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4 novembre '66. Quando il cielo cadde su Firenze (dal diario di Gianfranco Giovacchini - I parte)

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Ricostruzione grafica del livello delle acque il 4 novembre '66 Ricostruzione grafica del livello delle acque il 4 novembre '66

A 50 anni di distanza da quei giorni tristi, che videro anche morti e feriti, ho chiesto ad un caro amico la possibilità di poter pubblicare uno stralcio dei suoi diari. Gianfranco Giovacchini, solo 22enne all'epoca dell'alluvione, è un uomo che ha vissuto una vita avventurosa ed eclettica. Uno che il mondo lo ha girato per davvero e i suoi diari sono l' incalzante srotolarsi di una storia umana incredibile. Le pagine sull'alluvione mi hanno commosso. Sono poco piu' di un diario privato, ma ho deciso di lasciarle così: pagine scritte prima di tutto per lui medesimo. Ho diviso il racconto in due parti per facilitarne la lettura.

 

A Firenze stava piovendo a dirotto, ininterrottamente, da quasi tre giorni.

L’acqua veniva giù “come iddio la mandava”, a catinelle.

Alle ore una del mattino del 4 novembre 1966, stava ancora piovendo.

Abitavo in via Zanardelli, una traversa di poche decine di metri, tra il lungarno Cristoforo Colombo e via Quintino Sella.

Stavo rientrando a casa, quando, passando dal ponte sull’Arno, l’Amerigo Vespucci, vidi capannelli di gente affacciata alle spallette del centro del ponte. 

Pensai che fosse un incidente ma, guardando meglio, mi accorsi che stavano osservando lo stato del fiume.

Il livello dell’acqua era molto alto, arrivava quasi agli argini, al centro si notava la curvatura dell’enorme massa d’acqua della piena che correva fortissima e veloce.

Non mi preoccupai e me ne andai a letto.

Alle sette del mattino mia madre mi svegliò:


“ Franco, l’Arno ha dato di fuori, guarda l’acqua e nelle strade che facciamo?”

“ Non ti preoccupare mamma, se ne andrà, ho sonno, lasciami dormire” e mi girai dall’altra parte”.

Poco dopo mia madre mi chiamò di nuovo:

“Oddio Franco, corri, l’acqua sta portando via la tua macchina, l’acqua è altissima.”

“ Dai mamma non scherzare, lasciami dormire” replicai.

“ L’acqua sta portando le macchine in via Quintino Sella, Madonnina Santa che succederà ora?”

Allora capì che mia madre non stava scherzando.

Corsi alla finestra che dava su via Zanardelli, diluviava.

Vidi la strada inondata e la mia macchina che, travolta da un mulinello d'acqua, stava navigando, insieme con altre, verso via Quintino Sella.

Un sordo ululato di clacson azionati dal contatto dell'acqua con i circuiti elettrici, si levava dalle auto ormai sommerse.

A sinistra la strada, parallela al corso dell'Arno, si era trasformata in un torrente in piena, con acque melmose e nerastre, che scardinava saracinesche e portoni trascinando via tutto quello che trovava.

A destra l’Arno, impressionante, in mezzo una corrente fortissima e un’enorme curva d’acqua indicava il suo percorso.

Gavinana non esisteva più, era un lago di acqua da dove emergevano i pochi alberi ancora in piedi.  

Il fiume aveva rotto gli argini, travolto spallette, alberi il lungarno era ridotto a un enorme fiume d'acqua, una realtà allucinante, nell’Arno la corrente trasportava tronchi d'albero, auto in sosta, bidoni e detriti di ogni genere.

Mi vestì velocemente e corsi sul terrazzo di dietro, in cucina c’era l’inquilina del piano di sotto che piangeva, sotto tutta acqua.

Mobili, vasi e ogni genere di cose circolavano fra i palazzi.

I sottosuoli erano ormai, per metà, tutti allagati, l’acqua era entrata dai giardini.

Una cosa impressionante, un vero disastro.

Rientrai in casa, mia sorella e mia madre piangevano, mio padre era a Napoli per lavoro e mio fratello in Germania con la scuola, ero il responsabile di casa.

Uscì nel pianerottolo delle scale, era pieno di mobili, scatole, televisori e altre suppellettili che gli inquilini del sottosuolo avevano cercato di mettere in salvo. Erano seduti sugli scalini e piangevano terrorizzati, i bambini erano al primo piano.

Aprì la porta dell’ingresso, dopo quattro scalini c’era l’acqua, dalla strada era già entrata nel primo pianerottolo.

