia zia rientrò dicendo che era impossibile, la gente era tanta e tutti cercavano di prendere tutto quello che potevano a piene mani e a più riprese.

Decisi di andare io, avevamo necessita d’acqua e coperte.

Sulla via, numerosi erano gli ammassi delle suppellettili e del mobilio che l'acqua aveva danneggiato all'interno delle case.

Ciò che vidi quando arrivai ai camion, mi lasciò esterrefatto.

Centinaia di persone che si spingevano, si urtavano e si offendevano per il posto, ma, la cosa peggiore è che vidi tanta gente che non aveva subito danni, altra che veniva da quartieri, dove l’acqua non era arrivata, tutti chiedevano pasta, scatolette, zucchero e altri generi alimentari.

Quelli che non vedevo erano quelli più danneggiati, non avevano tempo di fare code o liti, erano occupati a ripulire le case e a cercare di salvare il salvabile.

Vidi un vigile che si stava avvicinando insieme a un ufficiale e ad altri due signori, mi avvicinai e dissi:

“ Guardate è un’indecenza, sapete quante persone o famiglie che hanno subito i danni di questa catastrofe, sono fra quella gente?

Nessuno, forse io che sono arrivato in questo momento.

Mio padre e mia madre, così come quasi tutti i nostri vicini, stanno tentando di liberare le case dal fango, dagli oggetti distrutti e provare a recuperare e salvare tutto quello che è possibile.

Molti hanno i figli piccoli e non hanno la possibilità di mandarli in mezzo a questa masnada di simulatori e approfittatori.

Pensate che questo sia aiutare?

Soccorrere?”

Me ne andai.

Credo che in molti si fossero resi conto della situazione, dal tardo pomeriggio era necessario, per accedere ai soccorsi, mostrare un documento che certificasse la residenza.

La sera a buio tornammo dalla zia.

Ci eravamo resi conto che il lavoro di pulizia sarebbe stato lungo.

Tutte le pareti, così come i mobili, erano impregnate di gasolio e l’umidità era arrivata al soffitto. 

Domani, oltre a seguire lo smaltimento del fango, più se ne levava e più ricompariva, dovevamo portare dalla zia tutto il vestiario, libri, oggetti di uso comune e tutto quello che l’umidità avrebbe rovinato.

Sicuramente per alcuni mesi non saremmo potuti rientrare in casa.

I giorni che seguirono furono densi di lavoro.

La gente stava diventando sempre più nervosa, lottava per sopravvivere.

Le ferite psicologiche e morali cominciavano a farsi sentire, ingigantivano, stavano tramutandosi in rabbia.

Ricordo che qualche giorno dopo, mentre tutti eravamo intenti a pulire, alcune persone, vestite di tutto punto e molto attente a non sporcarsi, ci indicavano e sorridendo fra loro ci fotografavano.

Un vicino, Valentino, una brava persona ma irascibile e focosa, che abitava nel palazzo di fronte allo stesso nostro piano e che in quel momento era il più vicino a loro, prese il secchio pieno di fango e glielo rovesciò addosso.

Altri seguirono il suo esempio, imprecando, e dicendo a quella gente che si dovevano vergognare e andarsene subito se non volevano correre il pericolo di essere presi a bastonate.

Ricordo anche un altro sconcertante episodio.

Nella piazzetta in via Quintino Sella c’era un camioncino che stava vendendo stivali di gomma, in quel momento era la cosa più ambita e introvabile.

Molta gente intorno stava raccomandandosi e lamentandosi,  il titolare voleva qualcosa come ventimila lire per paio.

Prima dell’alluvione il costo medio era di mille millecinquecento lire.

Non cedeva niente, nonostante le numerose e supplicanti richieste, a una lira di meno.

Lì si sfiorò la tragedia.

La gente inviperite ribaltò il furgone e lo prese, avevano intenzione di linciarlo.

Per sua fortuna accorsero prontamente dei militari e dei poliziotti, glielo tolsero dalle mani e lo portarono via.

Due poliziotti chiusero il camioncino e lo piantonarono fino all’arrivo del carro attrezzi.

Per evitare il ripetersi di episodi di sciacallaggio, cominciò il coprifuoco con un grande dispiegamento di forze di polizia coadiuvate dall’esercito.