Tornai dentro, salutai gli inquilini dei piani superiori che stavano consolando quelli del sottosuolo che piangevano, cercando di convincerli a salire al piano di sopra.

Tutti erano disperati e impauriti.

I telefoni non funzionavano più, l’energia elettrica era saltata.

Rientrai in casa.

Mia madre era disperata.

“L’acqua stasera se ne sarà andata” disse mia madre “ Se no che si fa?

Oddio che succederà?

Il babbo deve tornare domani come farà?“

 “Mamma lascia stare il babbo, lui sa come cavarsela, ora dobbiamo pensare a noi.

Non credo che stasera potremo uscire quindi dobbiamo prepararci a rimanere qui senza luce e adattarsi a resistere con quello che abbiamo”. 

Mia sorella, di dodici anni, stava piangendo impaurita, dovevo trovargli qualcosa da fare.

“Patrizia, cerca la pila più tardi ne avremo bisogno, trova la radio che ti ha regalato il babbo e portamela.”

Andai alla finestra di camera mia e vidi la mia macchina, si era agganciata con il paraurti all’inferriata di una finestra.

Il livello dell'acqua saliva sempre di più.

Andai al sesto piano, da una conoscente, per vedere dall’alto e sapere se avevano qualche notizia.

L’acqua dappertutto, le urla terrorizzate della gente dei palazzi vicini, era uno spettacolo inquietante, inimmaginabile.

Tornai disotto.

La signora, unica inquilina dell’appartamento, scese con me per parlare e tranquillizzare mia madre e la signora del sottosuolo.

Ritornai all’ingresso.

Il punto di riferimento che avevo preso era sparito.

Era rimasto solo uno scalino, poi l’acqua sarebbe entrata nel pianerottolo, avrebbe riempito il sottosuolo, ormai quasi completamente sommerso, e di li sarebbe entrata in casa.


Chiamai in aiuto gli inquilini del palazzo e portammo tutte le suppellettili appoggiate sul pianerottolo ai piani superiori.

Dissi a mia madre di prendere documenti, le cose più importanti e andarsene al sesto piano con mia sorella e le

altre due signore, io avrei pensato alla casa.

Stessa cosa la dissi all’inquilina della porta accanto, anche suo marito era fuori di casa, avremmo pensato noi a portare le cose più importanti ai piani superiori.

Con una rincorsa frenetica cercammo di mettere al riparo il salvabile, elettrodomestici, televisore e tutte le cose facilmente trasportabili.

Le portammo ai piani superiori tralasciando quelle troppo pesanti o ingombranti.

Con l’acqua, ormai alle caviglie, cercai di mettere tutto quello che potevo, vestiti, coperte, lenzuoli, libri e così via nelle parti più alte dei mobili, sopra gli armadi con la speranza che il livello non continuasse ad aumentare per molto e di poter così salvare qualcosa.

Chiusi le serrande delle finestre e del finestrone lasciando aperti i vetri, in modo che, l’acqua, potesse circolare senza far uscire ciò che era dentro e forzare le finestre.

Presi il mio smoking e il mantello di velluto nero che mi ero fatto in Africa, e uscì da casa chiudendo la porta.

Salì al sesto piano, dove erano già mia madre, mia sorella e molte altre persone del palazzo.

Mi resi conto che, in quel frangente, si stava instaurando un positivo rapporto umano fra tutti gli abitanti del palazzo, cosa impensabile fino a poche ore prima.

Mi affacciai alla finestra che dava sulla strada e presi un nuovo punto di riferimento.

La pioggia cadeva con una forza tremenda, nell’Arno il livello dell'acqua, sempre più veloce e vorticosa, continuava a crescere, era un'acqua scura, limacciosa e cominciava a mostrare larghe chiazze nere, era il gasolio che usciva dalle cisterne sventrate degli impianti di riscaldamento.

Guardai l'onda di acqua, mista a melma e nafta, che correva, impetuosa, in via Quintino Sella.

Era travolgente, trasportava con sé detriti, materassi mobili e tutto ciò che incontrava sul suo cammino, un vero fiume in piena, terribile, di acqua viscida e fangosa.

Le auto erano sbattute dalla piena contro muri, cancelli, porte finestre, cartelli segnaletici, si udivano cupe esplosioni, erano le caldaie che saltavano.

La radio accesa continuava a emettere comunicati frammentari.

“L’Arno straripato ha invaso il Casentino, Rignano e Pontassieve sono inondati.”

“Gavinana è completamente sott’acqua”


“La furia del fiume fa le prime vittime trascinate via dalla piena incontenibile, i contadini sono in piedi sui tetti delle case”.

“Nelle botteghe di Ponte Vecchio gli orefici, avvertiti durante la notte dalle guardie giurate, hanno cercato di mettere in salvo i loro patrimoni minacciati dalle acque.

L'acqua ha invaso la zona di Santa Croce.

 “Le acque dell'Arno hanno invaso il Lungarni e sommerso una larga parte dell'Oltrarno storico.

I quartieri di San Niccolò, Santo Spirito, San Frediano sono sott’acqua”.

“La gente cerca di sgomberare gli scantinati ma è costretta a rifugiarsi nei piani più alti.

L’acqua è arrivata ai primi piani delle abitazioni.

La popolazione cerca di mettersi in salvo”.

“La piena ha invaso i locali della storica Biblioteca Nazionale, adagiata a pochissimi metri dagli argini del fiume.

Il centro storico, Palazzo Vecchio e gli Uffizi sono invasi dalle acque e con una rincorsa frenetica si cerca di mettere al riparo il salvabile nel terrore di perdere opere d’arte preziosissime.

Il sindaco di Firenze sta organizzando i soccorsi, la situazione è tragica, occorrono massicci interventi e aiuti”.     

Mia madre era seduta e ascoltava con gli altri.

Tutti erano attoniti e senza parole.

Alcuni esternavano commenti e paure su ciò che stava dicendo la radio, su ciò che stava accadendo e sulla più completa incertezza sugli sviluppi di questa enorme catastrofe, la paura aleggiava nell’aria.

Non potevo fare niente, andai nella stanza accanto, mi sdraiai su un divano cercando di non pensare e dormire, intanto la pioggia continuava a cadere senza soste.

Mia madre venne a chiamarmi:

“Franco ma come fai a dormire, vieni a mangiare qualcosa”.


Mi alzai e andai alla finestra.

Il livello dell'acqua saliva sempre di più, aveva raggiunto quasi i quattro metri, la curva sul letto dell’Arno era sempre evidentissima e la piena non aveva diminuito d’intensità.

Vedevo passare mobili, masserizie, attrezzi, animali morti, automobili, che andavano a schiantarsi contro le pareti dei palazzi. 

Ogni tanto si udiva qualche boato, erano le caldaie che scoppiavano.

La radio continuava a dire:

“Tutta l’Italia è in apprensione per i cinquantamila fiorentini alluvionati e per gli altri che ancora non sono sotto l’acqua, molte le persone rifugiate sui tetti delle proprie case in attesa e speranzose dei primi segni di ritirata dell'acqua, in Santa Croce.

L’acqua ha raggiunto i 5 metri.

I vigili del fuoco operano salvataggi con mezzi improvvisati come semplici gommoni.

La priorità è di mettere in salvo la vita, tanti hanno perso tutti i loro beni o le proprie attività, tutta la città e tutta l’Italia tremano per la sorte degli ineguagliabili tesori artistici di Firenze. 

I detenuti del carcere delle Murate, in via Ghibellina, cercano di mettersi in salvo aiutati dai cittadini. 

 Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto e il Bargello sono stati invasi dall’acqua.

La popolazione e le autorità, che hanno sottovalutato l'entità della piena, sono costrette a far fronte alla calamità in una situazione di completo caos”.

La radio si spense, non potevano più trasmettere o erano esaurite le pile.

Un elicottero passava sopra le case invitando tutti i cittadini a mantenere la calma, gli aiuti stavano arrivando e, appena possibile, avrebbero distribuito i primi generi di soccorso.

“Non so come faranno” pensai.

Andai nella stanza dov’erano tutti riuniti e fui accolto da innumerevoli commenti:

“Beato te che riesci a mantenere la calma e addirittura a dormire, come fai?

Non hai il terrore dell’acqua che non si ferma?

Non hai paura che crolli tutto?”

Risposi che avevo timore come tutti, ma non potevo in alcun modo migliorare la situazione, dormire era come passare il tempo senza pensare.

La radio aveva ripreso a funzionare ma la trasmissione s’interrompeva continuamente tra fruscii e interruzioni.

Mia sorella era seduta accanto a mia madre e non parlava, era impaurita, non sapeva rendersi conto di cosa sarebbe accaduto.

Mangiai qualcosa e tornai alla finestra, l’intensità della pioggia era diminuita.