Le vie erano pattugliate nel timore che gli sciacalli che avrebbero potuto approfittare delle case e dei negozi aperti o delle vetrine sfondate.

Si poteva entrare nelle zone colpite solo se si era lì residenti.

Oltre le transenne, la sera, una città morta, buia.

Per le strade nessuno.

Solo qualche ombra ogni tanto alla luce di una torcia.

L'unico aiuto finanziario del governo fu una somma di cinquecentomila lire, erogata a fondo perduto ma richiesta e restituita dopo pochi anni.

Le strade erano quasi pulite ma bisognava liberare cantine e interrati.

Tutti i fiorentini, che non si sentivano molto aiutati dallo Stato, si rimboccarono le maniche e si cimentarono in un lavoro durissimo, sostenendo uno sforzo immane, che coinvolse tutta la cittadinanza.

Nonostante tutto, da buoni fiorentini, non fu persa l’indole vivace e irriverente, capace di ironizzare anche sulla tragedia, con l’apposizione di cartelli burleschi sulle vetrine e nei negozi, quali:

“Oggi specialità in umido” o “oggi prezzi sott’acqua” o, come disse il Perozzi nel film Amici Miei.

“Icché si fa oggi? Sci d’acqua! ”.

Se c’è una cosa, oltre all’acqua, che Firenze ricorderà di quel terribile novembre del ’66, è la partecipazione incredibile arrivata da ogni parte del mondo.

Tutta l’Europa, l'America e il resto del mondo furono in apprensione per i tesori di Firenze e si mobilitarono senza esitare formando una commovente, immensa catena di solidarietà.

Arrivarono in città migliaia di volontari che si dedicarono, per mesi, al salvataggio del patrimonio artistico fiorentino.

Nonostante ciò molteplici sono state le perdite del patrimonio artistico e culturale fiorentino:

Migliaia i libri rovinati dall’acqua, sprofondati nel fango, manoscritti e rarissime opere di stampa andarono persi per sempre.

Il Crocefisso del Cimabue, una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, che, nonostante i restauri, è stato irrecuperabile per l’80%.

Le formelle del Ghiberti furono divelte dalle Porte del Paradiso del Battistero.

La solidarietà dei volontari, nella frenetica opera di soccorso contro il tempo, fu decisiva per risollevare una popolazione e una città prostrate dal disastro.

Questa incredibile catena di solidarietà internazionale, l’affetto innato verso il prossimo, la consapevolezza del valore, non solo economico ma soprattutto culturale e di memoria, di ciò che rischiava di andare perduto, rimane una delle immagini più belle nella tragedia anche se nella costernazione per l’immenso disastro.

Rientrare a casa, per l’umidità e per i lavori di bonifica a causa delle infiltrazioni di gasolio, era impossibile, rimanemmo da mia zia in Piazza Cavour.

Ricordo la mia incoscienza giovanile di quei tempi.

Pochi giorni dopo l’alluvione, una sera, portai Rosi in un palazzo a lato del Ponte Vecchio, nella casa di un amico, al quinto piano, camminando fra il fango e la melma, scalzi.

Un'altra volta a casa mia, rimanemmo lì, in una specie di giaciglio improvvisato fra il freddo e l’umidità.

Tentai inutilmente, con un lungo lavoro, di rimettere in funzione la mia seicento, il motore andava bene ma l’odore di putrefazione interno era irrimediabile.

In questo difficile periodo pieno di difficoltà, anche logistiche, in famiglia avevamo necessità di un’auto.

Viste le agevolazioni concesse dalla Fiat, uno sconto del 40% per gli alluvionati più il 20% per i dipendenti FIAT, decidemmo, con mio padre, di comprare una nuova auto, una 850.

Non era il momento giusto ma l’occasione era irripetibile.

La SITA, dove lavorava mio padre, era Fiat e gli avrebbero consegnato la macchina subito. 

Avevo ricominciato, nel tempo libero subito dopo aver ripulito la casa dal fango, a frequentare Piazza San Marco, il Ponte Vechio e piazza Signoria. 

Tutti gli amici, non alluvionati mi furono molto vicini e mi sostennero in tutti i modi possibili.

 

 

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