Mi misi a valutare la situazione in cui ci trovavamo.

Alla mia destra, in via Quintino Sella, una marea impetuosa di acqua e fango, carica del gasolio fuoriuscito dalle cisterne degli impianti di riscaldamento, continuava a trasportare detriti, automobili, mobili che erano fuoriusciti dalle finestre degli appartamenti e tutto ciò che incontrava nel suo cammino.

A sinistra, lungo il corso dell’Arno, un‘enorme massa d’acqua scorreva velocissima trascinando alberi, carcasse d’animali morti e ogni tipo di manufatti.

Di fronte l’acqua che si riversava nella traversa dal lungarno e finiva in via Quintino Sella. 

In alcuni palazzi la gente era sui tetti e sugli attici, poteva ricevere soccorsi dagli elicotteri, noi non avevamo questa possibilità, il tetto era inaccessibile.

Non c’erano vie di fuga e nessuna possibilità di aiuto.

La forte corrente e l’enorme massa di materiali che trasportava rendevano molto pericoloso e non permetteva no alcun tipo di soccorso o intervento da parte delle imbarcazioni.

Pensai a mio padre che era a Napoli, alla sua preoccupazione e rammarico per non essere lì con noi.

Mio fratello, in Germania probabilmente non sapeva ancora niente, mia zia Tina lì a Firenze, in piazza Cavour, sicuramente stava soffrendo le pene dell’inferno nell’impossibilità di portarci aiuto.

L’unica e reale speranza era che la piena terminasse presto e che l’Arno cominciasse a diminuire la sua portata d’acqua lasciando così defluire quella che si era impadronita della città.

L’acqua continuava ad aumentare, presi un nuovo e più alto riferimento.

Dovevamo trovare candele e pile prima che facesse buio, la notte era lunga e un po’ di luce avrebbe diminuito paura, tensione e timore dell’ignoto.

Rientrai nella stanza e suggerì di cercare tutte le candele e le pile possibili per la notte che stava sopraggiungendo.

Nessuno ci aveva pensato.

Nel palazzo abitavamo in dodici famiglie quattro delle quali impossibilitate a rientrare in casa.

Sconforto e disperazione si erano impadroniti di tutti di fronte alla totale impotenza sull’immane catastrofe in atto.

Si erano organizzati per la notte in sei gruppi, io stavo con mia madre e mia sorella al sesto piano. 

Dovevamo stare attenti al mangiare e all’acqua, non sapevamo fino a quanto saremmo rimasti isolati e quindi era necessario conoscere le nostre riserve e moderarsi nei consumi.

Eravamo diventati un’unica e grande famiglia.

Fra me pensavo alla potenza della paura, pur nella costernazione per l’immenso disastro era nato un grande spirito di solidarietà.

Pensavo al bisogno dell’uomo di non sentirsi solo, di avere sempre necessità di sostegno morale e materiale e di un qualcuno vicino al quale appoggiarsi.

Il detto “l’unione fa la forza” poteva essere trasformato in “l’unione dà il coraggio di sperare e la forza di andare avanti”.

Era quello che stava succedendo probabilmente in centinaia di palazzi che si trovavano nella nostra stessa situazione, era, anche se in un terribile frangente, una grande lezione di vita per tutti.

Passai un’ora con mia madre e il gruppo, poi tornai alla finestra.

Stavamo vivendo in un’atmosfera orribile, da cataclisma, preferivo non sentire i continui lamenti, le paure e l’enorme pessimismo che si era impadronito di tutti quanti.

La sera era vicina e l’ultimo riferimento che avevo preso stava per essere raggiunto dall’acqua.

Eravamo vicini ai cinque metri in via Quintino Sella, ai due sul lungarno e ai quattro a casa mia.

La radio a tratti diceva che era arrivato finalmente anche l'esercito.

La situazione disperata e richiedeva più braccia, più mezzi e più fondi di quelli già disponibili.

Scesi le scale fino al primo piano, volevo vedere le condizioni dell’acqua in casa mia, era alta abbondantemente oltre il metro, era uno spettacolo demoralizzante.

Molto afflitto, specialmente pensando ai sacrifici dei miei genitori per comprarsi quell’appartamento, risalì le scale e, senza dire niente a mia madre, mi sdraiai sul divano.

Non potevo fare niente e il tempo non passava mai, cercai di dormire ma non era facile.

Alle sei tornai alla finestra, era quasi buio, vedevo appena il punto che avevo preso, era già stato raggiunto.

Due fortissime esplosioni sovrastarono il fragore dell'acqua che correva e della pioggia.

La marea impetuosa di acqua e fango, carica della nafta raccolta dai diversi serbatoi cittadini, continuava a trasportare con sé detriti, automobili e tutto ciò che incontrava sul suo cammino.

Tonnellate di acqua immonda che frugava nelle case, che annientava ogni possibilità d'intervento.

Controllavo continuamente.

Era calata la notte, allucinante.

Eravamo assediati dall'acqua, la pioggia continuava, un precipitare d'acqua tambureggiante che non aveva fine. L'acqua seguitava a salire ma più lentamente.

Erano circa le otto di sera, l’acqua aveva cessato di crescere, aveva ormai toccato i 5 metri.

Pensai a casa mia, l’acqua era arrivata, dentro casa, oltre il metro e mezzo, le cose in alto e sugli armadi erano in salvo.

Era la fine dell'incubo, la furia del fiume si stava placando.

Comunicai la notizia a mia madre e agli altri, ci furono grida di gioia, respiri di sollievo e di speranza generale.

La prima tappa era vinta, il livello dell’acqua non aumentava più, di lì a poco avrebbe cominciato a defluire.

Mangiammo qualcosa e tutti, dopo una giornata piena di tensioni, paure e dispiaceri, andarono a riposarsi tranquillizzati e rinfrancati dall’ultima notizia.

Io rimasi a controllare, dalla finestra con una pila, i miei riferimenti sul palazzo di fronte, volevo vedere se l’acqua calava e i tempi necessari.

Finalmente, nel cielo livido, una luce di speranza, si levò il vento e, improvvisamente, il cielo si aprì, le prime stelle s’intravedevano fra le nubi, l'acqua cominciava a scendere.

Firenze era buia, quasi invisibile, rischiarata solo dal riflesso di alcune lontane cellule fotoelettriche che sfioravano con la loro luce i tetti delle case.

Avevo perso la nozione del tempo, controllavo solo ciò che accadeva sui riferimenti di fronte a me.

A mezzanotte mi sdraiai sul divano a dormire, l’acqua era calata di circa venti centimetri.

“Ormai il peggio è superato” pensai.

Mia madre e mia sorella erano ancora sveglie, gli dissi:

“ Mamma l’acqua sta calando velocemente, domani dovrebbe essere andata via tutta, laveremo casa e in pochi giorni tutto sarà passato.

Ora cerca di dormire.”

Verso l'una di notte di nuovo la pioggia.

Al mattino, all’alba, mi svegliai e corsi alla finestra, gli argini dell’Arno cominciavano lentamente ad affiorare, l’Arno stava rientrando.

Passammo il giorno controllando il livello dell’acqua e ascoltando i continui comunicati:

“L’Arno continua la sua corsa, invadendo le campagne dopo Firenze.”

“Le persone sui tetti assistono speranzose ai segni di ritirata delle acque.”

“Manca il pane, l'energia elettrica, la gente non ha più una casa.”

“A Firenze, dove le acque hanno raggiunto anche i sei metri di altezza, l'Arno inizia lentamente a lasciare il centro storico e rientrare nel suo corso lasciando la città in una situazione catastrofica.”

“ Dopo tre giorni di piogge incessanti, la città è stata invasa dalle acque cogliendo tutti impreparati, la temperatura ha contribuito allo scioglimento delle nevi sulle catene montuose che hanno portato a valle ancora più acqua, l'idrometro, prima di essere distrutto, segnava 8,69 metri.”

“Le strade sono inagibili, ogni ponte è sommerso, tutte le condutture idriche elettriche e telefoniche sono interrotte, Firenze è soggetta ad altissimi rischi di epidemie o saccheggi, è completamente isolata e divisa in due, non è ancora raggiunta dai soccorsi inviati dal governo.”

“Fortunatamente il 4 novembre, giorno di festa nazionale, ha tolto dalle strade un gran numero di persone che, nella giornata lavorativa, sarebbero rimaste preda della furia dell'acqua.

Dalle ore 13 del 3 alle 13 del 4 sono cadute su Firenze oltre 190 mm. d'acqua, una quantità mai registrata nella storia della città”.

Io scesi diverse volte a controllare, dalle scale la situazione di casa, alle cinque del pomeriggio l’acqua era scesa sotto il metro.

Cena con pasta in bianco e biscotti.

Speranzosi che l’indomani saremmo potuti uscire in strada, cercammo, nonostante l’apprensione e l’emozione, di dormire.

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